Sono passati poco più di tre mesi dall’insediamento di Ursula von der Leyen alla Commissione europea. Una nomina che era stata anticipata da difficoltà e ritardi e che sembrava dover poi rischiarare i cieli europei. Nessuno, però, tre mesi fa, avrebbe potuto immaginare quante e quali emergenze l’Europa avrebbe dovuto affrontare. Molte difficoltà, tante delusioni, che metterebbero in crisi anche il più convinto europeista.

Le emergenze di tre mesi fa

Appena insediata, la Commissione ha avuto davanti a sé alcune priorità: la Brexit, il green deal e l’annosa questione del bilancio. Ora queste vicende passano in secondo piano e, presumibilmente, scenderanno di livello nell’agenda europea dopo essere state in stallo per settimane. Sulla Brexit sembra ancora impossibile fare la quadra e raggiungere un accordo: Londra, al momento, rischia numerose difficoltà di inserimento nel mercato europeo e dovrà indubbiamente optare per delle politiche di compromesso necessarie. Nulla di fatto anche per il green deal: il lato verde del sistema Europa, incalzato dall’onda dei movimenti ambientalisti di questi ultimi mesi, prevede una tabella di marcia con azioni volte a promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un’economia pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l’inquinamento. Ma i fondi per tutto ciò? Ancora non pervenuti e i dettagli del patto per l’ambiente restano ancora molto nebulosi. Stessa cosa dicasi per l’Agenda digitale: ipotesi di tagli e incertezza sui fondi da destinarvi mettono in pausa anche il programma per colmare il gap con paesi come Cina o Stati Uniti che sono avanti anni luce su temi come l’intelligenza artificiale e il quantum computing.

Alla base di tutte queste false partenze e vuoti cosmici c’è la mancanza di accordo sul bilancio.

Negli ultimi giorni del 2019 il Parlamento europeo aveva preso la decisione di congelare gran parte dei negoziati con gli Stati membri sul nuovo bilancio dell’Unione 2021-2027, avendo constatato il fallimento del Consiglio Ue nel riuscire a fare progressi sul tema. La presidenza di turno finlandese, sostenitrice del 1,07% del Reddito nazionale lordo Ue-27, continua a scontrarsi con il fronte di chi vorrebbe un tetto massimo all’1% e con i sostenitori, come la Commissione Ue, che vorrebbero l’1,11%. A fronteggiarsi continuano ad essere i “cinque frugali” e gli “Amici della coesione” senza un nulla di fatto. Alla fine, la strada scelta è quella di una non scelta al suono di quel “meglio nessun accordo che un cattivo accordo” che aggiunge benzina sul fuoco. Così, dopo che il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha riconosciuto in Plenaria il fallimento del Vertice sul bilancio di fine febbraio, gli eurodeputati gridano ad una UE ormai “irrilevante”.

Coronavirus e migranti

Sono queste le due emergenze umanitarie che adesso incalzano l’Unione. Emergenze che il territorio europeo non avrebbe mai immaginato di fronteggiare nel Terzo Millennio. La situazione migranti tra Grecia a Turchia sta creando delle fortissimi pressioni sul confine più debole dell’Unione: von der Leyen ha promesso un patto per i migranti dopo Pasqua, ma è abbastanza lecito pensare che per allora l’Europa starà ancora fronteggiando la pandemia da Covid-19,con prospettive decisamente più rosee, si spera.

Ma è proprio sull’emergenza da Coronavirus che la pagella di von der Leyen resta incerta. Il meccanismo europeo, al suo primo test di maturità dalla Seconda Guerra Mondiale, appare una gruviera. Il blocco dell’esportazione di materiale sanitario, provvedimenti confusi e a macchia di leopardo dimostra che, al momento, una risposta europea all’emergenza non c’è. In mezzo a questo paradosso, durante il quale l’Italia ha potuto fare affidamento sulla dittatura cinese e poco più, la dichiarazione di poche ore fa. Quel video, in italiano perfetto, quel “siamo tutti italiani” ha una valenza simbolica tutt’altro che secondaria. Ma in questo momento i simboli non bastano più. Per il momento, von der Leyen rimandata a settembre.

 

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