La sinistra americana continua a sottovalutare Donald Trump. La sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 per molto tempo è stata derubricata come un incidente di percorso, un temporaneo blackout e un colpo di fortuna per il tycoon newyorkese. Per quattro anni i dem si sono detti convinti che l’anomalia sarebbe rientrata e la storia riportata sulla retta via. La vittoria di Joe Biden, secondo molti all’interno del partito dell’asinello, è stata la pietra tombale del trumpismo e la fine dell’incidente. Peccato però che non sia esattamente così.

Doug Sosnik stratega dem di epoca clintoniana nonché consulente per diversi esponenti del partito ha messo in guardia i dem delineando e formalizzando i cinque falsi miti che hanno accompagnato il sospiro di sollievo della sinistra. Per Sosnik la coalizione che ha accompagnato Trump alla vittoria è molto più ampia e forte rispetto al 2016. Paradossalmente, nota lo stratega, anche se Trump non dovesse candidarsi nel 2024, il suo controllo del partito sarebbe molto forte con un ruolo decisivo nella selezione dei candidati.  Quella di Sosnik non è solo una sensazione, è qualcosa che trova un fondamento sia nel voto del 2020 che in quelli locali che si sono tenuti nel 2021 in Virginia e New Jersey. Segnali che confermano ben cinque false speranze sui quali i dem hanno fondato le loro strategie future.

1 – Il colpo di fortuna

Per molto tempo nella sinistra americana è rimasta la convinzione che il successo repubblicano del 2016 fosse semplicemente dovuto alla debolezza di Hillary Clinton. Uno scenario gravato anche a otto anni di governo Obama. L’elezione del 2020 che ha incoronato Joe Biden ha dimostrato però  che Donald Trump è stato in grado di ampliare la sua base elettorale. In quattro anni il numero di voti raccolti è aumentato di ben 11 milioni.

Nel giro di una notte il teorema dietro alle soglie marginali di voti conquistate da Trump per conquistare la Casa Bianca nel 2016 è venuta meno. In quel voto, notarono i dem, Trump si era imposto su Clinton grazie a margini ridottissimi in alcuni stati che solitamente votavano per i democratici come in Michigan (10 mila voti), Wisconsin (22 mila) e Pennsylvania (44 mila).

Ma quattro anni dopo dall’altro lato è avvenuto un fenomeno analogo per Biden che si è imposto con margini limitati in Arizona (10 mila voti), Georgia (11 mila) e Wisconsin (20 mila). Soglie e numeri che difficilmente possono aiutare a tenere in piedi il teorema dell’errore casuale. L’America è un Paese sempre più polarizzato e ormai le elezioni si giocano su soglie ridottissime.

Clinton e Trump durante un dibattito nel 2016.

2 – La mancata spinta della demografia

Fin dalla vittoria di Barack Obama nel 2008 la sinistra ha maturato la convinzione che la demografia e le migrazioni avrebbero dato la spinta decisiva a conquistare per diverso tempo Casa Bianca e Congresso. Ma anche questa si è rivelata un’illusione. Per capirlo basta guardare alcuni flussi di voto nelle elezioni del 2020. Poco più di un anno fa il partito repubblicano ha dimostrato di essere in grado di migliorare i voti raccolti da diverse minoranze come ispanici, asiatici e persino elettori afroamericani.

Ma il vero campanello di allarme è tra gli elettori di origine latinoamericana che rappresentano un elettore su otto ma soprattutto uno dei segmenti elettorali più in crescita. Se è vero che Biden ha vinto tra i latinos con un margine di 30 punti, è altrettanto verto che sono arrivati segnali in senso opposto. Prendiamo ad esempio la contea di Dade in Florida o quella di Rio Grande nel Sud del Texas: in entrambi i casi Donald Trump è riuscito a guadagnare terreno aumentando i voti delle comunità ispaniche: più 20 punti nel primo caso e più 12 nel secondo. Conti alla mano un’oscillazione di otto punti tra il 2016 e 2020 a livello nazionale. In Florida il ribaltamento è stato così netto che il Gop è riuscito anche a riprendere due seggi della Camera dei rappresentanti.

Le ragioni dietro questo miglioramento sono diverse. Per prima cosa sono spesso elettori giovani che non hanno ancora maturato un’affiliazione con un partito, ma soprattutto sono un gruppo non monolitico come immaginato da molti dem. Hanno origini diverse e soprattutto stanno via via assimilando gli stili di vita americani e sono portati a votare più per aderenza a questo o quel tema, che per appartenenza etnica. In più molti di loro sono legati a un certo conservatorismo culturale che sono in grado di trovare più nella destra che nella sinistra liberal.

Persino quei trenta punti di vantaggio di Biden sembrano essere evaporati. Secondo un recente sondaggio del Wall Street Journal sempre meno ispanici apprezzano il lavoro del presidente. Solo il 42% si dice soddisfatto del suo operato contro il 54% che disapprova. Ma i problemi per i dem non sono qui. Sempre secondo il Wsj alla domanda “quale partito sosterrebbe se si votasse oggi” le risposte si sono equamente divise a metà: 37% a dem e Gop con il restante 22% indeciso. Persino forzando la domanda chiedendo chi voterebbero nel 2024 tra Joe Biden e Donald Trump il campione si è spaccato praticamente a meta: 44% al presidente in carica e 43% al tycoon.

