“Il possibile inserimento dei pasdaran nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche costituirebbe una linea rossa per l’Iran e abbiamo chiesto ai Paesi europei, tra cui l’Italia, di non entrare in questi ambiti”. Lo ha dichiarato in conferenza stampa il nuovo ambasciatore iraniano a Roma, Mohammad Reza Sabouri, che proprio ieri ha presentato le sue credenziali al presidente Sergio Mattarella. Lo stesso capo di Stato ha espresso al diplomatico “ferma condanna e indignazione per la brutale repressione e le esecuzioni”. “Il corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana è un corpo ufficiale della Repubblica islamica che ha relazioni anche strette con forze militari di diversi Paesi e ha avuto successi straordinari negli ultimi quaranta anni, come la lotta vittoriosa contro al Qaeda e l’Isis”, ha aggiunto Sabouri, per rimarcare il concetto.

Non solo, il diplomatico ha ribadito che l’Iran rispetterebbe i valori umani, i diritti delle donne e condivide il diritto internazionale, ma non accetta che altri Paesi vogliano imporre la loro cultura e il loro stile di vita a società diverse. A suo dire, le proteste e le manifestazioni sarebbero solo ammesse se pacifiche e la pena capitale prevista per i reati più gravi. In relazione alle persone che sono state giustiziate, avrebbero avuto “un processo equo e con tutte le garanzie”. Il diplomatico ha sostenuto poi che le persone rimaste uccise durante le manifestazioni “non sono più di 300, non 500 come hanno riferito alcune organizzazioni. “Inoltre – ha specificato – gli agenti (impiegati per l’ordine pubblico) non sono armati”.

La vicenda si inserisce in un ben più ampio dibattito europeo che vorrebbe bollare i pasdaran iraniani come terroristi: un atto quasi dovuto come reazione all’escalation di sangue che in Iran sta decimando una generazione che chiede libertà.

Il Regno Unito precursore

Ad aprire il dibattito in questione era stato il Regno Unito, nei primi giorni di gennaio. Londra, infatti, si starebbe preparando a dichiarare formalmente il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica come un’organizzazione terroristica. Ciò implica che nel Regno Unito diventerebbe un reato appartenere al gruppo o sostenerne le attività. Fonti di Whitehall hanno affermato che nessun annuncio è imminente e che molti dettagli restano da chiarire. Il passo, sulla scia di quello Usa nel 2019, segnerebbe un ulteriore irrigidimento della posizione del Regno Unito nei confronti dell’Iran dopo che le agenzie di intelligence hanno affermato che il Paese rappresenta una minaccia diretta contro la sicurezza dei sudditi di Sua Maestà.

La decisione verrebbe presa ai sensi del Terrorism Act 2000, tuttavia Londra dovrebbe valutare non solo la portata delle attività terroristiche del gruppo, ma anche la specifica minaccia che rappresenta per il Regno Unito e i cittadini britannici all’estero. Sarebbe illegale non solo appartenere all’organizzazione, ma anche esprimere sostegno ai suoi scopi, incontrare i suoi membri o addirittura esporre la sua bandiera o il suo logo in pubblico.

A dicembre, il ministro degli Esteri James Cleverly aveva annunciato che le sanzioni erano state imposte all’IRGC nella sua interezza. Ma c’è stata una crescente pressione parlamentare affinché il governo andasse oltre, anche alla luce della scoperta di almeno una decina di complotti a danno di cittadini britannici orditi da forze proxy iraniane.

Il dibattito sui pasdaran in Italia

In queste ore il dibattito è diventato bollente anche in Italia: è stata presentata oggi una mozione a firma dei senatori di Fratelli d’Italia Terzi, Scurria, De Priamo, Mieli, Menia e Matera che chiede al governo italiano di intraprendere ogni utile iniziativa al fine di inserire l’organizzazione “Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica-Irgc” (o pasdaran) nell’elenco delle persone, dei gruppi e delle entità a cui si applicano misure specifiche dell’Unione Europea per la lotta al terrorismo. L’adozione del provvedimento in ambito comunitario si rende necessaria e urgente, secondo i senatori proponenti, dato il continuo deteriorarsi della situazione interna all’Iran, nonostante i numerosi richiami e le condanne a livello globale per l’uso sempre più generalizzato della violenza, delle torture e della pena di morte nei confronti dei manifestanti e degli oppositori politici in tutto il Paese.

In particolare, fanno notare i firmatari, per la sanguinaria ferocia impiegata dall’Irgc e dai paramilitari Basij nel reprimere le rivolte popolari in corso da più di tre mesi, allo stesso modo delle proteste del dicembre 2017, gennaio 2018 e novembre 2019. Desta, inoltre, notevole preoccupazione, fanno notare i senatori di Fratelli d’Italia, il coinvolgimento diretto del regime iraniano nella guerra di aggressione portata avanti dalla Federazione Russa nei confronti dell’Ucraina, mediante la fornitura di droni e missili di ultimissima generazione all’esercito di Mosca, in aperta violazione di precise risoluzioni delle Nazioni Unite.

