“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Il 20 dicembre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha consegnato l’onorificenza di Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia, alla vedova dell’ambasciatore Luca Attanasio ucciso in un agguato in Congo assieme al carabiniere di scorta e l’autista. Al Quirinale erano presenti alla cerimonia la moglie del giovane diplomatico, Zakia Seddiki, la figlia Sofia, il padre Salvatore, la sorella Maria.
Due giorni dopo il ministero della Difesa ha avviato l’iter per assegnare al carabiniere Vittorio Iacovacci, che fece scudo con il suo corpo all’ambasciatore, la medaglia d’oro alla memoria. Il ministero degli Esteri ha intitolato ad Attanasio la sala della Farnesina utilizzata per i concorsi degli aspiranti diplomatici. Bello, giusto, ma non bastano medaglie e riconoscimenti per onorare la memoria dell’unico ambasciatore italiano ucciso in tempo di pace assieme alla sua scorta. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, l’ha chiarito senza se e senza ma, pochi giorni prima di Natale: “Auspico che venga fatta finalmente luce sul loro assassinio, e che si accertino prontamente tutte le responsabilità”.

L’agguato del 22 febbraio scorso in Congo è stato dimenticato in fretta dai media e dall’opinione pubblica nonostante i tanti aspetti ancora oscuri. Nel buco nero sta facendo luce la procura di Roma, che a breve dovrebbe chiudere le indagini, ma la strada per arrivare a verità e giustizia è tutta in salita. Il Programma alimentare mondiale, responsabile del convoglio finito in un agguato cerca di alzare lo scudo dell’immunità diplomatica sui suoi funzionari pesantemente coinvolti nella triste fine dell’ambasciatore, del carabiniere e dell’autista congolese, Mustafa Milambo. Le autorità di Kinshasa collaborano fino ad un certo punto. Non c’è certezza su chi abbia premuto il grilletto, i tagliagole dell’imboscata o le guardie del parco Virunga intervenute scatenando un conflitto a fuoco. Sulla matrice dell’agguato ed eventuali mandanti la nebbia è ancora più fitta. Pure la Farnesina e la nostra intelligence dovrebbero spiegare come mai il raddoppio della scorta richiesta da Attanasio è stato bocciato e nessuno ha pensato di intervenire per fermare l’ambasciatore in un viaggio non protetto e ad alto rischio.

Luca, Vittorio, Mustapha sono vittime che non vanno dimenticate  e per questo InsideOver vuole raccontare i drammi senza fine del Congo e alzare il velo sulle ombre che ancora avvolgono l’agguato del 22 febbraio. Per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto, lettori, (Sostieni il reportage “Il Congo sanguina”) se credete che la tragica fine dell’ambasciatore e le altre due vittime non vada relegata nell’oblio oppure insabbiata senza colpevoli nella palude dei cavilli giudiziari e diplomatici. Ostacoli da sgomberare e lati oscuri da chiarire sono ancora tanti.

Indagini e immunità diplomatica

L’inchiesta del procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, ha subito puntato il dito contro il ruolo ambiguo del Pam, agenzia delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha scritto al direttore del Pam chiedendo senza indugi “la massima collaborazione con la magistratura italiana” e “una rapida risposta alla richiesta di elementi utili per le attività investigative in corso”.
Il responsabile della sicurezza del convoglio finito nell’imboscata, Mansour Rwagaza, è indagato con l’accusa di omicidio colposo per omessa cautela. Non avrebbe chiesto con i cinque giorni previsti di anticipo il via libera al viaggio per ottenere la scorta armata delle forze di sicurezza congolesi ed eventualmente dei caschi blu dell’Onu presenti in zona. L’ambasciatore e il carabiniere di scorta hanno viaggiato su macchine non blindate con i giubbotti antiproiettile nel bagagliaio. E, fatto ancora più grave, sarebbe stata pure falsificata la lista dei nomi dei partecipanti alla missione omettendo quelli di Attanasio e Iacovacci. Forse per evitare che la visita al progetto del Pam saltasse per la mancata protezione.

