L’Europa che esce dall’accordo sul Recovery Fund è un’Europa diversa. Ferita e per certi versi umiliata da un negoziato che doveva rappresentare la vittoria della solidarietà Ue sulla logica economica e che invece ha trasformato il continente in un grande mercato di offerte e controfferte dove i numeri e non le idee hanno fatto la differenza. È l’oro e non il sangue ad aver segnato la svolta europea sul Recovery Fund. Ma è comunque una svolta che segna anche un passaggio politico di non poco conto nello scacchiere europeo. Cambiano gli equilibri, è un continente a geometrie variabili. L’Europa di ieri non è quella di oggi e i leader che hanno giocato la loro partita nel campo impantanato di Bruxelles hanno partorito una nuova idea di Unione, con schermi diversi e strategie che adesso lentamente prendono forma.

La Merkel incoronata dall’Europa

A dirigere l’orchestra della nuova Europa rimane il vecchio maestro: Angela Merkel. Charles Michel e Ursula von der Leyen, teorici leader dell’Unione, sono apparsi da subito utili ma in realtà deboli. È la cancelliera tedesca il vero dominus di questa lunghissima trattativa sul fondo europeo post-pandemia e non è un caso che l’intesa si arrivata nel momento in cui iniziava il semestre della Germania come presidente di turno Ue. La casualità, in politica, non è di certo così comune come sembra. Al contrario tutto è stato architettato alla perfezione e anche nei momenti di sconforto da parte di Berlino, non va mai dimenticato che i Paesi Bassi hanno per anni rappresentato la fronda estremista della diplomazia tedesca, mentre i Paesi mediterranei il modo che ha avuto la Germania di Merkel per contrastare l’estremo rigore del Nord. Un grande burattinaio con sede a Berlino ha saputo gestire e trovare un’intesa che per la Germania è stata da sempre essenziale, coordinata grazie a un sostengo silenzioso ma costante di Emmanuel Macron, secondo vertice dell’asse franco-tedesco certificato ad Aquisgrana. Ora, ad accordo fatto, tutti concordano nel ritenere la Merkel la vera leader dell’Unione europea e artefice di questa intesa. Dichiarazioni che confermano un processo già avvenuto di incoronazione dal basso prima ancora che dall’alto della Kaiserin europea, personaggio a cui ormai tutti i capi di Stato e governo del continente si inginocchiano per manifestare rispetto e fedeltà ai suoi dogmi. Lo dimostrano anche le parole di Kyriakos Mitsotakis, premier della Grecia umiliata dalla Troika, che al Consiglio europeo ha espresso tutto il suo consenso verso il piano europeo e soprattutto fiducia in Angela Merkel. Curiosa rivoluzione culturale per un Paese che avrebbe dovuto minare, qualche anno fa, proprio il sogno merkeliano.

La strategia di Macron

Dall’altra parte, Emmanuel Macron ha tessuto bene la sua trama pur mantenendosi debitamente in disparte. Innanzitutto il piano varato dal Consiglio europeo è stato fortemente voluto dal presidente francese, che non ha mai nascosto la sua piena adesione verso il progetto europeista. La proposta tedesca è stata di fatto anche francese e questo ha reso evidente a tutti che l’asse franco-tedesco, considerato da molti in crisi, in realtà ha saputo affondare il colpo finale proprio come un vecchio scorpione. Mai mettere in discussione, troppo in fretta, l’alleanza fra Parigi e Berlino. Un’alleanza che serve sicuramente alla Germania, dal momento che nulla può essere fatto senza il piano sostegno della Francia. Ma che serve soprattutto a Macron per dare ossigeno alle casse francesi, colpite duramente dalla pandemia da coronavirus. Diventando il referente dei mediterranei e l’interlocutore privilegiati della Germania, il capo dell’Eliseo ora può essere tranquillo anche con il proprio elettorato e può puntare i piedi su diversi fronti. sa che la Merkel gli deve un favore e può gestirlo come meglio crede. A partire dai fronti caldi sulla scena internazionale dal Nord Africa al rapporto con la Turchia fino a una concessione di maggiore libertà sul fronte dei rapporti atlantici.

