Manca una settimana alle elezioni di metà mandato. Le corse sono sempre più ravvicinate e dopo estenuanti mesi di campagna elettorale l’incertezza resta ancora altissima. La terza e ultima fase della campagna elettorale ha riportato avanti il partito Repubblicano nei sondaggi, eppure non è detto che questo sia sufficiente ad azzoppare la seconda parte della presidenza di Joe Biden. Ecco quindi una guida per decifrare quello che potrà succedere nei prossimi giorni, e soprattutto per capire cosa accadrà dall’8 novembre in poi.


Lo stato delle midterm

1 – La Camera

L’8 novembre gli elettori americani rinnoveranno quasi tutto il Congresso, cioè tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato. La prima, che si rinnova ogni due anni, è quella che subisce gli scossoni più forti con l’andamento degli umori nazionali. I vari deputati possono fare poco, in campagna elettorale, per resistere ai temi del momento e alle tendenze politiche nazionali.

Nelle midterm questo è particolarmente vero per i deputati del partito al governo e quest’anno vale per i democratici di Joe Biden. Il partito dell’asinello, dopo un’estate in ripresa, ha superato il picco e nei sondaggi ha iniziato a perdere terreno. Analisti di entrambi gli schieramenti sono abbastanza sicuri che la Camera cambierà colore diventando rossa.

Pallottoliere alla mano il Gop non deve conquistare tantissimi distretti per il colpo di mano, anche perché i dem hanno un numero maggiore di seggi vulnerabili. Secondo il Cook Politica Report circa due terzi delle gare in bilico sono distretti controllati dalla sinistra e il Gop dovrebbe ribaltarne facilmente una decina; mentre solo un paio di seggi repubblicani dovrebbero finire ai democratici. I precedenti d’altronde parlano chiaro. Nel 2006 la presidenza Bush perse 31 seggi, nel 2010 Obama ne perse addirittura 63 e quattro anni fa, nel 2018, Trump lascò per strada 41 deputati.

Il leader della minoranza Gop Kevin McCarthy (Foto: EPA/MICHAEL REYNOLDS)

2 – Il Senato

Partita completamente diversa al Senato. Qui le gare si sono giocate soprattutto sui singoli candidati e per ora sembrano sorridere leggermente alla sinistra. Il Senato resta competitivo anche per primarie repubblicane che hanno incornato candidati radicali o comunque volti nuovi a trazione trumpiana.

Stiamo parlando di Don Bolduc in New Hampshire, Herschel Walker in Georgia, Blake Masters in Arizona, Mehmet Oz in Pennsylvania e JD Vance in Ohio. Per mesi i dem hanno avuto sondaggi favorevoli in molte corse e sembrava che ai repubblicani potesse sfuggire la maggioranza. Oggi lo spostamento dell’opinione pubblica ha rimodulato questo punto. Anche perché le singole corse statali non sono immuni dalle preoccupazioni del popolo americano.

Molti candidati del Gop hanno cambiato il loro approccio limitando gli interventi sull’aborto e concentrandosi più sugli aspetti legati a economia e sicurezza. Questo ha avuto effetti soprattutto in contesti come il Nevada e il Wisconsin, con il primo pronto a cambiare colore e il secondo a confermarsi rosso.

Il candidato repubblicano al Senato per la Georgia Herschel Walker (Foto: EPA/JESSICA MCGOWAN)

Le corse che decideranno il controllo della Camera sono due: Georgia e Pennsylvania. Due sfide molto diverse ma dalle quali dipenderà la maggioranza. Nel Peach State si sfidano l’uscente dem Raphael Warnock e l’ex stella del football Herschel Walker. Secondo un ultimo sondaggio del Siena College per il New York Times il dem dovrebbe essere avanti di circa 3 punti (abbondantemente nel margine di errore), complice anche uno scandalo legato all’aborto che ha azzoppato la corsa di Walker.

Nel Keystone State, invece, la sfida tra il democratico John Fetterman e il repubblicano Mehmet Oz sembrava segnata fin dall’inizio, ma oggi si fa sempre più ravvicinata. Per mesi il vice governatore dello Stato ha mantenuto un vantaggio di oltre una decina di punti. Oggi la forbice si è ridotta a 5 punti (49 a 44). A pesare è l’incertezza sulla salute di Fetterman colpito da un ictus in primavera e ancora oggi in difficoltà a comprendere alcuni suoni. Qualche giorno fa Fetterman e Oz si sono sfidati in un dibattito tv e il dem è uscito malconcio con Oz netto vincitore. Per ora non ci sono sondaggi post dibattito, ma in casa dem la preoccupazione aumenta.