Le indagini devono chiarire anche il ruolo di altri personaggi, primo fra tutti l’italiano Rocco Leone, numero due del Programma alimentare mondiale in Congo, a bordo del convoglio, testimone oculare scampato per miracolo all’agguato. Un altro carabiniere italiano in servizio presso l’ambasciata italiana a Kinshasa ha raccontato che nei giorni prima del viaggio della morte aveva sentito il suo collega Iacovacci, consapevole dei rischi, parlare con Leone e Rwagaza sulle misure di sicurezza adottate per la missione.

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CAUSALE: Reportage Congo
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I legali dell’agenzia dell’Onu, con sede centrale a Roma, hanno tentato di alzare lo scudo dell’immunità per i dirigenti coinvolti nell’inchiesta. E pensare, che con il cadavere ancora caldo di Attanasio, il Pam aveva giurato massima apertura e disponibilità per fare luce sull’agguato. In realtà il loro uomo indagato, secondo la procura di Roma, non gode di alcuna immunità diplomatica non essendo accreditato nel nostro paese.

Chi ha sparato?

L’ambasciatore doveva visitare un progetto Pam per le scuole nell’Est del paese. Il convoglio è stato intercettato sulla strada N2, che parte da Goma tagliando la provincia congolese del Kivu nei pressi del mercato di Kibumba. Tra il 2018 e il 2021 gli investigatori italiani hanno scoperto che sullo stesso percorso si sono verificati almeno 20 scontri a fuoco che hanno coinvolto i ranger, le guardie del parco Virunga. Secondo il racconto di Leone almeno cinque uomini armati di kalashnikov e uno di machete hanno partecipato all’agguato fermando il convoglio. I passeggeri, compreso l’ambasciatore ed il carabiniere, sono stati costretti a scendere e poi a seguire la banda nel fitto della foresta. I ranger del parco sono intervenuti nel tentativo di liberare gli ostaggi.

Secondo il rapporto dell’Onu il conflitto a fuoco è scoppiato ad un paio di chilometri dal convoglio. Iacovacci aveva lasciato la pistola d’ordinanza sul fuoristrada del Pam, ma dopo i primi spari avrebbe fatto da scudo all’ambasciatore cercando di proteggerlo e allontanandolo dalla linea di fuoco. Il carabiniere è stato colpito mortalmente al collo da un proiettile di Ak 47, ma sia i ranger che i presunti sequestratori  hanno sparato con quest’arma. Per Attanasio, ferito gravemente all’addome, non c’è stato nulla da fare.

Il terzo italiano, Leone, zoppicava e sarebbe rimasto indietro. Così è riuscito a dileguarsi durante il conflitto a fuoco. La sua guardia del corpo, ferita, si è salvata fingendosi morta.
Un anno dopo l’agguato non è ancora chiaro al 100% se Attanasio e Iacovacci siano stati uccisi dagli assalitori o dal fuoco amico.

“Gran parte dei poliziotti e militari congolesi sono un’Armata Brancaleone, poco addestrati e con il grilletto facile. Figuriamoci  i rangers del parco nazionale intervenuti per primi dopo l’imboscata del 22 febbraio. Non ci sarebbe da stupirsi se aprendo il fuoco abbiano ucciso, per sbaglio, l’ambasciatore ed il carabiniere” spiega al Giornale chi ha fatto il lavoro di scorta in Congo.

I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale avrebbero dovuto compiere un’ulteriore missione investigativa in Congo concentrandosi sui dati e le ricostruzioni balistiche per cercare di capire con definitiva certezza chi ha tirato il grilletto. Il governo congolese, nonostante le promesse iniziali, non collabora come dovrebbe per fare luce sulle zone d’ombra forse temendo che possano emergere verità imbarazzanti.

