“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Circostanze che non tornano e governi, ancora una volta, poco collaborativi con l’Italia. Il 2021 ha portato via al nostro Paese l’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso nella Repubblica Democratica del Congo il 22 febbraio scorso assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci, ma a fine anno ancora le inchieste non hanno portato all’individuazioni di mandanti e responsabili. Si sta indagando al Palazzo di Vetro, per via del coinvolgimento dell’agenzia Pam (Programma Alimentare Mondiale), così come a Kinshasa e a Roma. Nella capitale però gli inquirenti devono scontrarsi con elementi poco chiari e, soprattutto, ben poco chiariti dai diretti interessati.

Il ruolo della Pam

Luca Attanasio era ambasciatore dal 2016 nella Repubblica Democratica del Congo. Un Paese tanto vasto quanto tormentato. Soprattutto nelle regioni orientali dove da anni imperversano guerre, crisi alimentari ed epidemie. Attanasio il 22 febbraio si trovava proprio in questa parte del Congo. L’ultima notte il diplomatico l’ha trascorsa a Goma, capoluogo del North Kivu, una delle province più instabili del Paese e dell’Africa. Si è messo poi in viaggio verso Rutshuru, città raggiungibile tramite la strada N2. Si tratta di un’arteria molto pericolosa che attraversa il parco nazionale del Virunga, al cui interno sono attive bande criminali. Eppure non c’era personale di scorta, né dell’Onu (presente in zona con la missione Monusco) e né del governo congolese. Ed è questo il primo importante mistero con cui gli inquirenti si stanno scontrando. Attanasio era atteso a Goma per un evento del Pam. Il viaggio, nella sua interezza, era organizzato dall’agenzia Onu. Non solo lo spostamento del 22 febbraio, ma l’intera trasferta da Kinshasa iniziata il 19 febbraio. L’ambasciatore quel giorno, a bordo di un aereo messo a disposizione dall’agenzia, ha raggiunto Goma prima di spostarsi a Bukavu. A darne testimonianza è stato Padre Giovanni Magnaguagno, missionario saveriano che domenica 20 febbraio ha incontrato in questa città Attanasio. Poi lo spostamento di nuovo nel capoluogo, infine il viaggio verso Rutshuru.

Tutto sempre sotto l’egida del Pam. I vertici locali dell’agenzia ben conoscevano i rischi nel percorrere la N2. Eppure la strada è stata giudicata sicura. Attanasio, assieme a un convoglio composto da sette persone, era accompagnato unicamente dal carabiniere Vittorio Iacovacci, militare che prestava servizio nella nostra ambasciata. La settimana prima un contingente formato da diplomatici belgi, estoni, irlandesi e norvegesi sono transitati lungo la N2 scortati da un importante contingente armato. Il Pam invece non ha predisposto nulla in tal senso. Per questo la procura di Roma ha voluto ascoltare Mansour Rwagaza, funzionario Pam e coordinatore della sicurezza in quest’area del North Kivu. Secondo il sostituto procuratore Luca Colaiocco, Rwagaza avrebbe violato i protocolli di sicurezza dell’Onu. Contrariamente a quanto previsto in questi casi infatti non ha avvisato i vertici locali delle Nazioni Unite del viaggio del convoglio. Doveva farlo entro cinque giorni, in modo da predisporre le misure necessarie. L’unica nota è stata inviata il 21 febbraio, a meno di 12 ore dalla partenza del convoglio da Goma. Non solo: Rwagaza ha scritto che a bordo dei mezzi dovevano salire solo membri Pam. Dunque non è stata segnalata la presenza del nostro ambasciatore e del carabiniere al suo seguito.

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CAUSALE: Reportage Congo
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Due mosse, quelle del funzionario, che forse hanno inciso su un livello di sicurezza piuttosto scarso per non dire inesistente. Gli inquirenti non escludono nulla: la negligenza o un’azione premeditata. Ascoltato e interrogato nei mesi scorsi, il diretto interessato si è avvalso della facoltà di non rispondere. Per la cronaca, anche le Nazioni Unite hanno aperto un’inchiesta, conclusa poche settimane dopo l’agguato e consegnata agli inquirenti romani. Il contenuto però è al momento segreto.

Kinshasa poco collaborativa

Fin qui gli aspetti legati alla sicurezza. C’è poi il discorso relativo alla dinamica dell’agguato. Chi è stato a uccidere i due italiani? E qual era lo scopo? Le autopsie hanno rivelato che il carabiniere Iacovacci è morto subito, centrato da un proiettile. Attanasio invece è stato raggiunto dai soccorsi ma le ferite erano gravi e il decesso sarebbe arrivato 50 minuti dopo aver subito il colpo. Morto all’istante è stato anche il loro autista, il congolese Mustapha Milambo. Illesi tutti gli altri, tra cui l’italiano Rocco Leone, vice direttore Pam in Congo. Si sa che il convoglio è stato fermato all’altezza della località nota come “3 Antennes” da ostacoli posti lungo la strada. Tra questo momento e quello dell’agguato fatale non si è ancora ben compreso cosa possa essere accaduto. Se cioè Attanasio e Iacovacci siano deceduti a seguito di colpi mirati verso di loro oppure dopo una fuga interrotta dai rapitori. Oppure ancora, se i due siano stati o meno colpiti da “fuoco amico” sparato dai Rangers del parco del Virunga, i primi a intervenire.

Rapina o agguato mirato contro il nostro ambasciatore, due ipotesi non scartate ma impossibili al momento da verificare. Il governo di Kinshasa infatti non sta collaborando. Nessuna risposta è arrivata alle due rogatorie inviate dai nostri inquirenti, mentre nemmeno un documento è stato inviato dalla capitale congolese verso Roma. Si sa soltanto che in Congo l’inchiesta è aperta ed è costata la vita al magistrato William Assani, titolare dell’indagine e assassinato il 5 marzo scorso sempre lungo la N2. Il presidente Felix Tshisekedi ha assicurato collaborazione e ha parlato a maggio di due arresti che darebbero spazio all’ipotesi dell’azione di bande comuni e non di gruppi organizzati che operano nel North Kivu. Eppure non ha aggiunto altro, nemmeno in due incontri diplomatici ad alto livello tenuti a Roma negli ultimi mesi. Né, tantomeno, sembra aver dato input a una certa e più proficua collaborazione con i magistrati italiani.

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