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Molto prudente l’atteggiamento di Emmanuel Macron nella crisi in Ucraina. Il suo tentativo di mediazione rivolto a Vladimir Putin e la proposta di un incontro tra delegazioni diplomatiche di Francia, Germania, Russia e Ucraina ha scontentato Joe Biden e animato la diplomazia internazionale. Il presidente francese è stato così costretto a rassicurare gli alleati sulla fermezza di Parigi pur insistendo a mantenere aperti i canali con Mosca e ribadendo (più per cortesia che altro…) la necessità di un ruolo dell’Unione europea. Una serie di mosse che confermano l’eccezione francese e ricordano il dialogo franco-sovietico, poco gradito da Washington, esperito da Charles de Gaulle durante la Guerra fredda.

Ma per Macron non vi è solo il problema ucraino. Oltre all’attenzione per i rapporti commerciali ed energetici (5,2 miliardi di euro nel 2020 e più di 500 aziende operative sul mercato russo), il governo di Parigi è anche attento (e assai preoccupato) per l’espansione di Mosca nell’ex Africa francese subsahariana, la France-Afrique da sessant’anni “il cortile di casa”.

Un confronto-scontro sotterraneo iniziato nel 2017 quando il presidente della repubblica Centrafricana (ex colonia francese) Faustin Archange Touadéra incontrò il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Subito dopo Mosca chiese al Consiglio di sicurezza dell’Onu una deroga sull’embargo delle armi, in vigore dal 2013 in Centrafrica, in modo da poter donare armamenti e iniziare un programma di addestramento delle Forces armées centrafricaines (FACA). Dopo un complesso negoziato arrivarono fucili d’assalto, mitragliatrici e lanciarazzi Rpg da destinare a due battaglioni delle FACA addestrati dai 175 consiglieri militare russi nella base di Bérengo, 60 chilometri a ovest dalla capitale Bangui.

Un primo passo. Poi la guardia presidenziale è stata rafforzata da una sezione delle forze speciali di Mosca e il 21 agosto 2018 è in vigore un accordo militare. In cambio Bangui ha concesso a due società russe – Lobaye Invest e la Sewa Security Service – lo sfruttamento dei giacimenti di Ndassim, Birao, Bouar e Bria. Un regalo gradito al Cremlino poiché le aziende sono di proprietà di Evgeny Prigonin, meglio noto come lo “chef di Putin” e finanziatore (anche se lui nega) dei foreign fighter del gruppo Wagner, struttura militare tutt’oggi operativa nel Donbass, in Siria, in Libia e Mozambico.

E proprio gli uomini della Wagner adesso sono calati in forze nel Mali (altro ex possedimento gallico) su aperta richiesta della giunta militare al potere dopo il colpo di Stato dello scorso maggio. Una presenza ingombrante poiché nel Paese dal 2014 operano contro la minaccia terrorismo fondamentalista le truppe francesi, impegnate nell’operazione Barkhane, e dal 2020 la task force europea Takuba (a cui l’Italia partecipa con 200 uomini delle forze speciali). Un contributo che la giunta golpista insediata a Bamako – assai insofferente del peso della Francia e per nulla grata all’Unione europea – vorrebbe ridurre se non annullare del tutto per appoggiarsi sui mercenari russi e i loro sponsor moscoviti. Da qui una serie crescente di “dispetti” del governo maliano verso i poco graditi contingenti stranieri culminati lunedì scorso nella perentoria richiesta al governo danese di ritirare al più presto i suoi 90 militari. Un gesto che ha preso un’altra volta in contropiede Parigi, già preoccupata dall’annunciato disimpegno della Svezia per nulla felice di veder i suoi uomini “coabitare” con quelli della Wagner, e che indebolisce ulteriormente la sua presa sull’intero Sahel.

Lunedì 24 un ulteriore schiaffo è arrivato dal Burkina Faso (ennesima ex colonia), teatro di un golpe dalle tinte fortemente anti francesi e anche qui si sospetta lo zampino di Mosca. Non a caso il putsch è stato salutato con entusiasmo proprio dal sulfureo Evgeny Prigonin che ha plaudito sul social russo Vk “alla nuova decolonizzazione africana. Per ‘lo chef di Putin’ la colpa è tutta “dell’Occidente che opprime questi Stati sopprimendo le loro priorità, imponendo valori estranei agli africani”.

A Macron, quando e se incontrerà lo zar Vladimir, di certo non mancheranno argomenti su cui discutere e punti su cui (magari) accordarsi. Con buona pace degli ucraini.

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