Le dimissioni di Boris Johnson da leader del Partito Conservatore preludono, secondo le regole statutarie del partito di governo britannico, all’avvicendamento tra il premier e il suo erede al Numero 10 di Downing Street. Se Johnson, come mira a fare, resterà come primo ministro britannico fino all’autunno, nel frattempo i Tory dovranno scegliere tra le loro fila la figura ritenuta più indicata a prendere il suo posto con un iter abbastanza dilatato. Se invece il Partito Laburista presenterà entro il 22 luglio una mozione di sfiducia in Parlamento a Johnson ed essa dovesse essere accolta, magari col sostegno della fronda Tory, l’iter sarebbe più accelerato.

Divese figure di primo livello sono, in quest’ottica, interessate a partecipare alla contesa per la leadership. Sarà la quarta volta in poco più di trent’anni che il cambio a Downing Street sarà dettato dalla contesa interna ai Conservatori. In precedenza era accaduto nel 1990 con l’avvicendamento tra Margareth Thatcher e John Major, nel 2016 per il cambio della guardia tra David Cameron e Theresa May, in seguito al voto sulla Brexit, e in fine nel 2019, anno in cui BoJo ha scalzato la collega conservatrice da Downing Street.

La selezione avverrà in due fasi. Nella prima i candidati dovranno superare le Forche Caudine del gruppo parlamentare. Dopo ogni scrutinio dei parlamentari conservatori, il candidato con il minor numero di voti viene eliminato. Nel 2019 è stata introdotta una nuova regola a causa del numero di candidati: al primo scrutinio, svoltosi il 13 giugno 2019, i candidati dovevano anche superare una soglia di 17 voti per evitare l’eliminazione. Nella seconda votazione, svoltasi il 18 giugno, i candidati dovevano superare una soglia di 33 voti per evitare l’eliminazione. Da lì in avanti è proseguita la scrematura fino allo scontro finale tra Boris Johnson e l’ex Segretario alla Salute Jeremy Hunt, col verdetto affidato al giudizio degli iscritti.

Questo impone dunque ai candidati di conquistarsi una duplice base di supporto: nel gruppo parlamentare prima e nella base del partito poi. La rosa dei contendenti in grado di riuscirvi è oltremodo ristretta.

Rishi Sunak: l’erede designato

Il primo a lanciare la corsa è stato Rishi Sunak. L’ex Cancelliere dello Scacchiere, dimessosi tra i primi dal governo nella giornata del 5 luglio, ha formalizzato la sua candidatura nel pomeriggio dell’8 luglio.  “Ricostruiamo la fiducia, rilanciamo l’economia e riunifichiamo il partito”, è lo slogan del 42enne Sunak, sostenitore della Brexit, ma figura pragmatica, ritenuto un anello di congiunzione tra i johnsoniani e i Tory più tradizionali, figura trasversale di origini familiari indiane, ben inserito nella City.

Rishi Sunak (EPA/NEIL HALL)

Liz Truss: il falco inesperto

Chi mira a raccogliere l’eredità di Johnson anche nella base è invece il “falco” occidentalista del suo governo, Liz Truss. Il ministro degli Esteri ha fatto del Foreign Office un braccio armato dell’agenda di Johnson e vuole scommettere sul legame tra gli elettori tradizionali dei Tory, i deputati usciti dai collegi pro-Brexit e la volontà di dare continuità a quanto ottenuto con la vittoria nel 2019 alle elezioni generali. A suo sfavore giocano invece una relativa inesperienza in ruoli apicali e, soprattutto, le diverse gaffes compiute da capo della diplomazia britannica in questi mesi.

Liz Truss (EPA/ANDY RAIN)

Nadhim Zahawi: l’outsider

L’outsider, in quest’ottica, potrebbe essere invece Nadhim Zahawi. 55 anni, storico amico di Johnson, è stato decisivo per farlo dimettere nonostante lo avesse nominato solo due giorni prima, il 5 luglio, Cancelliere dello Scacchiere al posto di Sunak. Zahawi è una “mina vagante” che ha dalla sua il consenso acquisito da gestore della vincente campagna vaccinaleSavid Javid, predecessore di Sunak e dimissionario da Ministro della Salute nel processo che ha dato via alla slavina contro Johnson, ha alcune chanches, coltivate anche dall’ex Segretaria alla Difesa Penny Mordaunt, dal rientrante Jeremy Hunt e dai titolari degli Interni, Priti Patel, e dell’Industria, Kwasi Kwarteng. Per tutte queste figure il grande dilemma è legato alla capacità di superare gli scogli iniziali interni al gruppo parlamentare.

Nadhim Zahawi (EPA/NEIL HALL)

Ben Wallace: il più amato dalla base salta un giro

Nella giornata del 9 luglio c’è stato invece il ritiro dalla corsa del Conservatore preferito dalla base, Ben Wallace. Classe 1970, membro del parlamento dal 2005 e ministro della Difesa dal 2019, è un ex militare che si è distinto per aver gestito con attenzione il piano di riarmo britannico, aver messo la faccia sul duro ritiro dall’Afghanistan nel 2021 e aver sostenuto l’escalation di invii di armi e munizioni britanniche all’Ucraina negli ultimi mesi. Apprezzato dai militanti per la sua sobrietà, è stato detentore della maggioranza relativa dei consensi in un sondaggio YouGov. Tuttavia, non dispone di una solidissima base nel gruppo parlamentare, essendo figura molto sui generis per il background nelle Forze Armate e, evidentemente, vuole “saltare un giro” e evitare di bruciarsi nella contesa per la leadership.

Ben Wallace (EPA/NEIL HALL)

Sunak e Truss appaiono ad oggi, per il complesso sistema di voto presente nei Tory, i favoriti più credibili e il ritiro di Wallace insegna che molto dipenderà dal consenso nel gruppo parlamentare Conservatore per capire il nome del prossimo primo ministro. Ma tutto potrà evolvere a seconda delle tempistiche che ci saranno e, soprattutto, della volontà di Johnson di giocare un ruolo nella scelta del suo successore, come fatto nel 1990 dalla Thatcher con Major. Un suo endorsement, specie nel ballottaggio finale, può spostare molto. BoJo appare il “terzo incomodo”, se non addirittura l’ago della bilancia. Presentandosi dunque come figura destinata a rimanere molto presente nelle dinamiche del partito da lui guidato fino a pochi giorni fa.

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