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Sebbene appaia quasi una campagna di secondo piano rispetto a quella siro-irachena o a quella afghana, la guerra in Libia continua a rappresentare per gli Stati Uniti un impegno di primo piano nell’agenda internazionale. Gli Stati Uniti hanno partecipato attivamente alla prima parte della guerra, quando si è trattato di rovesciare il colonnello Gheddafi, soffiando su quel grande sommovimento (geo)politico e culturale che sono state le Primavere arabe. Poi, l’interessamento mediatico riversato sulla terrificante avanzata dello Stato islamico in Siria e in Iraq, cui è succeduto l’impegno militare della coalizione a guida Usa per contenere la riconquista dell’esercito siriano supportato da Russia e Iran, ha di fatto quasi relegato la Libia in secondo piano. L’idea è che gli Stati Uniti abbiano contribuito al conflitto ma che in realtà se ne siano disinteressati, quasi consapevoli che quella guerra, una volta tolto di mezzo Gheddafi, avrebbe avuto per Washington un’importanza inferiore rispetto ad altri scenari. Inoltre, l’impegno assunto da Francia, Regno Unito, Italia e partner americani nel Medio Oriente, ha, di fatto, rassicurato gli Stati Uniti sul futuro libico e sull’assenza di rischi per la propria sfera d’influenza.

Ma la Libia non è mai stata del tutto estromessa dalla geopolitica americana. E questo perché in ogni caso a Washington e dintorni sono perfettamente consapevoli del fatto che un loro disinteressamento si potrebbe tradurre in un’ascesa di fazioni non in grado di garantire la vicinanza alla politica americana. E a questo proposito non deve sorprendere che il Comando Usa in Africa abbia comunicato che negli ultimi giorni le forze aeree americane, coordinate con il governo di Al Serraj, hanno sferrato due attacchi aerei contro postazioni dello Stato islamico nei pressi della località di Al Fuqaha, quasi vicino al centro geografico della Libia. I raid sono avvenuti il 17 novembre e il 19 novembre e fanno parte di una strategia, più o meno chiara, degli Stati Uniti per colpire i miliziani jihadisti libici in supporto al governo riconosciuto di Serraj. E non è chiara perché non va dimenticato che gli Stati Uniti da gennaio a settembre non avevano condotto alcun bombardamento in Libia e soltanto a fine settembre di quest’anno si è avuto notizia del primo raid aereo in questo Paese contro obiettivi dello Stato islamico autorizzato dal presidente Trump. Adesso dopo poco più di un mese e mezzo, giunge la notizia di due nuovi raid nel mezzo del deserto libico, sempre contro obiettivi dell’Isis. Ma l’idea che ne scaturisce, almeno per il momento, è l’assenza di una strategia a medio-lungo termine che possa incanalare questi raid in un’azione complessiva e articolata delle forze Usa in Nordafrica.

Mentre le forze aeree Usa bombardavano la Libia, un altro raid, sempre condotto dall’aviazione americana, colpiva la Somalia, in una località a circa 125 miglia a nordovest di Mogadiscio. Qui è da molte settimane che l’aeronautica statunitense ha intrapreso una campagna di bombardamenti per colpire i miliziani di Al Shabaab. L’ultimo raid del 21 novembre, secondo quanto riportato dallo United States Africa Command, ha ucciso circa un centinaio di jihadisti del gruppo affiliato allo Stato islamico, L’ultimo attacco delle forze Usa risaliva al 15 novembre, quindi la settimana precedente, e aveva lasciato sul campo un numero imprecisato di miliziani.

Con i due bombardamenti in Libia, i ripetuti attacchi in Somalia e con l’intervento delle forze speciali nella regione del Sahel, in particolare in Niger, diventa chiaro che gli Stati Uniti ritengono alcune regione dell’Africa di importanza strategica fondamentale. Il Corno d’Africa, il Sahel e il Nordafrica, soprattutto la Libia, rappresentano aree dove gli interessi statunitensi si uniscono a quelli di altri grandi Stati dell’Occidente e dell’Oriente – in particolare la Cina – e dove il terrorismo islamico dilaga, anche in virtù di una crisi socio-economica endemica che alimenta l’afflusso di migliaia di giovani nelle file delle milizie locali che si uniscono allo jihadismo pur con rivendicazioni non apertamente confessionali. Attualmente l’America non sembra avere una strategia definita per il continente africano. Il Comando Usa in Africa conclude i report sulla Libia e sulla Somalia con la stessa frase: “I nostri obiettivi politici e di sicurezza sono gli stessi: uno stato ricostituito in pace internamente e in grado di affrontare tutte le minacce all’interno del suo territorio”. Ma il rischio è che questi obiettivi non si traducano in un’efficace politica a lungo termine per questi scenari di guerra, lasciando il dubbio che questi attacchi si trasformino in pietre lanciate contro un alveare piuttosto che in operazioni con un fine risolutivo dei conflitti.

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