Analogamente, quindi, a quanto già sta avvenendo nei parlamenti nazionali di altri Paesi membri dell’Unione Europea e non, è intenzione dei promotori contribuire al rafforzamento di tutte quelle misure di prevenzione e contrasto alle attività terroristiche del regime iraniano, condotte mediante anche il coinvolgimento di movimenti e agenti “proxy” di Teheran e mediante la rete di ambasciate all’estero.

Le sanzioni e il nucleare iraniano

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Manifestanti iraniani bruciano una bandiera americana a Teheran nel 2019. Foto: EPA/ANSA.

Ecco dunque che si riapre una diatriba che anima anche la questione delle sanzioni: queste etichette funzionano? Sono in grado di neutralizzare nemici come Paesi ostili e organizzazioni? I pasdaran smuovono un dibattito che in passato ha già riguardato il PKK o i talebani: la scelta a tal proposito è tutt’altro che semplice. Si dialoga o non si dialoga con coloro i quali il mondo sedicente libero ritiene il male assoluto? Qualsiasi decisione da parte dell’Europa, infatti, di proscrivere l’IRGC renderebbe certamente ancora più difficile rilanciare l’accordo che frena il programma nucleare iraniano.

L’IRGC è stato istituito più di 40 anni fa per difendere la rivoluzione islamica dell’Iran ed è oggi una vera piovra: si tratta di una delle più potenti organizzazioni paramilitari del Medio Oriente. Ha un’enorme forza militare, politica ed economica, utilizzando i suoi vasti fondi per sostenere governi alleati e gruppi militanti in tutta la regione.

Al di là delle sacrosante questioni etiche e di diritto, occorre però riflettere sull’eventuale efficacia e opportunità di queste misure. Sull’efficacia, poiché è purtroppo necessario constatare che la stretta su determinati gruppi o Paesi non ha contribuito ad ammorbidire il dialogo, tantomeno teso una mano alle forze liberali interne. Sullo stesso tema, infatti, si può riflettere su quello che è stato l’atteggiamento degli Stati Uniti dal 2019 in poi: la scorsa primavera il presidente Joe Biden ha confermato la decisione di mantenere il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche iraniane nella sua black list, e questo non ha fatto altro che complicare ulteriormente gli sforzi internazionali per ripristinare il Jcpoa. Gli Stati Uniti hanno inserito l’IRGC nella lista delle “organizzazioni terroristiche straniere” nel 2019 e la designazione faceva parte della campagna di “massima pressione” imposta dall’allora presidente Donald Trump all’Iran dopo aver ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare.

Le etichette: funzionano?

I funzionari dell’amministrazione Biden hanno trascorso più di un anno in discussioni spesso indirette con funzionari europei, iraniani e di altro tipo volte a rilanciare l’accordo, ma, mentre i negoziati arrancavano, la designazione dell’IRGC è diventata un ostacolo importante per un riavvio delle trattative. Il governo di Teheran fa appello a questioni di lana caprina, evidenziando che la designazione non è mai stata tecnicamente parte dell’accordo nucleare stesso.

Dallo scoppio delle proteste in poi, il dialogo sul nucleare, ma non solo, sembra definitivamente in stato comatoso. Dopo quasi quattro anni si può dunque affermare che Washington non ha cavato nulla dalla misura, tantomeno ha salvato vite di innocenti iraniani grazie alla designazione. Sulla questione nucleare è intervenuta anche l’Italia: “Ci auguriamo che possano riprendere le discussioni, anche se la situazione interna e l’arricchimento di uranio ne rendono complicato il rilancio”, ha dichiarato anche il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani, tenendo però a precisare: “Non c’è alcun baratto tra diritti e dialogo sul nucleare, sono due cose differenti. Se si stesse realizzando la bomba atomica non sarebbe trascurabile, il mondo intero sta dialogando”.

La seconda riflessione riguarda l’opportunità. Queste misure possono addirittura risultare pregiudizievoli per un esito roseo nel dialogo con Paesi come l’Iran? L’Afghanistan in questo senso ha rappresentato uno scacco matto agli strumenti occidentali forse ormai vetusti: i fatti ci hanno dimostrato che, alla fine, l’Occidente ha dovuto cedere ai talebani per garantirsi una exit strategy dignitosa da Kabul. Con conseguenze drammatiche per milioni di afgani, soprattutto donne e bambini. Mutatis mutandis, la questione iraniana pone gli stessi interrogativi.

Le etichette creano isolamento diplomatico, che è un deterrente vecchio stampo fra chi riconosce lo stesso sistema di regole, ma una pessima medicina nell’era globale. Rischiano di escludere dall’eventuale dialogo frange deboli e vagamente moderate e di allontanare ulteriormente l’Iran dal mondo dei diritti facendone un paria. Con due mesti corollari: le relazioni commerciali e politiche che tutto il mondo intrattiene comunque con Teheran espongono i governi a forti prove di coerenza; i pasdaran, delle nostre black list, francamente, se ne infischiano. Il tutto sulla pelle di milioni di iraniani inermi.

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