Hanno vinto i manifestanti o è il governo ad aver ceduto? Tracciare una precisa linea di confine per analizzare quanto sta accadendo in questi giorni a Hong Kong è un’impresa inutile, e quello che ne uscirebbe sarebbe solo una sbiadita rappresentazione di comodo di una realtà ben più complessa. Una sola è la certezza: le autorità fanno un passo indietro, anche se non è detto che in futuro possano farne due in avanti. Per il momento la discussione della legge sull’estradizione forzata in Cina è stata sospesa dal governo locale. Quindi è corretto dire che i tanti giovani che chiedevano libertà, democrazia e indipendenza da Pechino sono usciti vincitori dal braccio di ferro con il potere centrale? Non proprio.

Evitare una nuova Tienanmen

La decisione della governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, di congelare il dibattito legislativo sulle estradizioni in terra cinese è una scelta saggia ma allo stesso tempo razionale e cinica. Se le proteste, ormai diventate vere e proprie rivolte, fossero continuate, avrebbero probabilmente costretto Pechino a usare il pugno duro. La manifestazione pacifica si sarebbe trasformata in una guerra civile con il rischio, per la Cina, di una nuova Tienanmen. Per evitare un secondo massacro, il Partito ha lasciato la corda. “Le nostre intenzioni erano sincere, volevamo colmare alcune lacune normative – ha spiegato Lam – ma visto quanto successo non era possibile andare oltre. Siamo un governo responsabile e ora diamo la priorità alla ricostruzione della pace”.

Il gioco non valeva la candela

La legge sull’estrazione non è più una priorità per la Cina; per Pechino la legge è importante, ma salvaguardare gli affari è ancor più vitale per consentire lo sviluppo del Paese. Hong Kong, tornata in mani cinesi nel 1997 ed è un importante polo economico e finanziario. Le scene di guerriglia urbana che hanno “sporcato” le sue strade avrebbero potuto danneggiare anche la sua immagine agli occhi degli investitori stranieri. La Cina continentale aveva i mezzi per stroncare la protesta degli hongkonghesi, poteva usare il pugno duro, ma alla fine ha desistito. Il gioco non valeva la candela: ottenere l’estradizione dei criminali per perdere la fiducia del mercato.

Tutelare gli affari

Se le violente proteste fossero continuate per giorni, settimane, mesi, le multinazionali con sede a Hong Kong avrebbero fatto le valige per altri lidi. Ricordiamo che questa città fa sì parte della Cina ma gode di uno status speciale, e dal punto di vista economico è più indipendente delle altre città cinesi. I tanti e ricchi investitori locali vogliono pace e tranquillità. Solo in un contesto simile si chiudono gli affari, si realizzano profitti milionari. Come se non bastasse gli Stati Uniti erano usciti allo scoperto minacciando di non riconoscere più lo status speciale di Hong Kong qualora fosse stata approvata la legge sull’estradizione. In quel caso, sosteneva Washington, il segnale era chiaro: Hong Kong sarebbe diventato come la Cina, e quindi avrebbe dovuto essere trattato come Pechino. Dazi commerciali inclusi. Al momento, infatti, Hong Kong è esente dalle tariffe americane per un vecchio accordo denominato United States-Hong Kong Policy Act; la città, in termini di esportazione commerciale ed economia, è trattata diversamente dal resto della Cina continentale. Tutelare gli affari è meglio di tutto il resto.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.