Alla fine è tutta una questione di punti di vista. Alla fine Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati davvero a margine del G20 di Osaka, e alla fine l’esito della loro “eccellente discussione” è stato accolto da grida di giubilo dal mondo occidentale. La prospettiva cambia se allarghiamo lo sguardo al mondo intero, perché in Cina nessuno si è spellato le mani dagli applausi per una fumata bianca che semplicemente non è arrivata. Il bilaterale tra Trump e Xi è stato un gesto distensivo ma poco altro, un faccia a faccia che ha rafforzato l’immagine da maestro degli affari del Presidente americano e lasciato con un pugno di mosche il leader cinese.

Un pugno di mosche

Il bottino diplomatico raccolto da Xi Jinping è piuttosto magro. È vero che Trump ha dichiarato di non voler imporre – per il momento – ulteriori dazi sulle importazioni cinesi negli Stati Uniti, ma è pur sempre vero che The Donald non ha diminuito neanche di un punto percentuale le tariffe già esistenti, che tra l’altro non sono nemmeno poche. L’unica nota positiva che possiamo ricavare dal vertice, fanno notare alcuni osservatori asiatici, è la ripresa dei negoziati, dei quali però non si conosce esito e non lo si conoscerà per un bel po’ di tempo. Paragonando la diplomazia tra Cina e Stati Uniti al classico gioco dell’oca, i due sfidanti sono tornati a occupare la casella iniziale dopo essere precipitati ben oltre il punto di partenza. Non sono stati fatti passi avanti, le trattative riprendono dove erano state sospese.

Solo un primo passo

Quanto emerso dal G20 giapponese è solo un primo, piccolo, passo verso un eventuale accordo futuro. In generale i giornali cinesi hanno accolto con molta diffidenza le parole di Trump. Il China Daily, ad esempio, si interroga su come la Cina riuscirà ad accordarsi con gli Stati Uniti se sul tavolo ci sono differenze di veduta quasi insanabili. Certo, resta poi da capire come Washington si comporterà con Huawei: Trump ha rimosso parzialmente il bando che pendeva sul colosso di Shenzen, ma il suo futuro è ancora alquanto nebuloso. Le imprese statunitensi potranno ricominciare a comprare le componenti Huawei per assemblare smartphone, tablet e altri device, ma senza poter contare sulla tecnologia 5G. La Cina dal canto suo ha promesso di acquistare più prodotti agricoli americani, finiti nel mirino di Xi in risposta all’escalation trumpiana. Ma arriverà il giorno in cui Washington e Pechino dovranno affrontare temi relativi alla sicurezza nazionale (il citato 5G), la politica industriale di Pechino (Made in China 2025) e finanche quella estera (competizione per la leadership globale), e questa pace di carta potrebbe presto sfaldarsi.

Pechino non si fida

Il Global Times, altro quotidiano cinese, scrive che “non era una grande sorpresa che Xi e Trump raggiungessero un simile accordo. Il risultato è logico e guidato dai principi economici e commerciali e dalle aspettative della comunità internazionale”. Il risultato fa ben sperare ma la speranza deve poi trasformarsi in qualcosa di concreto, altrimenti c’è il rischio che gli sforzi diplomatici evaporino come neve al sole. Intanto è fondamentale avere in mente che le tensioni commerciali sino-americane non sono state risolte: Xi Jinping lo sa, Trump fa finta di non saperlo.

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