Un’ariete di nome Rutte

La scena rubata dai frugali, e in particolare dall’Olanda guidata da Mark Rutte, dà invece una notevole accelerazione al cosiddetto blocco della nuova Lega anseatica. Il Paesi scandinavi, gestiti dalla nuova Gran Bretagna (e cioè dall’Aja) rappresentano ora i falchi a cui i mediterranei dovranno renderne conto. Rutte ha giocato bene le sue carte e quelle degli altri rigoristi dell’Europa centro-settentrionale. È riuscito a mostrarsi come nuova spina nel fianco d’Europa, ma ha soprattutto trovato l’escamotage per ricattare il continente (mettendo a segno il colpo da 26 miliardi sui rebate) e gestendo le cosiddette “cicale” anche di fronte all’opinione pubblica europea. Gli serviva un palcoscenico politico dove giocare la parte del cattivo minacciando il proprio crollo: e in una classica logica da “muore Sansone” ha vinto la sfida anche a costo di passare per cattivo. Ora in Europa esiste una nuova potenziale Londra ed esiste un nuovo gruppo in grado di dire la sua sull’Unione franco-tedesca.

Visegrad fa quadrato

Gruppo che si confronterà con Visegrad, che da questo estenuante negoziato gestito in trincea, ha vinto la sua guerra ideologica nei confronti dell’Europa occidentale. La lotta di Rutte e dello stesso Macron sui fondi basati sullo “stato di diritto” è passata come una dichiarazione di intenti e politica più che di sostanza. E Viktor Orban, che ha saputo giocare all’ultimo la carta dell’asse con Giuseppe Conte, si è guadagnato in parte la leadership del Gruppo V4, ma ha soprattutto ricollegato i fili della sua diplomazia anche nel Mediterraneo e nell’Europa centrale. È servito anche il suo appoggio, e questo non è un dato relativo per un Paese messo alla gogna da molti.

La Spagna vuole scalzare l’Italia

Una necessaria presenza che può aiutare anche lo schivo Pedro Sanchez, che da leader di una Spagna in pericolo si è saputo ritagliare uno spazio di manovra da non sottovalutare. Silenzioso e mai definito nelle sue posizioni, il socialista spagnolo ora sa di poter contare qualcosa rispetto all’Italia, che da questo negoziato appare sì come capo del blocco mediterraneo, ma a costo di essere anche il simbolo delle “cicale” del Sud. Figura che Madrid non voleva rappresentare, dal momento che preferisce da sempre giocare di sponda con Parigi e Berlino per scardinare Roma come terza potenza d’Europa. L’idea di non tracciare mai linee rosse ha aiutato la Spagna a piacere a tutti, specie a Macron e Merkel. Che ora sanno che è a ovest (in terra iberica) e non a sud (nella penisola italica) che hanno il loro vero interlocutore privilegiato. Ed è un tema su cui l’Italia dovrà riflettere e molto. Perché da questo negoziato giocato come ariete di sfondamento rischia di subire un boomerang dai pericolosi effetti geopolitici. Conte ha voluto mettersi alla guida dell’esercito anti frugali, ma si è fatto anche molti nemici. Non è considerato affidabile e sicuramente il prezzo che dovrà pagare l’Italia in termini di riforme su cui si baseranno i prestiti concessi dall’Europa pone Roma in una posizione subalterna al resto dei Paesi. Siamo tra quelli che otterranno di più dall’Ue, ma questo non è un vanto: significa che siamo i veri sorvegliati speciali da questa Europa che ha fatto di tutto per tagliare sovvenzioni e espandere la linea di credito. L’impressione, a poche ore dal summit, è che la vittoria del premier in Europa sia una vittoria di Pirro che pagheranno gli italiani. I prestiti legati alle riforme significano sempre una cessione di poteri: cosa che nessuno ha fatto come noi in questo negoziato. L’Europa sta cambiando.

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