A circa nove mesi dall’inizio delle proteste, l’ampio movimento sviluppatosi in North Dakota e nei circostanti Stati degli USA contro la realizzazione del Dakota Access Pipeline (DAPL) si mantiene attivo anche dopo aver conseguito alcuni successi importanti. La storia delle proteste del movimento che si oppone alla costruzione dell’imponente oleodotto destinato a collegare Stanley, città del North Dakota situata vicino ai ricchi giacimenti della Bakken Formation, con le raffinerie di Patoka, Illinois, è la storia del “risveglio” delle comunità dei Nativi Americani, più precisamente delle poche migliaia di abitanti della riserva di Standing Rock, sita al confine tra North e South Dakota. Essi sono insorti contro il progetto del DAPL, accusata di minacciare la sicurezza del corso superiore del fiume Missouri, unica consistente fonte di approvvigionamento idrico della riserva, di violare numerosi siti ritenuti sacri e la sovranità dalle tre tribù risiedenti nella riserva di Standing Rock: i Lakota Hunkpapa e Shiasapa e i Dakota Yanktonai, tre gruppi un tempo parte della Grande Nazione Sioux che combatté contro il governo federale statunitense battaglie epiche come quella di Little Bighorn del 1876.

Gail Ablow, su Common Dreams, ha analizzato i due fattori primari hanno concorso a catalizzare un forte risentimento contro il progetto del DAPL, dal valore complessivo di 3,78 miliardi di dollari, provocando l’organizzazione di un forte movimento di base ben prima dell’inizio effettivo dei lavori, avvenuto l’1 agosto scorso: da un lato il percorso dell’oleodotto è stato modificato, lambendo la riserva di Standing Rock, dopo che lo U.S. Army Corps of Eingeneers aveva vietato il passaggio nei pressi della città di Bismarck riscontrando gli stessi rischi per l’approvvigionamento idrico ora indicati dagli attivisti; dall’altro, l’autorità politica ha dato il via libera alla realizzazione del DAPL aggirando attraverso il meccanismo del fast track le regolamentazioni e i vagli imposti dal Clean Water Act e dal National Environmental Policy Act.Punto di riferimento e aggregazione della protesta è stato il campo denominato Sacred Stone, fondato dalla leader degli attivisti Lakota LaDonna Brave Bull Allard: Sacred Stone è stato istituito inizialmente per fungere da centro di attrazione per tutti gli abitanti della riserva di Standing Rock che si opponevano al progetto del DAPL, per sensibilizzare i cittadini statunitensi sulla minaccia che correvano gli importanti siti della cultura Sioux posti sul tragitto dell’oleodotto, dal North Dakota all’Illinois e, soprattutto, per diventare un punto focale per un’aggregazione dei discendenti della Grande Nazione Sioux e dei suoi grandi condottieri, come Toro Seduto, Fiele e Cavallo Pazzo, ma non solo. La Allard, infatti, in un intervento pubblicato sulla rivista Yes! ha scritto: “Il governo statunitense sta spazzando via le nostre terre culturalmente e spiritualmente più importanti. E cancellando la nostra impronta sul mondo ci cancellerebbe come popolo. Questi siti devono essere protetti, o il nostro mondo finirà. I nostri figli hanno il diritto di sapere chi sono. Hanno diritto a conoscere la loro lingua, la loro cultura, le loro tradizioni. Potranno farlo solo in connessione con le nostre terre e la nostra storia”.La battaglia per la protezione delle terre delle tribù Lakota e Dakota ha assunto nel corso dei mesi una proporzione sempre maggiore: dopo le prime iniziative di protesta, l’organizzazione dei manifestanti si è sempre più estesa mano a mano che essi riuscivano a convogliare un’attenzione crescente sulla loro causa, e un numero sempre maggiore di tribù native americane, anche non appartenenti al gruppo Sioux, ha offerto il suo sostegno agli abitanti di Standing Rock: nel campo di Sacred Stone, col passare dei mesi, hanno iniziato a sventolare i vessilli identificativi di circa 300 tribù di nativi americani, che hanno inviato loro rappresentanti per testimoniare la comunanza di causa coi Lakota e i Dakota. Mentre diverse organizzazioni hanno iniziato a supportare la loro protesta, i nativi americani hanno trovato dunque un fattore identitario nella comune presa di posizione contro il DAPL. Una protesta scaturita da legittime preoccupazioni di natura ambientale ha infatti progressivamente portato in emersione un fondamento comune sociale fungente da legame collettivo tra diversi gruppi degli abitanti originari del Nord America, dopo che le loro comunità avevano vissuto negli ultimi anni momenti difficili e situazione di tensione dovuti alle gravi problematiche che affliggevano le popolazioni di nativi abitanti nelle varie riserve degli Stati Uniti. Nel suo libro Una rivoluzione ci salverà, la giornalista ed attivista Naomi Klein ha riportato diversi casi precedenti in cui comunità di nativi americani messe sotto pressione dal dilagare della disoccupazione, della povertà estrema e dell’abuso di sostanze stupefacenti tra i loro componenti hanno trovato un rilancio e un collante fondamentale nella protesta comune per la difesa delle loro tradizioni, delle loro culture, delle terre sacre ai loro antenati, riuscendo a utilizzare la difesa del