Fatta la Brexitora bisogna rifare i britannici. Un filobritannico convinto come Massimo D’Azeglio, stratega dell’Italia cavouriana, ora avrebbe sicuramente un “laboratorio” di studi privilegiato nel Regno Unito appena uscito dall’Unione Europea. L’ultima epopea imperiale degli inglesi, il tentativo di riaffermare con la Brexit la loro centralità nel Regno sulle celtiche Home Nations ha anche trasformato notevolmente le dialettiche sociali e politiche del Paese.

Il dilemma dei due partiti maggiori

A uscire profondamente trasformato è stato, in particolar modo, il sistema istituzionale tradizionalmente imperniato sul bipolarismo e l’alternanza tra Partito Conservatore e il Partito Laburista, che oggigiorno si trovano parimenti impantanati nella difficoltà di ricostruire le loro direttrici dopo la formalizzazione dell’uscita dall’Ue.

I Tory hanno consolidato la loro struttura politica come partito sempre più orientato a rappresentare i lavoratori dei settori manifatturieri della periferia, con Boris Johnson si sono espansi alle elezioni del 2019 fino a sfondare il “Muro Rosso” laburista nell’Inghilterra del Nord. Si strutturano come partito strettamente inglese in un Regno Unito multinazionale, questione che li ha portati a stringere alleanze di convenienza con gli unionisti irlandesi e a alienargli con forza le simpatie dei nazionalisti scozzesi e dell’Ulster. La caduta di Johnson li pone di fronte al bivio: ritorno al passato, alla piattaforma liberista dell’era Cameron, o approfondimento delle strutture venutesi a creare dopo la pandemia e le crisi dell’ultimo biennio?

Il Partito Laburista ha, sulla scia di quanto fatto da molti altri esponenti della Sinistra riformista europea, accentuato il suo spostamento verso la natura di portavoce di un élite urbana istruita e progressista. Paradossalmente, sul fronte elettorale questo è successo con maggior forza in avvicinamento al voto del 2019, quando il segretario del Labour era l’esponente della sinistra radicale Jeremy Corbyn. Votato strumentalmente da coloro che ritenevano i laburisti il minor male per contenere il processo della Brexit. Keir Starmer, successore di Corbyn, si trova oggi a sostenere una difficile sfida: ridare coordinate a una formazione che dopo dodici anni consecutivi di opposizione sembra aver smarrito la sua tradizionale base operaia senza aver sviluppato una cultura di governo adatto ai nuovi mondi di cui è divenuto, volente o nolente, portavoce.

 

La politica britannica dopo la Brexit

La Brexit in questo senso ha segnato un’accelerazione nella discussione interna al Paese. Nel cui contesto politico per oltre un secolo le divisioni ideologiche sono state, rispettate con forza da entrambi i partiti, la vera faglia tra Conservatori e Laburisti. Capaci di unirsi in una visione comune del Paese nelle ore più buie della storia nazionale, come le due guerre mondiali, ma intenti a legittimarsi reciprocamente in virtù della legge dell’alternanza.

La Brexit, soprattutto dopo l’inopinata decisione di David Cameron di concedere il referendum nel 2016 per inseguire gli euroscettici di Nigel Farage e sottrarre loro i voti alle elezioni generali del 2015, ha posto in essere fratture più profonde. Facendo dimenticare che sia i laburisti che i conservatori hanno avuto relazioni difficili con l’Europa negli ultimi decenni, la discussione sulla Brexit è stato il pretesto per far entrare nel dibattito quelli che, con una terminologia tratta dal gergo cattolico, definiremmo i valori non negoziabili. La faglia tra sentimento europeo e orgoglio nazionale, inglese innanzitutto. L’emersione delle contraddizioni tra centro e periferia del Paese, sostanziatasi nella rivolta contro la ricca e cosmopolita Londra delle province de-industrializzate dell’Inghilterra profonda. La rottura culturale del consenso su temi come l’integrazione degli immigrati, la globalizzazione, la sicurezza economica.

In sostanza è stata l’emersione di queste faglie profonde a guidare la Brexit alla vittoria di stretta misura. Trainata dal ruolo decisivo dell’elettorato conservatore, al cui interno la fazione di Boris Johnson e Michael Gove ha cavalcato la propaganda anti-Ue per promuovere il disegno della Global Britain, sostanziatasi passo dopo passo dopo la concretizzazione della Brexit su una piattaforma nazional-liberista, in cui la nazionalizzazione delle ferrovie poteva trovare coerentemente posto vicino alla deregulation finanziaria della City, in cui gli investimenti strategici per l’Inghilterra in rivolta verso la capitale sono promossi a fianco del rilancio della “Singapore sul Tamigi” come piazza globale, in cui il neo-nazionalismo degli inglesi per consolidare l’impero interno si unisce a un rafforzamento della relazione speciale con gli Stati Uniti che vede Londra come junior partner.