L’imprevedibilità

1 – Il nodo sondaggi

Negli ultimi 10 anni i sondaggi hanno rappresentato una sorta di strumento oracolare, capace di stabilire, ancora prima del voto, vincitori e vinti. Dal 2016 in poi, quando cioè è passato il messaggio che non sarebbero stati capaci di predire la vittoria di Trump, la fiducia sulle rilevazione è andata via via scemando.

Bisogna quindi credere ai sondaggi che leggiamo? Per il momento non ci sono ragioni per dubitarne, gli analisti americani hanno provato ad adottare correttivi su correttivi, il problema semmai è la quantità abnorme di rilevazioni, spesso svolta da istituti finanziati da enti di partito che non sono in grado di dare il sentimento degli elettori.

Gli stessi analisti finiscono spesso per discutere di modelli e proiezioni generando anche una certa confusione. Tutto quello che sappiamo, ad oggi, è che c’è una tendenza in atto tra gli elettori americani e che questa tendenza è uno spostamento della sensibilità verso il Gop, ritenuto maggiormente attrezzato per affrontare i dossier più caldi al momento, come economia e sicurezza.

Sappiamo anche che in alcune zone del Paese i democratici spesso hanno performance migliori rispetto poi all’esito delle urne. Questo perché nel tempo è aumentato il numero di americani che si identificano come repubblicani che non si fidano dei sondaggi e quindi non rispondono alle rilevazioni telefoniche, di fatto rendendo difficile avere campioni rappresentativi della popolazione. Questa profonda incertezza è figlia anche di uno scenario che mai come quest’anno si è presentato imprevedibile, con decine di variabili impazzite.

L’ex Vice presidente Mike Pence (Sx) col candidato governatore per la Georgia Brian Kemp (Dx). (Foto: PA/JOHN AMIS)

2 – Il peso dell’aborto negli Usa

Una di queste variabili è stata quella dell’aborto. Come abbiamo notato spesso qui su InsideOver, la decisone della Corte Suprema di ribaltare la Roe Vs Wade, che regolava a livello federale l’interruzione di gravidanza, ha galvanizzato una parte della base democratica, in particolare andando a toccare la partecipazione di chi normalmente non si recava alle urne durante le midterm.

Da un paio di decenni a questa parte, infatti, vince le elezioni chi riesce a mobilitare meglio la propria base. Nel 2016 la vittoria di Donald Trump arrivò sia grazie alla capacità di mobilitare una fetta di americani che non si recava normalmente alle urne, ma che era di chiara appartenenza conservatrice, sia grazie a una massa dem appagata da 8 anni di Barack Obama al potere che scelse di non votare e appoggiare Hillary Clinton.

Oggi la questione dell’aborto è stata usata dai dem per tenere viva la fiamma del 2020, quando i democratici andarono in massa al voto per “cacciare” The Donald dalla Casa Bianca. Più di qualcuno ha criticato la scelta dei dem di puntare molto su questo tema, ma tenendo fede alla tradizione per cui il partito al governo alle midterm solitamente perde, hanno scelto l’unica strada percorribile.

Manifestazione pro aborto ad Atlanta, Georgia (Foto: EPA/ERIK S. LESSER)

3 – L’impopolarità di Biden e il ritorno di Trump.

Più di qualcuno ha sottolineato che la stessa amministrazione Biden avrebbe dovuto fare di più per pubblicizzare le riforme fatte negli ultimi due anni. In realtà la Casa Bianca, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, ha portato in tour pezzi dell’amministrazione per “vendere” le riforme fatte. Ma l’alta inflazione, unita a una nuova fiammata dei prezzi del gas, hanno reso questo tour meno efficace.

In più a pesare è l’indice di gradimento di cui gode Joe Biden. Al 31 ottobre, secondo la super media di FiveThirtyEight, l’inquilino della Casa Bianca ha un tasso di disapprovazione del 53,6%, praticamente identico a quello di Trump nel 2018. Questo in parte gli ha impedito di tenere grandi comizi con i candidati perché nessuno di questi preferiva averlo intorno.

Chi invece sta giocando un ruolo da protagonista è proprio l’ex presidente. Il tycoon ha appoggiato decine e decine di candidati. E secondo una stima del Washington Post circa l’80% di chi ha vinto le primarie è un erede del trumpismo in qualche modo. Se l’8 novembre le urne consegneranno il Congresso ai repubblicani, Trump potrà prendersi una grossa fetta del merito.