Gli scheletri nell’armadio italiani

Il nostro paese è esente da responsabilità, dirette o indirette, sul tragico agguato? Nel 2018, un anno dopo il suo insediamento l’ambasciatore aveva chiesto alla Farnesina di raddoppiare la scorta in Congo, che contava solo su 2 carabinieri. Il ministro degli Esteri aveva avviato un’ispezione, come da prassi, che ha respinto la richiesta. Il livello di sicurezza della nostra ambasciata in Congo si è incredibilmente ridimensionato negli anni. “Dal 2014 ci sono solo 2 operatori di scorta, prima eravamo in 4 e prima ancora il reggimento Tuscania (carabinieri paracadustisti nda) aveva 8 uomini” rivela una fonte dell’Arma. Per assurdo è capitato che non ci fosse neanche un autista e l’uomo di scorta ha chiesto, in alcune situazioni, all’ambasciatore di guidare, altrimenti non avrebbe potuto proteggerlo in maniera adeguata.

La nostra intelligence perché non ha fermato Attanasio pur sapendo bene che la zona dalla missione del Pam non era sicura con un convoglio senza scorta?  Una fonte militare del Giornale sottolinea che “il movimento dell’ambasciatore da A a B dipende in ultima analisi dalla scorta italiana e dai nostri servizi, che devono autorizzare o meno gli spostamenti con tutte le garanzie di sicurezza dettate dalla situazione”. Purtroppo l’area del Congo era coperta da un ufficiale dei servizi segreti assegnato alla nostra ambasciata in Angola. Anche se il convoglio veniva gestito dal Programma alimentare mondiale, gli italiani dovevano accertare il livello di rischio e giudicare se fosse sufficiente la protezione. Qualcosa è andato storto come conferma un carabiniere che ha operato come scorta in Congo:  “L’Onu avrebbe potuto anche non avere uomini disponibili o rifiutarsi di concedere una scorta di caschi blu perché il tragitto è “giallo”, ma in questi casi ci si rivolge alla polizia locale chiedendo almeno una camionetta con degli agenti”.

Ancor più se il primo rapporto della nostra intelligence a “caldo”, dopo la morte degli italiani e dall’autista congolese, confermava i pericoli lungo il tragitto. Il luogo dell’agguato, hanno scritto gli 007, “è ricompreso in un’area, denominata “Zona delle tre antenne” ad alto rischio per la sicurezza”.

Banditi o altro?

Sulla matrice dell’imboscata, che ha provocato la morte dell’ambasciatore, si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Ancora oggi gli assassini non sono stati identificati e non è chiaro se fosse una tentata rapina, un rapimento o qualcosa di peggio. Il governo di Kinshasa aveva accusato i resti degli hutu delle Forze democratiche di liberazione del Ruanda annidati nel Kivu. Al contrario alcuni missionari comboniani hanno chiamato in causa il discusso colonnello Jean Claude Rusimbi legato al governo ruandese e coinvolto in massacri nella turbolenta zona di confine. Nell’area sono spuntate anche formazioni jihadiste e l’intelligence sottolinea che a Goma, i terroristi ispirati dal Califfato, hanno impiantato una cellula. Paradossale, che proprio l’Isis africano abbia accusato di recente la “milizia Mai Mai, alleata dell’esercito congolese” per combattere i gruppi jihadisti, “di avere ucciso un anno fa a Goma l’ambasciatore italiano”.

Tattiche dei mille specchi o fumo negli occhi, che sono un motivo in più per  dare un nome e cognome agli assassini di Attanasio, Iacovacci e  Milambo facendo piena luce sulla matrice dell’agguato. L’arduo compito spetta alla procura di Roma e al governo italiano. Noi giornalisti, andando sul posto con l’aiuto di voi lettori, racconteremo in un reportage il Congo dimenticato che sanguina oltre alle zone d’ombra, i dubbi, le domande senza riposta sulle nostre vittime: l’autista, il carabiniere e l’ambasciatore.

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