I Laburisti hanno, dal canto loro, tentato il gioco spericolato di presentarsi come il “partito dell’Europa” dimenticando la durissima faglia interna che Corbyn ha provato a ampliare a favore dei lavoratori della periferia e dei portavoce dei forgotten men alla britannica. Strategia fallimentare proprio per l’ambiguità tenuta dal veterano della Sinistra sulla Brexit. La reputazione euroscettica dell’ex leader laburista Jeremy Corbyn, protetto dello storico “bastian contrario” Tony Benn, ha sollevato preoccupazioni sulle opinioni filo-europee dei laburisti spingendo Corbyn a troppi compromessi. Situazione risoltosi paradossalmente quando nel Starmer, un Remainer convinto, ha dichiarato nel marzo scorso di non voler più considerare un ritorno del Regno Unito nell’Ue in caso di vittoria elettorale.

Ora abbiamo una situazione in cui sia la destra che la sinistra tradizionale hanno fazioni molto dilatate al loro interno per il riposizionamento dei loro membri sulle varie faglie fatte emergere dalla Brexit e dalle sue conseguenze. Nei Laburisti abbiamo così dunque sia i “Blue Labours”, spostati ancora più al centro di Tony Blair e desiderosi di continuare la strategia riformista che pagò elettoralmente negli Anni Novanta cavalcando la trasformazione genetica del partito in portavoce delle élite del business e della finanza sia i giovani attivisti di Momentum, neo-socialisti e fautori del rilancio del ruolo delle Trade Unions nel partito. Nei Conservatori i seguaci di Cameron, etoniani, oxfordiani e figli di Cambridge elitisti e liberali, convivono con i “Red Tories” del nuovo “muro” sfondato da Boris Johnson, membro del primo gruppo fattosi portavoce dell’unità del partito in nome della Brexit e salutato come working class hero nel 2019.

Il bipolarismo è ancora sostenibile?

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i partiti sono sempre più comitati elettorali e sempre meno formazioni organiche e coese. Ne conseguono gli “assassini politici” dei leader, come nel caso di Johnson, lotte feroci di potere e rischi di sfaldamenti interni. In quest’ottica, un bipolarismo mutualmente legittimato appare sempre più difficile da sostenere nel Paese. Dato che l’ampliamento delle faglie politiche si va consolidando mese dopo mese, anno dopo anno e la pandemia di Covid-19 e la conseguente recessione hanno rimesso, in tutte le formazioni, il tema della protezione e della sicurezza dei cittadini al certo del discorso, ogni partito ha interpretato la sfida a suo modo. E questo ha giocato un ruolo nella maggiore sfida ignorata dai partiti del bipolarismo nella fase di discussione sulla Brexit: il ritorno di fiamma delle volontà secessioniste di Scozia e Irlanda del Nord. Fatta la Brexit, vanno rifatti i britannici partendo dall’obiettivo base: preservare l’unità della nazione. Opzione complessa vista la multipolarità che contraddistingue i partiti di riferimento.

Ne consegue che a fianco di partiti-guida sempre meno riconoscibili come formazioni coese stanno emergendo con forza formazioni di nicchia che si consolidano attorno a temi ben precisi. In quest’ottica lo United Kingdom Independence Party prima e il Brexit Party poi, entrambi guidati da Nigel Farage, hanno fatto scuola. Diametralmente opposto, ma quasi con la natura del single issue party, è l’approccio del Partito Liberaldemocratico, che fa dell’annullamento del referendum del 2016 la sua ragion d’essere. I Libdem hanno strappato a giugno ai Conservatori i seggi di Tiverton e Honiton alle elezioni suppletive, mostrando grande vitalità in roccaforti a loro spesso ostili e lucrando anche sull’ambiguità laburista sul tema.

Passo dopo passo emergono anche Verdi di Inghilterra e Galles, che saldano le forze con la strutturata formazione scozzese, orientata a sinistra e animata da aneliti indipendentisti. Se i partiti guida del Regno Unito si sfilacciassero ai loro estremi o dovessero conoscere fasi di incertezza nella leadership, queste due formazioni potrebbero rosicchiare consensi e, soprattutto, mettere a repentaglio la possibilità di un compiuto bipolarismo. Del resto, in due delle quattro elezioni dal 2010 ad oggi (2010 e 2017), nessuna delle formazioni in parlamento aveva la maggioranza assoluta e in entrambi i casi i Conservatori hanno dovuto stringere accordi: nel primo caso, un governo di coalizione solido e condiviso con i LibDem, nel secondo un “patto della non sfiducia” con gli unionisti nordirlandesi del Dup che ha sostenuto per due anni Theresa May e Boris Johnson. Una riproposizione di tale dinamica nel dopo-Brexit è uno scenario non da escludere. Ma forse, in un certo senso, mostrerebbe meglio una rappresentazione credibile della complessità della società britannica. Cambiata per sempre dal voto del 23 giugno 2016.

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