Il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, ha annunciato, venerdì 26 novembre, che le autorità del Paese hanno sventato un tentato colpo di Stato che avrebbe dovuto andare in scena nei primi giorni di dicembre per destituirlo dal potere e che, secondo quanto affermato dalle sue fonti negli apparati di Kiev, sarebbe stato orchestrato con il sostegno della Russia. Il Cremlino ha negato il proprio coinvolgimento nella questione, che però dà assolutamente un’idea dello stato delle tensioni nella regione dell’Est Europa.

Sono mesi duri e complessi per il leader di Kiev: le tensioni nell’Est Europa non accennano a diminuire, nonostante alcuni impedimenti all’ultimo miglio a Nord il gasdotto Nord Stream 2 prende forma lasciando a Kiev le briciole del transito del gas russo verso il Vecchio Continente, a Washington Joe Biden studia, con l’intermediazione dei servizi segreti, una politica di confronto con la Russia che unisca alla competizione e alla rivalità strategica spazi di dialogo. Inoltre, appare chiaro che in Ucraina per qualsiasi leader in questa fase avere una salda presa su tutte le fermentazioni che possono avvenire in un dato momento è difficoltoso: pandemia, crisi economica e guerra interna creano un contesto altamente teso. Ma il gioco di Zelensky appare comunque pericoloso.

Il problema della sicurezza nazionale

In primo luogo perché, pur essendo un’invasione russa del Paese un’ipotesi a dir poco remota in questa fase, accuse di questo tipo rischiano di chiudere ogni possibilità di ripresa dei dialoghi per sanare la questione del Donbass. L’uscita di scena di Angela Merkel e il declino di Emmanuel Macron impegnato in una difficile campagna elettorale lasciano in tal senso presupporre che anche il cosiddetto “formato Normandia”, i dialoghi mediati da Francia e Germania tra Russia e Ucraina, possa essere destinato a diventare un ricordo del passato. E del resto, i sodali di Zelensky non fanno molto per calmare le acque:  il capo dell’intelligence militare dell’ex repubblica sovietica, Kyrylo Budanov, ha dichiarato al quotidiano Military Times, ripreso da Reuters, che la Russia avrebbe più di 92.000 soldati ammassati attorno ai confini ucraini pronti a invadere l’Ucraina in inverno. Dichiarazioni rubricabili a propaganda per due motivi: innanzitutto, l’idea stessa della stagione scelta per un potenziale attacco; poi per l’esiguità della forza schierata al confine non giustifica i timori di invasione di un Paese grande e complesso come l’Ucraina.

Parimenti, ricorda Sicurezza Internazionale, la mossa di Zelensky ha rialzato le fiamme della tensione tra Russia e Nato: in reazione al rinfocolamento della crisi, infatti, “il Cremlino ha continuato a ripetere alla Nato di interrompere le attività militari vicino ai confini della Russia, nonché di smettere di fornire armi di ultima generazione all’Ucraina. Tali sviluppi si collocano nel quadro di quanto la Russia aveva affermato il 27 settembre. In tale occasione, il Cremlino e la Bielorussia avevano sottolineato che, con l’espansione militare in Ucraina, la Nato stava varcando una delle “linee rosse” tratteggiate dal presidente russo, Vladimir Putin” e ben descritte su queste colonne da Mirko Mussetti.

La guerra degli oligarchi

In secondo luogo, Zelensky sta trasformando in una sfida di calibro internazionale una partita che è in realtà legata a una questione di potere interna. “Abbiamo informazioni da agenti e anche informazioni audio su una discussione, per così dire, tra i rappresentanti ucraini con i rappresentanti russi sulla partecipazione di Rinat Akhmetov a un colpo di Stato in Ucraina e un’assegnazione di un miliardo di dollari”, ha dichiarato nella conferenza stampa del 26 novembre scorso, facendo il nome dell’uomo che appare il vero bersaglio di questa campagna, il magnate il cui impero – organizzato intorno alla holding Smc – va dall’energia ai media, passando per il calcio con lo Shakhtar Donetsk e che con 7,8 miliardi di dollari è secondo Forbes il Paperone d’Ucraina.

Da tempo, infatti, Zelensky è impegnato in un braccio di ferro con Akhmetov, simbolo di quella casta di oligarchi che dai tempi dell’indipendenza controlla di fatto il Paese. L’associazione del patron dello Shaktar con il presunto golpe pro-Russia segue di poche settimane la presentazione della “legge anti-oligarchi” con cui Zelensky intende recuperare terreno di fronte a sondaggi politici che vedono i suoi consensi in picchiata. Se da un lato il presidente ha totalmente fallito l’obiettivo con cui lanciò, da ex comico e attore, la sua campagna presidenziale nel 2019, ovvero la promessa di una pacificazione nel Donbass, ancor meno ha fatto finora per il cavallo di battaglia interno, la lotta alla corruzione e allo strapotere dei potentati finanziari. La legge definisce esplicitamente, quasi come un idealtipo, la figura dell’oligarca in base a criteri riguardanti la presenza nella politica, la ricchezza, la partecipazione a monopoli industriali e il controllo di mass media. Coloro che riscontrano questi requisiti potranno, dal 2022, essere esclusi dalla possibilità di finanziare candidati, partecipare alle privatizzazioni di asset del Paese e possedere media.

Il problema di una legge del genere, chiaramente, è che si presta a applicazioni potenzialmente arbitrarie. E se da un lato è vero che buona parte dei super-ricchi ucraini hanno alle spalle curriculum che farebbero impallidire i più rapaci dei robber barons dell’America ottocentesca, dall’altro è pur sempre da tenere in conto che uno di questi, Igor Kolomoisky, è il deus ex machina che ha permesso l’ascesa di Zelensky da comico a presidente. E che dunque il presidente è ben inserito in questa lotta di potere a tutto campo. Utilizzare la geopolitica per risolvere affari tanto torbidi e complessi che riguardano la storia recente del Paese è una mossa spericolata che segnala la debolezza di Zelensky. Ma anche un’ennesima attestazione delle sfortune della nazione e del popolo dell’Ucraina. Vittime di giochi di potere e di vere e proprie guerre tra bande in nome dei quali si sacrifica anche la sicurezza nazionale del Paese.

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