In alcuni casi il passaggio a destra è già avvenuto. Nelle ultime elezioni per il ruolo di governatore della Virginia il repubblicano Glenn Youngkin ha vinto anche grazie al fatto che gli ispanici hanno votato in modo uguale tra i due partiti. Per questa fascia di elettori l’unica questione che conta davvero è quella economica. In tutte le rilevazioni hanno sottolineato come solo i repubblicani siano in grado di garantire crescita e sviluppo. E lo spettro dell’inflazione che aleggia sull’amministrazione di Joe Biden può far precipitare ancora di più le speranze dei dem.

3 – Il fantasma dell’affluenza

L’altro grand mito sfatato dai numeri è quello che l’affluenza avvantaggerebbe la sinistra. Come abbiamo visto Trump ha preso ben 11 milioni di voti in più, ma in generale è tutto il partito ed aver subito una trasformazione che lo ha aiutato a pescare voti dal grande bacino dell’astensione. La dimensione più populista, legata ai temi cari alla classe media impoverita dalla globalizzazione selvaggia, ha permesso al Gop di pescare dal non voto.

Questo è avvenuto in particolare in alcune roccaforti della sinistra americana, l’ex motore economico e produttivo del Mid-West: Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Lì i repubblicani hanno scoperto di essere in grado di chiamare alle urne chi si è sempre disinteressato alla politica di fatto spuntando l’arma dell’affluenza vantata dai dem.

I numeri del 2021 confermano questa tenenza. Nella corsa a governatore di New Jersey e Virginia in numeri sono stati più alti di quattro anni prima, ma ance qui il Gop è andato meglio. In New Jersey il candidato repubblicano ha preso 350 mila voti in più rispetto a chi correva nel 2017 contro i soli 170 mila in più dei dem. Stesso discorso in Virginia. Il vincitore Youngkin ha preso quasi 500 mila voti in più del candidato repubblicano che ha corso nel 2017, mentre il dem uscente, McAulliffe, ha preso solo 200 mila voti in più.

Il repubblicano Glenn Youngkin vincitore in Virginia nel 2021

4 – Il mito dei sobborghi tornati a sinistra

Tra 2018 e 2020 più di qualcuno ha sottolineato come il trumpismo abbia riportato i sobborghi a sinistra, tra le braccia dei dem. Ad un primo sguardo la sensazione è corretta. Biden ha costruito parte del suo successo elettorale principio nelle fasce benestanti a ridosso dei grandi centri urbani. Non a caso ha preso il 13% di preferenze in più rispetto a quanto fatto dalla Clinton nel 2016. Ma le buone notizie finiscono qui.

Secondo un’analisi dei flussi elettorali è venuto fuori che in parte la massa di elettori dei sobborghi abbiano votato per Biden più per bocciare la gestione pandemica di Trump che per appartenenza. Anzi la destra è riuscita a raccogliere ben 14 seggi nei distretti dei sobborghi e questo per i timori che di dem si fossero spostati troppo a sinistra su questioni culturali. Come per l’affluenza anche per i sobborghi le elezioni di New Jersey e Virginia mostrano un ritorno al centro dell’elettorato. Youngkin ha preso 14 punti in più rispetto a Trump, mentre Phil Murphy, il dem rieletto in New Jersey ha perso circa 11 punti nei sobborghi in quelle zone rispetto a quanto fatto da Biden nel 2020.

Anche i sondaggi hanno fotografato la fine della luna di miele tra i dem e gli elettori intorno alle città. Secondo una rilevazione di ottobre condotta da Nbc e Wall Street Journal solo il 44% di loro approva l’operato di Biden con un tasso di approvazione crollato di 17 punti in sei mesi. Morning Consult ha sottolineato che i cali maggiori sono avvenuti in Stati che con ogni probabilità avranno un ruolo chiave nelle elezioni di metà mandato previste per l’8 novembre prossimo. Si tratta di Wisconsin (-11 tra approvazione e disapprovazione), Florida (-11), Nord Carolina (-8), Georgia (-4), Michigan (-3) e Pennsylvania (-3).

Per i repubblicani il 2022 sarà un anno chiave per ricostruire la fiducia degli elettori suburbani nei loro confronti. Per questo punteranno molto su temi chiave come istruzione (terreno delicato che ha fatto perdere la Virginia ai dem), la criminalità (in aumento costante nell’ultimo anno e mezzo) e l’immigrazione.

5 – L’illusione degli indipendenti

L’ultimo grave errore che hanno commesso i dem negli anni del governo trumpiano è stato quello di pensare che gli elettori indipendenti fossero tutti vicini alle istanze della sinistra. Come per i sobborghi anche gli indipendenti sono stati fondamentali per le vittorie dem del 2018 e 2020, ma questo di fatto non ne ha cambiato il dna trasformandoli tutti i fedeli elettori di sinistra.

Nel 2021 i sondaggi hanno fotografato un crollo di fiducia notevole e a novembre solo il 30% di loro approvava il lavoro dell’ex vice di Obama. Dopo il 2016 l’effetto polarizzante di Donald Trump ha spinto molti repubblicani a entrare nelle fila degli indipendenti, ma questo più per gli eccessi del tycoon che per un’ostilità nei confronti delle sue politiche, anzi. Molti di questi nuovi indipendenti non hanno mai ceduto alle lusinghe della sinistra, sopratutto su questioni sociali e culturali.

Joe Biden nel 2020 ha pescato da questo bacino anche grazie alla sua storia personale. Gli americani conoscevano l’ex senatore come un moderato e un pragmatico e non come un pericoloso socialista. Ma la sinistra americana non è solo Biden, come per i repubblicani anche la sua mutazione su temi sensibili ha allontanato i moderati e con essi anche gli indipendenti che potrebbero tornare a votare a destra togliendo le ultime certezze a un partito che presto potrebbe perdere il controllo di Washington.

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