Cinque, al massimo sei mesi, non di più: è questo il tempo che resta a Joe Biden per mandare in porto il maggior numero possibile di proposte della sua agenda politica prima che la campagna elettorale e l’avvicinamento alle elezioni di midterm assorbano le energie dell’amministrazione e del Partito Democratico. Forte di una maggioranza sul filo al Congesso, sbloccata al Senato diviso a metà (50 membri a testa) con il Partito Repubblicano solo dal voto tie-breaker della vicepresidente Kamala Harris, colpito dalle divisioni interne tra centristi e radicali il Partito Democratico si trova in una situazione oltremodo complessa.

Il Partito Democratico è diviso

Il fallimento del tentativo di far approvare dal Congresso le riforme sociali  del cosiddetto Build Back Better Act (assistenza all’infanzia, ferie pagate, aumento di asili nido, accesso gratuito ai college pubblici e sussidi per l’assicurazione sanitaria) e due leggi a tutela del diritto di voto, frenate dai senatori “conservatori” del partito (Joe Manchin, della West Virginia Kyrstin Sinema dell’Arizona) hanno alienato le simpatie dell’elettorato progressista e di parte dei suoi esponenti nel partito e nell’amministrazione con cui Biden era stato accolto nel gennaio 2021. Parimenti, i dem più moderati hanno temuto che un’accelerazione di Biden per promuovere le parti più interventiste, progressiste e stataliste dell’agenda e marcare la discontinuità con Donald Trumpsoprattutto nel quadro di un programma economico valutato dagli analisti come pari complessivamente a 7 trilioni di dollari, potesse sfavorire politicamente il partito.

Un anno fa scrivevamo che a Biden, in fin dei conti, poteva convenire un Senato a maggioranza repubblicana per poter dialogare con il leader del Grand Old Party a Capitol Hill, Mitch McCollumm, sulle basi moderate più consone all’ex senatore del Delaware e che una maggioranza stretta potesse apportare sostanziali danni all’agenda politica del presidente. Così è stato. E ora a Biden resta davvero poco tempo per migliorare il suo ruolino di marcia. Le elezioni di midterm incombono e ogni parlamentare in bilico, ovvero tutti i membri della Camera nei collegi contendibili e i Senatori chiamati a rielezione, cercherà di massimizzare le sue speranze di rielezione glissando sui temi potenzialmente più controversi.

Mazie Hirono, senatrice delle Hawaii, ha dichiarato alla Cnn che questo finirà per incentivare il potere di veto di Manchin e Sinema, già capaci (soprattutto il primo) di dimezzare da 3,5 a 1,75 trilioni di dollari il valore di Build Back Better, rivali di ogni proposta favorevole all’espansione della spesa sociale, ma al tempo stesso capaci di fare da pontieri centristi per frange dialoganti del Partito Repubblicano.

A novembre la mediazione di Manchin e il via libera di McConnell hanno contribuito a dare via libera al Senato a un disegno di legge bipartisan capace di superare l’ostruzionismo della Sinistra dem, l’Infrastructure Investment and Jobs Act, che prevede investimenti per circa 1200 miliardi di dollari in acquedotti, ponti, ferrovie,autostrade, rete di telecomunicazione, aeroporti, porti, nonché in tecnologie verdi ed è il primo tassello di un rilancio degli investimenti interni che non si vedeva da oltre mezzo secolo. Tuttavia, Biden è a un vero e proprio bivio: da un lato, per promuovere componenti sostanziali della sua agenda deve necessariamente cercare la più pragmatica mediazione centrista, lasciando ai margini i radicali e ridimensionando le aspettative iniziali. Dall’altro, così facendo rinuncia di fatto a tenere alta la tensione sociale e politica che ha permesso la grande mobilitazione capace di portare i democratici a un ottimo risultato alle midterm 2018, alla sua nomination alla Casa Bianca e, nel 2020, a una vittoria senza precedenti in termini di consensi ottenuti da un candidato.

Il dilemma politico di Biden

“Senza le riforme sociali in cantiere”, ha scritto l’Istituto Affari Internazionali, “sarà molto difficile per i Democratici mobilitare il loro elettorato. E senza le leggi a tutela del voto i Repubblicani si avvantaggeranno delle misure, introdotte in diversi stati chiave, che rendono più difficile votare alle minoranze tendenzialmente democratiche”. Ad esempio il governatore del Texas Greg Abbott ha firmato a settembre un disegno di legge che norma la disciplina del voto imponendo paletti per il voto per corrispondenza e regolando in modo più stringente le procedure per il voto anticipato, tanto caro ai democratici e decisivo nel 2020 negli Stati chiave, mentre altri Stati hanno introdotto dispositivi di legge che “aumentano il controllo politico delle autorità deputate a certificare le elezioni, o ridisegnano le circoscrizioni elettorali in modo da privilegiare i candidati conservatori”.

In tutto questo, Biden dovrà vedersela con i problemi contingenti che tarlano il rilancio del Paese. In primo luogo una pandemia da Covid-19 che continua a mordere, con gli Usa ben oltre la spaventosa soglia degli 800mila decessi da inizio pandemia; in secondo luogo, le tensioni geopolitiche distraggono molte risorse dai piani interni e, soprattutto, mostrano il lato più fragile del presidente dopo la disfatta afghana

Last but not least, l’inflazione al 7% sta erodendo i risultati positivi di un 2021 in cui le motivazioni per sorridere non sono comunque mancate: il rilancio dell’economia e i vaccini hanno contribuito a una ripresa economica robusta (quasi +6% di crescita del Pil) e a creare 6,4 milioni di posti di lavoro, portando il tasso di disoccupazione al 3,9%, vicino ai livelli pre-Covid. Inoltre, nel 2021 i salari sono cresciuti mediamente del 6% e il tasso di povertà infantile, vera piaga sociale degli Usa, è diminuito del 30%, in gran parte grazie al pacchetto di incentivi contenuto nelle misure emergenziali del primo pacchetto anti-Covid varato da Biden, dai crediti d’imposta sul reddito dei bambini all’invio di assegni diretti. Tutto questo, però, non basta: l’agenda Biden procede a macchia di leopardo e i mesi per avanzarla sono sempre più ristretti. La scelta di mediazione politica con i Repubblicani, nella realistica accettazione di un loro futuro controllo di una o due camere dopo il voto di novembre, può salvare il salvabile, ma sfavorirebbe elettoralmente i democratici; un muro contro muro rischia di spaccare il partito di governo. In mezzo c’è Joe Biden. Anatra zoppa di fatto, ben prima di un controllo ostile di un ramo o due delle Camere. Vittima della sua stessa capacità di unire il partito nel 2020, che ora porta tutti i dem, in un modo o nell’altro, a vederlo responsabile dello stallo.

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