Il Mediterraneo orientale si infiamma ancora. E questa volte le forze turche e quelle del blocco rappresentato dalla Grecia si troveranno davvero l’una davanti all’altra. Faccia a faccia in uno specchio d’acqua che in questi giorni è diventato bollente.

La Marina greca ha annunciato che inizierà esercitazioni militari congiunte al largo di Creta, in un’area che si sovrappone a quella selezionata dai turchi per manovre militari. La scelte ovviamente non è casuale. L’area a sud est dell’isola, non lontano da Rodi e Castelrosso, è quella al centro di una delle più grandi dispute marittime degli ultimi anni, con la nave turca Oruc Reis e la sua scorta di mezzi militari che rappresentano la punta di lancia di Recep Tayyip Erdogan nelle azzurre acque dell’Egeo. I turchi pretendono che l’area in questione sia libera dal controllo greco e territorio di caccia per l’esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi, non considera la Zona economica esclusiva ellenica come linea rossa per eventuali ricerche sottomarine e soprattutto considera l’espansione della propria area di intervento come parte integrante del sogno neo-ottomano rappresentato dalla presidenza Erdogan. Atene dall’altra parte non accetta alcun tipo di compromesso e pretende che la Turchia rispetti i confini marittimi che separano i due Paesi, considerando nullo qualsiasi accordo da parte di Ankara che violi apertamente i trattati internazionali. Non ultimo quello tra il governo turco e quello nazionale libico per la definizione dei confini marittimi.

Quello che però sembrava dover rimanere un durissimo scontro diplomatico si sta lentamente trasformando in un confronto serrato con l’utilizzo sempre più disinvolto di mezzi militari. E la crescita di forze aeronavali nell’Egeo e in tutto il quadrante orientale del Mediterraneo non aiuta a distendere gli animi. Da quando Ankara ha iniziato a inviare la Oruc Reis nelle acque tra Rodi e Castelrosso, con una scorta di navi militari e di un sottomarino, la marina greca ha deciso di blindare tutto il settore in cui operava la piccola flotta turca. La Francia è stata la prima forza a intervenire in sostegno della Grecia inviando mezzi aerei e navali per un’esercitazione congiunta. Poi è arrivato l’incidente della fregata Limnos con una nave battente bandiera della Mezzaluna. E infine a Creta, dopo i Rafale francesi, sono arrivati anche i caccia degli Emirati Arabi Uniti, impegnati nelle esercitazioni che avranno luogo da domani e per cui la Marina ellenica ha avvisato tutte le imbarcazioni dell’area.

La scelta politica e diplomatica di parte greca è molto diversa da quella turca. Atene ha deciso di rispondere alle provocazioni di Erdogan mostrando non solo la propria forza navale, ma anche la capacità di fare squadra con gli alleati del nuovo blocco che si sta formando e consolidando nel bacino del Levante. Il governo greco ha ricevuto non soltanto il sostegno (verbale) dell’Unione europea, ma ha avuto soprattutto il supporto concreto da parte di Francia ed Emirati, con questi ultimi che non a caso hanno allacciato legami diplomatici con Israele, altro Paese fondamentale del nuovo blocco del Mediterraneo orientale in funzione ani turca. Quello che la Grecia ha voluto dimostrare è la sua forza diplomatica, facendo risaltare di contro l’isolamento turco nell’area. Prova ne è stata anche la decisione degli Stati Uniti di confermare il proprio sostengo alle iniziative greche chiedendo di fermare le provocazioni per non provocare incidenti.

La Turchia ha optato per una politica diversa, degna del leader che adesso ne incarna la strategia. Ankara non vuole dimostrare di aver bisogno di alleati, ma utilizza la provocazione militare per materializzare il proprio desiderio di dettare l’agenda europea e mediterranea. Obiettivo che sta certamente raggiungendo, visto che con ogni mossa di questo genere, il governo turco di fatto rende impossibile all’Europa e alla Nato ignorare i desideri di una potenza con coglia di rinascita e di rivincita.

Le parole di Erdogan all’uscita della riunione di gabinetto sono state molto dure nei confronti della Grecia. Il leader turco ha commentato l’avviso ai naviganti emanato dalla Marina greca definendolo un “deterioramento della situazione”. Il presidente turco ha poi aggiunto che “con questo atteggiamento contro il diritto internazionale, la buona volontà e le relazioni di vicinato, la Grecia si è gettata in un caos da cui non potrà uscire”. Una frase che sa di minaccia ma che nasconde anche un velo di ipocrisia: il caos in cui si sarebbe gettato la Grecia è infatti quello provocato proprio dalle mosse turche nel Mediterraneo orientale. La tensione, in ogni caso, sembra dover rimanere altissima almeno fino al 27 agosto, quando dovrebbero tornare alla base sia i caccia di Abu Dhabi che la forza aerea e navale greca. Ma l’impressione è che la questione non sia destinata a terminare nel più breve tempo possibile: le forze in campo hanno fatto capire di non essere disposte a cedere mentre sull’area incombe anche un pericoloso stallo e collasso della Nato, terrorizzata dall’idea che sul fianco sud-orientale possa crearsi una tale frattura tra due partner dell’Alleanza.

Per Bruxelles e gli Stati Uniti è un tema strategico di particolare importanza che riporta alla luce le parole di Emmanuel Macron sulla presunta “morte cerebrale” della Nato: parole che ora riecheggiano con forza e che non a caso sono state dette proprio dal presidente impegnato con le sue navi nell’Egeo. C’è la voglia di vendere navi alla Grecia, ma c’è anche l’obiettivo di far capire che il Patto atlantico adesso è diverso e che è Parigi a candidarsi come potenza militare d’Europa.

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