L’inviato dell’Independent Robert Fisk, da poco tornato da un reportage in Siria, ha scritto che le guerre, quando stanno per concludersi, diventano più pericolose. Il caso siriano ne è un esempio. Come abbiamo scritto tempo fa, Bashar al Assad, salvo eventi eclatanti, ha ormai vinto la guerra. La partita contro lo Stato islamico è ormai chiusa e i ribelli sono asserragliati essenzialmente nella provincia di Idlib, a Daraa e al confine con la Giordania.

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L’operazione turca “Ramoscello d’olivo“, iniziata il 20 gennaio scorso, prosegue anche grazie alla bassa manovalanza dell’Esercito siriano libero, usato prima da Recep Tayyip Erdogan per combattere contro Damasco e ora riciclato contro i curdi.

I curdi siriani ritengono che la luce verde a questa operazione sia arrivata dopo un accordo tra Putin e il Reìs che prevederebbe per Mosca il via libera per eliminare i ribelli asserragliati a Idlib. In questo modo, secondo Alberto Negri, “i curdi sarebbero stati traditi due volte. Dagli americani che dopo averli usati nell’assedio di Raqqa contro l’Isis adesso li lasciano come bersaglio della Turchia. Ma anche dalla Russia che comunque ha sempre fornito uno storico sostegno ai curdi, in particolare del Pkk, storico partito marxista-leninista che per altro da diverso tempo ha abbandonato la versione ideologica più ortodossa per abbracciare una visione più aderente alla realtà sociale del Medio Oriente”.

Diplomazia, pragmatismo e cinismo si fondono pericolosamente in questa fase del conflitto, dove Assad pensa al futuro e scrive, secondo quando riferisce Debka, al premier israeliano Benjamin Netanyahu per rassicurarlo: “Non cerco la guerra. Tutto ciò che voglio è concentrarmi sulla riunificazione della Siria e sulla ricostruzione delle rovine causate dalla guerra” (Qui un’analisi di Davide Malacaria per il nostro sito). Una mano tesa, accolta con stupore e speranza da molti. 

Oggi, però, l’aviazione di Tel Aviv ha lanciato un attacco missilistico contro una posizione militare siriana a Jamraya, nella periferia settentrionale di Damasco. Tra i target colpiti ci sarebbe anche una sezione del Centro Studi e Ricerche Siriane. Non è la prima volta che Israele bombarda le postazioni governative e, forse, questo potrebbe essere un messaggio lanciato ad Assad: i tempi non sono ancora maturi per una trattativa.

Il nodo da sciogliere, come è stato più volte sottolineato, riguarda la presenza delle truppe iraniane (e affini a Teheran, come gli Hezbollah libanesi) ai confini dello Stato ebraico. Nonostante Assad abbia assicurato che non consegnerà il limes siriano a forze diverse da quelle di Damasco, è però evidente che, prima o poi, il suo governo dovrà pagare pegno all’Iran (e alla Russia).

È ormai chiaro che la Siria verrà “spartita” in zone di influenza (e di fatto lo è già). Ma i nuovi equilibri rischiano di aprire la fase più dura del conflitto. 

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