proprio passato come fondamenta per l’edificazione del proprio futuro. La Klein cita ad esempio l’ampia movimentazione che ha compattato le Prime Nazioni contro l’estensione della rete di oleodotti Keystone XL avente origine nei giacimenti di sabbie bituminose nello Stato canadese dell’Alberta e osteggiato, nei primi anni del decennio, da un’ampia coalizione di forze civili riunite in un movimento di base particolarmente animato dai nativi americani che ha portato, dopo una vicenda avente molti punti in comune con quella del DAPL, all’annullamento del progetto da parte dell’amministrazione Obama. Proprio nelle proteste contro il Keystone XL, infatti, iniziò il “risveglio” dei Dakota, allora animati dall’opera di un’altra attivista di sesso femminile, Faith Spotted Eagle, oggi sessantottenne e ancora intenta a battersi in prima linea contro il progetto fratello del DAPL. Laureata in Psicologia dell’Educazione all’Università del South Dakota e ancora oggi volto di punta delle battaglie degli indigeni, Faith Spotted Eagle ha conseguito recentemente notorietà internazionale dopo che, nella giornata del 19 dicembre, ha ricevuto un voto dal Collegio Elettorale designato per confermare Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, ottenendo la preferenza di un faithless elector democratico dello Stato di Washington.[Best_Wordpress_Gallery id=”395″ gal_title=”Nativi futuro Trump”]Nel frattempo, la protesta contro la realizzazione del DAPL ha conseguito risultati concreti di primaria importanza: la coalizione vastissima di tribù native americane ha incassato il supporto alla sua causa da parte di un gruppo di 2.000 veterani dello U.S. Army, che hanno fondato il gruppo Veterans Stand for Standing Rock guidato da Wesley Clark Jr., figlio dell’ex comandante della NATO, e l’appoggio indiretto di 19 città statunitensi le cui amministrazioni hanno dichiarato la loro contrarietà alla costruzione dell’oleodotto. A metà ottobre l’ex candidato alla nomination democratica Bernie Sanders e altri quattro senatori del Partito Democratico hanno esercitato pressioni su Obama, chiedendogli un passo indietro sul DAPL, mentre a inizio novembre la banca norvegese DNB, finanziatrice del progetto, ha dichiarato la sua intenzione di ritirarsi nel caso in cui i diritti indigeni fossero stati calpestati.Infine, il 14 novembre scorso, lo U.S. Army Corps of Eingeneering ha deciso di sospendere la realizzazione del DAPL e di mettere allo studio dei piani per sviluppare un percorso alternativo dopo aver preso atto della fortissima reazione venutasi a creare. La tenacia dei protestanti, che non hanno esitato ad affrontare le rigide condizioni climatiche venutesi a creare a cavallo tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre nel North e nel South Dakota, ha portato all’affermazione di un principio di primaria importanza: si è di fronte al riconoscimento de facto delle tribù native americane come uno stakeholder politico-economico capace di lottare per i propri legittimi interessi. Nei fatti, le autorità dello U.S. Army hanno accolto una richiesta ben precisa formulata dal leader Sioux Dave Archimbault II, tra i primi ad aver auspicato la deviazione dell’infrastruttura.Un attivismo formatosi “dal basso”, nato dal movimento di una base sociale ben definita a causa delle rivendicazioni ecologiche e culturali dei nativi americani di Standing Rock, è riuscito a portare all’incasso un risultato importante e ad affermare delle importanti prerogative a lungo negate alle Prime Nazioni d’America. Un ulteriore comunicato dell’Esercito statunitense, pubblicato il 4 dicembre, ha affermato la volontà di mettere allo studio una possibile nuova rotta per il DAPL.L’affermazione dei principi basilari e dei diritti dei popoli indigeni del Nord America è comunque ancora molto lontana dalla completa realizzazione e, inoltre, esiste la concreta possibilità che la protesta dei nativi di Standing Rock possa venire usata per giustificare lotte politiche faziose nei prossimi mesi. Il Presidente eletto Donald Trump, infatti, è un convinto sostenitore del progetto DAPL e, in generale, è favorevole alla realizzazione di ampi progetti infrastrutturali negli Stati Uniti ma, al tempo stesso, la sua amministrazione dovrà fare i conti con la necessità di venire incontro alle ben precise istanze affermate dai Sioux di Standing Rock. La campagna di attivismo e passione civica che negli ultimi mesi ha visto, quasi solitari, uomini e donne rimasi a lungo alla periferia della storia statunitense rimettersi al centro in una contesa ritenuta importante per il loro futuro si presta infatti a diverse strumentalizzazioni e rischia di venire utilizzata per minuti scopi dagli avversari politici dell’amministrazione Trump. Compito dei leader indigeni della protesta e delle autorità americane sarà, nei prossimi mesi, la ricerca di un modus vivendi e di un accordo in grado di conciliare i piani macroeconomici di sviluppo del governo con le cause, portate avanti con coraggio e dedizione, che hanno animato la rinascita orgogliosa dei nativi di Standing Rock e, in generale, di tutti gli Usa.

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