Da mesi gira il Paese sostenendo i candidati ai comizi, in più ha iniziato a raccogliere fondi per spot mirati in alcune regioni chiave. Per lui un successo del Gop rappresenterebbe il trampolino di lancio in vista di una campagna elettorale per il 2024. Questo avrà un peso sullo stesso partito, perché l’eventuale successo di una nuova classe di politici repubblicani a trazione trumpiana non permetterà alla leadership di tirare troppo la corda e cioè di sfidarlo apertamente in vista delle prossime presidenziali.

4 – Il peso delle minoranze

Il voto non ci darà segnali un po’ più chiari solo sul destino di The Donald e del Gop; ma anche e soprattutto sul Paese. Tra i vari segmenti che sarà interessante vedere c’è sicuramente quello degli ispanici. Il loro posizionamento dopo una pandemia che ha colpito duro e un’economia surriscaldata, ci dirà molto sul destino di pezzi importantissimi del Paese.

Il voto dei latinos è importante perché si tratta di uno dei blocchi elettorali più in espansione, ma soprattutto che si sta dimostrando dinamico. Per anni i dem pensavano di avere il monopolio di questi voti, ma soprattutto su questi voti pensavano di costruire importanti successi elettorali, come ad esempio la conquista del Texas. Oggi i sondaggi mostrano che non è più così vero.

Due numero su tutti. Alle presidenziali del 2016 i latinos hanno votato 66% a 28% per Clinton, mentre quattro anni dopo hanno votato 59% a 38% per Biden. Questo dipende da due fattori: il primo è che non tutti i latinos sono uguali. Quelli di origine cubana votano in massa per il Gop, quelli messicani per i democratici. Ma non solo. I generale tutti i latinos si mostrano più conservatori sul fronte dei diritti civili, ergo la campagna dem sull’aborto non dovrebbe attecchire molto. Non solo. Il tema della paura economica potrebbe essere il fattore decisivo per farli votare repubblicano con più continuità.


Gli scenari

1 – L’utopia dem: tenere il controllo del Congresso per la svolta liberal

Cosa possiamo aspettarci quindi da questa elezione? Gli scenari sono tre e li mettiamo in ordine di probabilità, dal più improbabile a quello che le tendenze nei sondaggi indicano come il più plausibile.

Si parte con un Congresso totalmente nelle mani dei dem. Difficile, molto difficile, viste le tendenze nazionali. Eppure, se si dovesse realizzare, i programmi sarebbero gli stessi degli ultimi due anni. Allargamento dei diritti civili, magari con una codificazione a livello nazionale del diritto all’aborto e del matrimonio omosessuale. In mezzo una legge federale per fortificare il diritto di voto e soprattutto meccanismi per porre un freno a eventuali funzionari intenzionati a non certificare il voto in vista del 2024.

2 – L’onda rossa: il Gop prende il Congresso e blocca Biden

Il secondo scenario è quello di una Red Wave repubblicana capace di prendere entrambi i rami del parlamento. Un simile successo azzopperebbe Biden dato che, a due anni dalle presidenziali, l’unico obiettivo di deputati e senatori sarebbe quello di bloccare l’agenda della Casa Bianca. Non solo. Se dovesse aprirsi un nuovo seggio alla Corte Suprema il Gop bloccherebbe i lavori in attesa del ritorno di un repubblicano alla Casa Bianca.

3 – Il Congresso diviso: Senato ai dem, Camera al Gop

Con i sondaggi attuali l’ipotesi più probabile sarebbe quella di un Congresso diviso a metà. I Repubblicani prenderebbero il controllo della Camera e i dem manterrebbero il Senato. In uno scenario del genere il rischio maggiore è quello di vedere due agende completamente diverse nei due rami del parlamento.

Alla Camera il Gop chiuderebbe il comitato di indagine sui fatti del 6 gennaio 2021, mentre aprirebbe un’indagine federale sugli affari di Hunter Biden, per capire i suoi rapporti con l’Ucraina ed eventualmente se questi affari abbiano in qualche modo aiutato l’ex vice di Obama. Sempre su questa scia Trump farebbe pressioni per aprire altri fronti contro l’amministrazione, come indagini sul caotico ritiro dell’Afghanistan ed eventuali richieste della Casa Bianca ai federali sull’indagine che ha coinvolto Trump dopo il blitz di Mar-a-Lago.

Un Senato dem invece potrebbe rappresentare l’argine per Biden. Otterrebbe un minimo appoggio legislativo, ma soprattutto permetterebbe ai democratici di conservare il diritto di nomina dei giudici federali, e soprattutto di un eventuale nuovo giudice della Corte Suprema. Uno scenario che per i dem sarebbe come una vittoria, ma soprattutto l’ennesimo capitolo di un sistema politico incapace di produrre stabilità.

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