Una dichiarazione di Mike Pompeo ha acceso un intenso dibattito sul tema dei diritti umani. Il segretario di Stato americano, pochi giorni fa, ha annunciato che l’amministrazione Trump creerà una Commission on Unalienable Rights, cioè una commissione sui diritti inalienabili. Appurato che la questione dei diritti umani è da sempre legata a doppia mandata alla politica estera statunitense, resta da capire il senso di una simile operazione. L’opinione pubblica si è così divisa in due tronconi: da una parte i sostenitori della scelta, convinti che Washington voglia reinserire gli human rights al centro della linea politica della Casa Bianca; dall’altra gli oppositori, certi che quella di Trump sia invece una mossa per limitarli ancora di più. Dove sia la verità non è ancora dato saperlo.

Rivedere il concetto di “diritti umani”

Di sicuro conosciamo le funzioni della suddetta commissione. Il nuovo organismo avrà un ruolo consultivo, fornirà importanti opinioni e spunti di riflessioni ma non determinerà le scelte politiche degli Stati Uniti. Pompeo ha sottolineato come fosse necessario effettuare un riesame dei diritti inalienabili nel mondo, “il più profondo dalla Dichiarazione Universale del 1948”. Sappiamo già chi guiderà la commissione: Mary Ann Glendon, un giurista di Harvard che in passato ha lavorato sia per la Santa Sede che per il governo americano, a capo di altri 10 membri, portatori di varie competenze intellettuali. L’obiettivo dell’organo sarà quello di chiarire quali sono i diritti fondamentali dell’uomo e fare chiarezza sull’estensione di questo concetto, che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi si è espanso a macchia d’olio fino a comprendere istanze “nobili e giuste” ma che tuttavia non dovrebbero rientrare nella categoria.

Perché è necessaria una commissione apposita

Pompeo ha sottolineato come in passato ci fosse un diverso modo di intendere i diritti umani, una causa che “un tempo metteva insieme popoli appartenenti a nazioni diverse, nello sforzo di garantire libertà universali e combattere mali comuni”. Oggi, secondo il segretario di Stato americano, non sarebbe più così dal momento che le rivendicazioni dei diritti umani sono spesso sollevate per soddisfare particolari gruppi di interessi a discapito del resto dell’umanità. Qui Pompeo lancia una frecciatina diretta a Cuba e Iran, accusati di essersi “approfittati di questa richiesta cacofonica dei diritti, fingendo di essere protettori della libertà”. Se il tentativo di rimettere i diritti dell’uomo al centro del dibattito politico e culturale è senz’altro ammirabile, mancano però le giuste direttive per capire a quale scopo.

L’opinione pubblica si divide

Da qui la spaccatura dell’opinione pubblica. Molti Repubblicani hanno applaudito la decisione di Pompeo, collegando la creazione della commissione ai tempi in cui erano i diritti umani a guidare la politica estera di Washington. Panico, invece, tra i Democratici, dove aleggia lo spettro di una stortura del tema dei diritti inalienabili. Gli avversari di Trump temono che il presidente possa aver scelto di istituire un nuovo organo per deformare il concetto dei diritti a fini utilitaristici. Altrimenti perché rilanciare il tema dei diritti umani ma trattare con la Corea del Nord, Cina, Russia o Arabia Saudita?

Diritti umani sempre più pragmatici?

Pompeo sostiene che lo scopo dell’organo sia quello di rilanciare i “diritti naturali” e parallelamente penalizzare l’estensione moderna che ha trasformato il significato del concetto di “diritti umani”. I “diritti naturali” indicano quelli tradizionali mentre i “diritti naturali moderni” comprenderebbero tematiche come l’aborto o il trattamento dei gay. “Alcuni – ha aggiunto Pompeo – hanno dirottato la retorica dei diritti umani per utilizzare a scopi maligni. Noi vogliamo impedire che ciò continui ad accadere”. La verità potrebbe stare in mezzo ai due fuochi; la sensazione è che con la nuova commissione i diritti umani possano diventare sempre più pragmatici e adattabili a seconda degli interessi politici e geopolitici della Casa Bianca.

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