Il coronavirus è una sfida globale, la pandemia un nemico comune che in tutto il mondo reclama un pesante tributo di vite umane, mette in ginocchio i sistemi sanitari e porta in emersioni profonde faglie economiche e sociali.

Tra queste, in molti Paesi duramente colpiti dalla pandemia, c’è da segnalare lo scontro di poteri tra centro e periferia, non più declinato solo nella faglia “città contro campagna” che ha caratterizzato, ad esempio, numerose elezioni occidentali negli ultimi anni ma manifestatosi anche sotto forma di un’aspra dialettica tra autorità.

Governi centrali, autorità subnazionali, sindaci sono entrati ovunque in un duro confronto sulle modalità più funzionali di contenere il contagio, rispondere all’emergenza sanitaria e, dopo la fine dei lockdown, moderare la procedura di ritorno alla normalità e di ripresa economica. GlI Stati guadagnano terreno su un fronte, data l’inconsistenza di diverse organizzazioni internazionali (la debolezza politica dell’Unione Europea e i ritardi di Onu e Oms sono validi esempi) ma non lo mantengono, molto spesso, sul versante interno.

In Italia il centralismo del governo Conte II è stato episodico e discontinuo, mai imposto come linea strategica (ad esempio attraverso la centralizzazione della risposta al Covid-19) ma strutturatosi, passo dopo passo, attraverso i decreti del premier, una serie di ordinanze molto spesso confuse, un’interlocuzione con le Regioni raramente proficua. Le entità regionali hanno fatto spesso da sè: Luca Zaia ha guidato, brillantemente, la risposta del Veneto al Covid-19 attraverso la politica di tamponi a tappeto disattendendo le linee guide provenienti da Roma; la Campania di Vincenzo de Luca ha posto in essere a lungo ordinanze più restrittive di quelle governative; in Sardegna Christian Solinas ha alzato il livello del dibattito proponendo “passaporti sanitari” per chi si volesse recare nell’isola.

La confusione sulle competenze ha creato problemi nella dialettica Stato-regioni. Più volte il governo è parso delegittimato nella sua azione, mentre la faglia si acuiva anche attraverso la battaglia incrociata sulla ripresa della normalità (con le regioni del Sud timorose della riapertura della Lombardia) e del rilancio economico (finora deludente per il polmone nazionale lombardo-veneto). Lo spaesamento dei sindaci, molto spesso costretti a fronteggiare l’emergenza in prima linea senza gli adeguati poteri, ha fatto il resto.

Anche potenze dotate di un’autorità centrale forte e strutturata come Usa e Russia hanno avuto una crescita delle tensioni centro-periferia.

Negli Stati Uniti è stato a lungo animato il dibattito sull’opportunità o meno di procedere al lockdown generale. Andrew Cuomo, governatore di New York, si è scontrato con Donald Trump sull’assegnazione dei poteri per l’imposizione del lockdown preventivo. Sette Stati dell’Est e i tre Stati della costa occidentale, California, Oregon e Washington, tutti a guida democratica, hanno voluto coordinarsi per scegliere le tempistiche della riapertura temendo strappi dalla Casa Bianca. Ancor più grandi gli scontri in Brasile, dove governatori e sindaci sono in rivolta contro la lettura anti-lockdown di Jair Bolsonaro

La Russia, Paese federale sulla carta ma gravitante di fatto attorno ai centri di potere del Cremlino, ha subito numerosi danni dalla sua rigidità istituzionale. Come nota Formiche, “la gestione della emergenza ha mostrato i limiti di un architettura istituzionale di rigido centralismo che ha dovuto delegare poteri alle regioni per fronteggiare la pandemia su un territorio vastissimo. Questa delega è temporanea ma alimenta quelle istanze regionaliste che nel 2019 si erano fatte sentire insieme a proteste ecologiste contro la eccessiva concentrazione di risorse su Mosca”. La crisi energetica farebbe in questo contesto il resto, facendo maggiormente sentire il peso delle disuguaglianze economiche ataviche nel Paese.

Germania e Spagna, Paesi forti di un federalismo molto radicato, hanno a loro volta avuto tensioni. Berlino ha potuto approfittare della minor virulenza del contagio per non calcare troppo la mano con i singoli Lander, mentre Madrid si è confrontata con comunità quali la Catalogna sul tema delle allocazioni di risorse, senza però mai arrivare ad uno scontro frontale. Diverso il caso del Belgio, ove la pandemia e le sue brutali conseguenze rischiano di aprire una consistente faglia tra fiamminghi e valloni in un gioco incrociato di accuse.

La pandemia manda in trincea, chiaramente, gli agenti di prossimità, che richiedono maggiore sussidiarietà e più mano libera contro la crisi. Al tempo stesso, in quanto emergenza nazionale impiega i governi con poteri paragonabili a quelli di un conflitto bellico. Ciò apre a due scenari rischiosi, secondo Formiche: da un lato “l’affermarsi incontrollato di istanze periferiche” di matrice disgregatrice; dall’altro “il rischio che Stati Nazione – appunto perché incapaci di gestire con recente esperienza politica il riemergere di queste istanze localiste –  rispondano con un irritante eccesso di autorità centralista; quando non proprio con la forza”. Il muro contro muro centro-periferia nasconde la realtà dei fatti: e cioè che veduta generale e azione locale non devono necessariamente contrapporsi, ma rappresentare due facce della stessa medaglia. La contrapposizione causa vuoto di potere, crea forti rallentamenti nella risposta alla crisi sanitaria e frena la ripresa quando essa si manifesta come necessaria. A che pro riaffermare le prerogative dello Stato nazionale se poi si lascia spazio ad ambiguità tanto rovinose e conflitti interni assolutamente deleteri?

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