All’indomani dell’ennesimo fine settimana di proteste, l’amministrazione di Hong Kong ha fatto un’importante passo indietro. È stata infatti ritirata in via formale la proposta di riforma della legge sull’estradizione in Cina, la stessa che a partire da giugno ha spinto milioni di cittadini a scendere in piazza per protestare contro le autorità locali, considerate marionette nelle mani di Pechino. Giorno dopo giorno, la rabbia degli hongkonghesi è cresciuta sempre di più insieme all’intensità degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Se all’inizio l’unico bersaglio dei cortei era la controversa legge approvata dalla governatrice Carrie Lam, ben presto la protesta si è trasformata in una manifestazione semipermanente a favore della democrazia. Tra le riforme richieste, infatti, vi era anche l’introduzione del suffragio universale. Il ritiro della riforma era già stato anticipato un mese fa, esattamente 6 mesi dopo la prima lettura del parlamento e 8 dall’annuncio dello stesso progetto. Adesso ecco la svolta tanto attesa, pochi giorni prima della ripresa dei lavori dell’Assemblea Legislativa. L’annuncio del ritiro formale è stato dato proprio all’Assemblea dal segretario alla Sicurezza di Hong Kong, John Lee. Ricordiamo che, nel caso in cui fossero stati approvati gli emendamenti alla legge sull’estradizione, Pechino avrebbe potuto ottenere l’estradizione dei cittadini di Hong Kong.

Vittoria della piazza o piano della Cina?

Come bisogna interpretare questo nuovo evento? C’è chi parla della vittoria della piazza, ma in realtà è ancora presto per decretare il successo dei manifestanti. Anche perché il Financial Times ha rilanciato un’indiscrezione secondo la quale la Cina starebbe elaborando un piano per rimuovere la governatrice di Hong Kong. Fin qui, prosegue il quotidiano britannico, che cita una fonte anonima, Pechino ha sempre sostenuto Carrie Lam e le sue decisioni, ma adesso la pazienza sarebbe finita. Il Dragone vorrebbe piazzare a capo della regione autonoma un governatore ad interim, in attesa di nuove elezioni previste nel 2022. La decisione finale dipenderà dalla situazione della città, che prima di tutto dovrà essere stabilizzata. Anche perché non dovrà assolutamente passare il messaggio che la Cina si sia arresa alla violenza della piazza. L’ufficio di Lam non ha commentato, mentre la Cina definisce la notizia un insieme di “rumors politici con secondi fini”. Così li ha definiti il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Hua Chunying.

Le due ipotesi

Le ipotesi sono due. La prima è che alla notizia di una sua possibile rimozione Carrie Lam si sia convinta a concedere qualcosa in più ai manifestanti in modo da placare la loro rabbia e far ritornare la situazione sotto il controllo delle autorità. Sarebbe un azzardo, perché non è detto che gli attivisti pro democrazia si accontentino di così poco. L’altra ipotesi è che il ritiro della riforma sulla legge sull’estradizione sia il primo step della strategia di Pechino, che come detto prevede una stabilizzazione generale di Hong Kong antecedente all’introduzione di un nuovo, eventuale, governatore ad interim. In ogni caso, l’ultima parola spetterà al Partito Comunista cinese, anche se la sensazione è che la carriera politica di Carrie Lam sia prossima alla conclusione.

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