Il 16 novembre le autorità egiziane hanno arrestato centinaia di persone, come riportato dall’Ong Human Rights Watch. Gli arresti sarebbero avvenuti in risposta a un appello a manifestare contro gli abusi del governo, ma si tratta solamente dell’ultima di una serie di arresti, volti a bloccare ogni tipo di assembramento non autorizzato in occasione della COP27. L’Egitto non è però l’unico paese in Medio Oriente a fronteggiare una crisi dell’opinione pubblica: l’Iran sta combattendo un moto di proteste che ha coinvolto gran parte del paese e il Qatar affronta il delicato passaggio dei Mondiali di Calcio, tra esposizione mediatiche e critiche per i dirtti umani.

Il cuore delle protese iraniane

Il 16 settembre Mahsa Amini, ragazza di ventidue anni, muore in custodia della “polizia morale” iraniana. Il decesso è arrivato dopo un arresto per uso “scorretto” dell’hijab, il velo di carattere religioso che nello Stato shiita è obbligatorio, perché risultava scoperta una parte dei suoi capelli. La sua morte ha innescato in Iran una delle proteste più ampie degli ultimi anni, ma la risposta del governo non si è fatta attendere. Tre giorni dopo, il 19 settembre, è stato tagliato l’accesso ai social media e la connessione a Internet in gran parte del Paese, rendendo così più difficile il coordinamento fra i manifestanti, ma soprattutto ostacolando la fuoriuscita di notizie verso il resto del mondo.

La “polizia morale” deve controllare il rispetto della sharia (una rigida interpretazione del Corano), ma i manifestanti lamentano che queste forze dell’ordine sono solo uno degli strumenti di oppressione utilizzati dal governo per controllare la popolazione. Specialmente sotto il nuovo mandato del presidente Ebrahim Raisi, in carica dall’agosto 2021, l’intervento della polizia morale è diventato più aggressivo. Secondo la Human Rights Activists News Agency (HANRA) dall’inizio delle proteste ad ora sono state arrestate 14.000 persone. In diverse occasioni le forze dell’ordine hanno sparato sui manifestanti o usato gas lacrimogeni cercando di disperderli e alcuni dei detenuti rischiano la pena di morte. Se la popolazione è perlopiù isolata dal resto del mondo, per via dei continui blocchi applicati a Internet, l’Iran spicca fra gli attori più avanzati nell’uso di strumenti tecnologici e cyber per raggiungere i propri obiettivi. Tra le strategie di intervento volte a individuare i luoghi di protesta e identificare i dissidenti risulta l’uso di droni dispiegati per le strade delle principali città, così da identificare i luoghi della protesta e chi vi partecipa, e una campagna di phishing, volta a raccogliere le informazioni di potenziali dissidenti.

Però, anche le azioni benevolenti di attori esterni possono presentare un rischio: Amir Rashidi, iraniano ed esperto di sicurezza sul web, ha spiegato alla CNN come Elon Musk abbia esposto, non volutamente, la popolazione iraniana ad un pericolo considerevole. Il 23 settembre, il fondatore di SpaceX ha promesso di mettere a disposizione Starlink, la sua flotta di satelliti utilizzati anche in Ucraina, ma il processo di attivazione non è così immediato come si potrebbe sperare. Attivare la connessione in Iran significa un impegno a livello tecnologico considerevole e poter garantire una connessione anonima e sicura per chi la usa. Nei giorni susseguenti l’annuncio di Musk molte sono state le persone che sono cadute in trappole di phishing che promettevano loro una connessione sicura a Starlink. Rashidi ha avvertito come alcuni di questi hacker potrebbero essere incaricati dal governo per fornire a esso i profili raccolti. Ha sottolineato inoltre, che l’uso di tecnologie americane può essere motivo di accusa di spionaggio contro il governo iraniano.

