L’assalto ai palazzi del potere in Brasile ha immediatamente evocato quanto accaduto il 6 gennaio 2021 negli Stati Uniti, quando i sostenitori dell’ex presidente Donald Trump sono riusciti a entrare nel Campidoglio dopo che il magnate aveva contestato la vittoria di Joe Biden. Come negli Usa, anche nel Paese sudamericano la polarizzazione politica ha raggiunto livelli d’allarme dopo che l’ex presidente Jair Bolsonaro ha contestato il risultato del ballottaggio dello scorso 30 ottobre 2022 nel quale Lula ha trionfato 50,90% delle preferenze (60.345.999 voti), contro il 49,1% dello sfidante (58.206.354 voti). I quasi due milioni di voti potrebbero infatti sembrare un’enormità ma in un Paese con 156 milioni di elettori rappresentano un margine davvero ristretto. Da qui le tensioni che sono scaturite negli ultimi mesi.

Il grande feeling tra Trump e Bolsonaro

C’è una profonda connessione tra quanto accaduto a Brasilia e a Washington. Tanto per cominciare, l’ex presidente Trump e il figlio di Bolsonaro si sono incontrati a Mar-a-lago in Florida, lo scorso novembre. Durante quel viaggio, Eduardo Bolsonaro ha anche parlato con Steve Bannon e con il consigliere di Trump, Jason Miller, secondo quanto riportato dal Washington Post e da altri organi di stampa. Dopotutto, il grande feeling tra i due ex presidenti è cosa nota. Per quanto concerne Bolsonaro, i media lo hanno soprannominato il “Trump dei Tropici”, paragonando il suo stile “populista” anti-establishment e la sua presenza sui social media a quella del leader statunitense.

Entrambi hanno adottato uno stile provocatorio, dichiarando guerra all’élite che aveva impoverito i due Paesi e sostenendo delle politiche marcatamente conservatrici in tema di diritti civili e libertarie in senso economico. Due figure altamente carismatiche, controverse, divisive, cariche di contraddizioni: o le ami o le odi. Entrambe frutto della politica dell’identità. Autori di gesti a dir poco “irrituali” nell’ambito della politica istituzionale, i due leader riescono ad attirare ancora oggi schiere di fedelissimi, quasi in maniera “religiosa”, così come di feroci oppositori che li ritengono un pericolo per la tenuta della democrazia. Altro punto in comune molto importante: entrambi hanno ricevuto il grande sostegno delle chiese evangeliche di entrambi i Paesi, che rappresentano la loro base elettorale insieme alla classe media impoverita dalla globalizzazione. Infine, sia Trump che Bolsonaro risultano essere molto più popolari al di fuori dei grandi centri urbani, dove l’élite cittadina preferisce votare a sinistra.

Come la rivolta Brasiliana è stata alimentata dagli alleati del tycoon

Come nota la Bbc, ci sono connessioni profonde tra i due eventi. In diversi episodi del podcast di Steve Bannon, l’ex stratega della Casa Bianca – condannato a quattro mesi per essersi rifiutati di testimoniare davanti al Congresso – e i suoi ospiti hanno alimentato la teoria secondo cui le elezioni brasiliane sono state “rubate” in maniera analoga a quanto accaduto a Trump nel 2020. Bannon ha promosso l’hashtag #BrazilianSpring e ha continuato a incoraggiare l’opposizione di non accettare il risultato elettorale e la vittoria di Lula. Commentando le immagini che provenivano da Brasilia, Bannon ha rincarato la dose: “Lula ha rubato le elezioni, i brasiliani lo sanno”, ha scritto più volte sul sito di social media Gettr, definendo le persone che hanno preso d’assalto gli edifici “combattenti per la libertà”. Ali Alexander, uno dei leader del movimento pro-Trump “Stop the Steal”, ha incoraggiato i sostenitori di Bolsonaro, affermando di avere contatti all’interno del Paese.

Ma c’è un altro punto in comune tra Trump e Bolsonaro e quanto accaduto a Capitol Hill e a Brasilia. Sono assalti fallimentari, che rischiano di minare la carriera politica dei due leader, controproducenti per il loro futuro in politica. “Senza l’attacco di due anni fa nella capitale americana oggi non avremo assistito a questa insurrezione” spiega in un’intervista al Corriere della Sera Ian Bremmer. “Ma i ribelli falliranno a Brasilia come hanno fallito a Washington. È vero, l’attacco è stato più massiccio, ma è avvenuto di domenica, quando tutti quei palazzi erano vuoti. Questo ha reso probabilmente più facile reclutare ribelli disposti a esporsi nell’assalto. Ma ha anche reso meno letale la sommossa. Polizia ed esercito sono totalmente leali al nuovo presidente, ne riconoscono la legittimità”.

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