Il 2023 potrebbe regalarci nuovi attori protagonisti all’interno dello scacchiere geopolitico globale. Stati Uniti e Cina, nonostante i rispettivi problemi di politica interna ed estera, non usciranno di scena. A differenza del passato, tuttavia, per mantenere i vari equilibri regionali e globali saranno necessari i contributi di governi che, fino a pochi decenni fa, non erano minimamente considerati. Perché non in grado di fornire un valido contributo, per via di economie arretrate e ancora lontane dal consolidamento, oppure a causa dei loro governi non propriamente democratici nell’accezione occidentale del termine.

Lo scoppio della guerra in Ucraina, l’acuirsi della crisi coreana e la crescente ascesa della Cina, soltanto per citare gli eventi più emblematici che hanno caratterizzato il 2022, hanno creato le condizioni ideali per mettere alla prova soggetti desiderosi di affermarsi (o riaffermarsi) agli occhi della comunità internazionale.

In Europa spicca il caso della Polonia, a lungo inserita tra i “cattivi” del Gruppo di Visegrad ma oggi baluardo in prima linea nel sostenere la linea occidentale nel conflitto ucraino in chiave anti russa. L’ambiguità strategica della Turchia non ha impedito a Recep Tayyp Erdogan di giocare su più tavoli, di far parte della Nato eppure di porsi come moderatore diplomatico tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Ankara non è fin qui riuscita a trasformare i suoi sogni in oro, avendo sì accresciuto la propria influenza nella propria regione ma non risultando ancora decisiva come vorrebbe Erdogan a livello globale, ma potrebbe presto rimediare.

In Medio Oriente troviamo poi una sfilza di Paesi ambiziosi, guidati da giovani governanti desiderosi di trasformare le loro potenzialità in un soft power ben più consistente dell’attuale potere economico, basato soltanto sull’esportazione di gas e petrolio. Stiamo parlando dell’Arabia Saudita, del Qatar e degli Emirati Arabi, che stanno cercando in tutti i modi di diversificare le loro entrate, attirando investimenti stranieri e stringendo partnership con soggetti terzi. Ed evitando, si badi bene, di schierarsi nella nuova Guerra Fredda 2.0.

Proprio come l’India, che ha appena assunto la presidenza del Consiglio del G20 e spera, finalmente, di rappresentare quell’alternativa alla Cina profetizzata dagli analisti occidentali sin dagli anni Duemila. Sempre in Asia, massima attenzione all’Indonesia, fresca di slancio in seguito al G20 di Bali, e alla Corea del Sud, che sta chiudendo affari d’oro vendendo ingenti quantità di armamenti alla Polonia e mantenendo un complicato equilibrio tra la Cina e gli Stati Uniti. Con l’avvento di Yoon Suk Yeol, Seoul sembrerebbe esser diventata più intraprendente. Anche nei rapporti con la Corea del Nord.

Il ruolo della Polonia

Per quanto riguarda la Polonia, Politico ha scritto che Varsavia “ha quello che è probabilmente il miglior esercito d’Europa. E diventerà solo più forte”. “L’esercito polacco deve essere così potente da non dover combattere solo per la sua forza”, ha tuonato il primo ministro Mateusz Morawiecki alla vigilia del giorno dell’indipendenza della Polonia. “La Polonia è diventata il nostro partner più importante nell’Europa continentale”, spiegano i funzionari dell’esercito americano in Europa, citando il ruolo cruciale che la Polonia ha svolto nel sostenere l’Ucraina e nel rafforzare le difese della Nato nei Paesi baltici.

Al netto dei molteplici attestati di stima, il governo polacco ha inoltre fatto sapere che aumenterà il suo obiettivo di spesa per la difesa dal 2,4% del prodotto interno lordo al 5%. Bisogna sottolineare che, al momento, la Polonia conta già più carri armati e obici della Germania, ed è sulla buona strada per possedere un esercito molto più grande, con un obiettivo di 300.000 soldati entro il 2035, rispetto agli attuali 170.000 effettivi della Germania. Oggi l’esercito polacco conta circa 150.000 uomini, di cui 30.000 appartenenti a una nuova forza di difesa territoriale istituita nel 2017 (si tratta di soldati del fine settimana che seguono 16 giorni di addestramento seguiti da corsi di aggiornamento).

La scorsa primavera la Polonia ha firmato un accordo da 23 miliardi di złoty (circa 4,9 miliardi di euro) per 250 carri armati Abrams dagli Stati Uniti. La sua forza aerea è equipaggiata con F-16 statunitensi e nel 2020 Varsavia ha firmato un accordo da 4,6 miliardi di dollari per 32 caccia F-35. Ma il fulcro della sua recente spesa militare polacca è situato in Corea del Sud, dove ha firmato una raffica di accordi per l’acquisto di carri armati, aerei e altre armi. Finora, la Polonia ha ordinato dalla Corea armi per un valore compreso tra 10 e 12 miliardi di dollari. Gli accordi includono 180 carri armati K2 Black Panther, 200 obici K9 Thunder, 48 aerei da attacco leggero FA-50 e 218 lanciarazzi K239 Chunmoo. È così che il governo polacco, passo dopo passo, sta iniziando ad assumere un peso sempre più grande.  

Risvegli a lungo attesi

L’Arabia Saudita e l’India, due tradizionali partner americani, hanno recentemente rifuso i loro legami con gli Stati Uniti, rinunciando alle loro fedi nuziali nella speranza di relazioni più aperte. I sauditi, ha sottolineato il Financial Times, hanno iniziato ad avvicinarsi ai Paesi Brics. Nel frattempo gli indiani hanno sviluppato un sano appetito per il petrolio russo scontato (anche se a settembre Narendra Modi ha rimproverato Vladimir Putin per aver lanciato la guerra).

Insomma, la guerra in Ucraina ha acceso i riflettori sull’attivismo delle medie potenze come principale forza trainante del rimodellamento dell’ambiente internazionale. Il ruolo della Turchia nella guerra Russia-Ucraina è un esempio da manuale dell’attivismo del Medio Potere. Il presidente turco Erdogan è stato contrario alle alleanze della guerra fredda.

“L’attivismo della Middle Power può essere salutare quando si identificano soluzioni globali come le iniziative climatiche dell’UE, o sanguinario quando si approva l’invasione russa dell’Ucraina. Ma è una nuova normalità, il marchio di fabbrica dell’ordine internazionale emergente”, ha però ammonito il FT.

Un fatto è certo: chi attraverso riforme economiche, chi con accordi politici, la lista dei Paesi pronti a tentare l’ascesa globale è particolarmente nutrita. Bisognerà capire se tutti riusciranno a ritagliarsi un ruolo adeguato. O se i loro sogni, al contrario, si trasformeranno in incubi. Del resto non si diventa grandi potenze dal giorno alla notte.

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