A circa una settimana dal voto, l’esito delle elezioni presidenziali americane appare più incerto che mai; Donald Trump e Hillary Clinton viaggiano sul filo dell’equilibrio, come dimostrato dai più recenti sondaggi elettorali, che quantificano in pochi punti percentuali la distanza tra i due candidati: a domenica 30 ottobre, la ABC e il Washington Post assegnavano alla candidata democratica il 49% dei suffragi su scala nazionale, in contrapposizione al 46% attribuito a Donald Trump, mentre secondo il Los Angeles Times Trump in questo momento avrebbe concretizzato il sorpasso sull’avversaria, conducendo la corsa col 46% contro il 44% della Clinton.LEGGI ANCHE: Quando Hillary voleva manipolare il votoI sondaggi che analizzano le tendenze nazionali sono da prendere con le pinze, in quanto non completamente indicativi del reale destino delle elezioni, per tre importanti motivi: in primo luogo, come spiegato da Marcello Foa, essi proiettano su scala nazionale un risultato costruito sulla base delle opinioni di poche centinaia o poche migliaia di intervistati. Inoltre, essi sono fortemente influenzati dalla variabilità etnica, religiosa e sociale del campione di riferimento e da fenomeni di wishful thinking: i sondaggi condotti dai media pro-Clinton dopo la pubblicazione da parte del Washington Post del video del fuori onda sessista di Trump, infatti, sembravano delineare uno scenario assolutamente favorevole alla candidata democratica, attribuendole un distacco superiore ai dieci punti percentuali e prevedendo un repentino declino delle possibilità di vittoria di Trump.Nei fatti, tuttavia, l’impatto elettorale dello “scandalo” delle frasi sessiste di Trump, al netto del polverone suscitato, sembra esser stato altamente limitato, mentre la quasi contemporanea pubblicazione di migliaia di e-mail compromettenti della candidata democratica da parte di WikiLeaks potrebbe avere effetti ben più rilevanti.In ogni caso, la terza e più importante motivazione della modesta rilevanza dei sondaggi nazionali nell’analisi delle presidenziali americane concerne la struttura stessa del sistema elettorale degli USA: la corsa alla Casa Bianca, infatti, viene decisa non attraverso la conquista del maggior numero di voti su scala nazionale ma per mezzo della conquista della maggioranza dei cosiddetti “Grandi Elettori” assegnati da ogni Stato (eccezion fatta per Nebraska e Maine) al candidato vincente secondo il principio del winner takes all. Il candidato che dovesse prevalere, anche solo in termini relativi, di un solo voto sugli altri in uno specifico Stato dell’Unione conquisterebbe tutti i suoi Grandi Elettori, assegnati secondo un sistema proporzionale alla popolazione in numero mai inferiore a 3. La conquista del magic number, cioè di 270 Grandi Elettori su un totale di 538 componenti del Collegio Elettorale incaricato dell’investitura del Presidente degli Stati Uniti, rappresenta per un candidato il necessario presupposto per l’ingresso alla Casa Bianca.LEGGI ANCHE: I programmi economici di Trump e ClintonL’elevata complessità del sistema elettorale americano, di conseguenza, porta la campagna presidenziale a strutturarsi in maniera focalizzata mano a mano che ciascun candidato individua i suoi safe States (ovverosia gli Stati dove conta di potersi imporre con un buon margine di sicurezza) e i potenziali swing States, cioè gli Stati maggiormente in bilico e destinati a svolgere il ruolo di ago della bilancia per la decisione del risultato finale delle elezioni. Temi caldi della campagna, variabilità etnica e religiosa interna e evoluzioni politiche delle realtà locali concorrono alla definizione degli swing States nelle diverse campagne presidenziali. Per l’imminente elezione dell’8 novembre, l’attenzione della Clinton e di Trump è particolarmente rivolta verso Stati come Ohio, Florida, Arizona, Pennsylvania, North