Culture a contrasto ai Mondiali di calcio

Inaugurata il 20 novembre, la Coppa del mondo di calcio quest’anno si svolge per la prima volta in un Paese del Medio Oriente: il Qatar. Lo Stato sta combattendo da anni contro accuse di violazione dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori. L’attenzione mediatica sulle condizioni dei lavoratori migranti è rimasta elevata da quando, nel 2010, il Paese è stato individuato come stato ospite dei Mondiali del 2022. Un’inchiesta del Guardian, uscita nel febbraio 2021, ha dimostrato la morte di quasi 6.500 lavoratori coinvolti nella costruzione delle infrastrutture per la coppa del mondo a causa delle condizioni, spesso disumane, sotto le quali hanno sofferto. L’estate della penisola araba è particolarmente calda, con temperature che superano anche i 50°, nonostante questo i lavoratori, sotto il sole cocente del deserto, hanno spesso toccato turni di 14 ore al giorno.

Anche la libertà di stampa di tradizione occidentale si scontra con i limiti imposti dal Qatar, come dimostrato dall’episodio del 16 novembre in cui le forze di polizia locali hanno interrotto la trasmissione del reporter danese Rasmus Tanthold. La Danimarca si è già scontrata con gli organizzatori dei Mondiali, quando la FIFA ha proibito alla sua squadra di allenarsi con delle magliette con lo slogan “Diritti umani per tutti.” A Germania e Stati Uniti è stato proibito di gareggiare con la fascia arcobaleno, simbolo della comunità LGBTQ+, di cui qualunque affiliazione o appartenenza è proibita in Qatar.

I comportamenti occidentali si stanno per scontrare con quelli che sono valori intrinsecamente diversi dai propri. In data 18 novembre è stato ufficializzato il divieto di vendere alcolici, cosa che è in aperto contrasto con uno degli sponsor principali dei Mondiali: Budweiser. Ma il Qatar non si da per vinto: per dimostrare l’apertura della religione musulmana e della loro cultura verso il mondo, gli arabi hanno una cultura dell’ospitalità della quale vanno particolarmente fieri, e per dimostrare l’attrattiva del loro Paese sono stati affissi, per esempio, diversi cartelloni con alcuni insegnamenti presi dal Corano riguardanti la carità, la tolleranza e l’amore.

La COP27 tra censura e arresti

La XVII Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, si è conclusa il 18 novembre. E mentre Sharm-el-Sheik, città ospitante, torna alla normalità, i riflettori mediatici sono ancora puntati sull’Egitto.

Visto l’attivismo in materia, dimostrato da Ong e civili, è diventata prassi comune permettere l’organizzazione di proteste nell’area della conferenza e nella città ospitante. Il caso dell’Egitto rappresenta però l’eccezione alla regola: il paese proibisce la maggior parte delle manifestazioni e, in vista della COP27, le ha vietate del tutto citando motivi di sicurezza pubblica. Solo all’interno della conferenza, lontano dalle attività principali, è stata designata un’area per permettere di organizzare delle manifestazioni, ma qualunque protesta doveva essere registrata con un preavviso minimo di 36 ore. Nelle settimane precedenti la conferenza, le autorità hanno avviato una rete di sorveglianza per trovare chiunque stesse organizzando una manifestazione. Tra le strategie messe in atto c’è stata anche la creazione di postazioni di controllo al Cairo in cui le forze dell’ordine bloccavano i passanti per controllargli i profili social media.

Secondo quanto riportato dalla Commissione egizia per i diritti e libertà (Egyptian Commission for Rights and Freedoms) sono state arrestate quasi 700 persone in vista della Conferenza, tra loro anche giornalisti e un avvocato per i diritti umani, Ahmed Nazir Elhelw.

Anche le delegazioni di Stati, organizzazioni e media si sono resi conto della stretta da parte del governo egiziano: specialmente nei primi giorni sono state numerose le segnalazioni di chi non riusciva ad accedere a pagine di organizzazioni per i diritti umani, come ad esempio il sito di Human Rights Watch, o a siti di giornali, come Al-Jazeera o il Huffington Post, perché oscurate dalle autorità.

L’Egitto è in piena crisi economica, causata in parte dalla guerra in Ucraina e la svalutazione della sterlina egiziana. Il timore di molti “watchdog” è che la stretta avvenuta in occasione della conferenza possa continuare per prevenire possibili disordini causati dal carovita.

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