Carolina e Utah, ove i candidati sono divisi da scarti ridottissimi, mai superiori ai 3 punti percentuali, ei comitati sono dediti al massimo sforzo al fine di tirare la volata agli aspiranti presidenti.A rivestire una particolare importanza tra gli swing States sono, in particolare, Florida e Ohio. In primo luogo, assegnando rispettivamente 29 e 18 Grandi Elettori, essi rappresentano il bottino più sostanzioso nel paniere degli swing States e, presi nel complesso, garantirebbero al candidato che li conquistasse entrambi quasi un quinto dei voti necessari all’accesso alla Casa Bianca; in secondo luogo, la loro importanza storica nel contesto delle elezioni americane testimonia come, molto spesso, una vittoria in Florida e in Ohio rappresenti un passaggio obbligato per la vittoria finale di un candidato presidente.L’Ohio, dal 1960 in avanti, ha sempre votato a favore del candidato che poi avrebbe vinto le elezioni, mentre la Florida risultò cruciale, dopo accesissime schermaglie legali, per la vittoria di George W. Bush contro Al Gore nel 2000, permettendo al candidato repubblicano di sopravanzare di 5 Grandi Elettori nonostante le 500.000 preferenze in meno raccolte complessivamente su scala nazionale.LEGGI ANCHE: La politica estera di Clinton e Trump a confrontoGli ultimi sondaggi riguardanti Ohio e Florida propongono una situazione di equilibrio quasi assoluto: nel primo dei due Trump al 30 ottobre condurrebbe col 45,3% contro il 44,3% della Clinton, mentre in Florida la situazione sarebbe di parità, 44,4% a entrambi i candidati, prospettando una battaglia all’ultimo voto come accaduto nel 2000. L’alta incertezza dei due Stati è dovuta, in primo luogo, alla variegata conformazione delle società e dei mondi politici ad essi interni. In Ohio risulterà decisivo l’orientamento di numerosi settori del corpo elettorale tradizionalmente favorevoli ai democratici, ma che nell’attuale campagna sembrano dimostrare una particolare predisposizione per Trump, primi fra tutti gli impiegati del settore manifatturiero, il terzo in ordine di rilevanza tra quelli dei 50 Stati federali degli USA, altamente stuzzicati dalle proposte economiche del tycoon repubblicano. In Florida, invece, la componente etnica potrebbe avere un peso decisivo: una maggiore partecipazione al voto degli elettori di origine latinoamericana ed etnia ispanica dovrebbe tendenzialmente favorire la Clinton, sebbene nello Stato sussistano numerose comunità di immigrati cubani, haitiani e portoricani che potrebbero, secondo Politico, appoggiare il conservatorismo di Trump e avvicinarsi alla piattaforma repubblicana maggiormente rigorosa sotto il profilo religioso.Un commento a parte merita invece il caso dello Utah: nell’arido e scarsamente popolato Stato del Sud-Ovest, infatti, i sondaggi prospettano per Trump un vantaggio rassicurante di oltre 6 punti percentuali su Hillary Clinton, ma individuano la maggiore minaccia per la conquista repubblicana dei 6 Grandi Elettori da esso assegnati nella candidatura dell’indipendente Evan McMullin, ex agente della CIA ed ex consulente repubblicano al Congresso classe 1976 che potrebbe affermarsi a sorpresa nello Utah sfruttando il consenso della comunità mormone (che rappresenta il 60% della popolazione di Salt Lake City e dintorni) a cui esso appartiene. Una vittoria di McMullin nello Utah non pregiudicherebbe le possibilità di vittoria finale di Trump, ma sarebbe sicuramente un ostacolo importante sulla sua corsa verso la Casa Bianca: in ogni caso, l’alta instabilità elettorale di molti Stati rende decisamente importante anche la conquista di realtà relativamente piccole come lo Utah, dato che si prospetta una corsa serrata nella quale i singoli delegati potrebbero, alla prova dei fatti risultare decisivi.

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