Joseph LaPalombara, 96enne politologo statunitense di origini italiane, non ha dubbi su come la Casa Bianca di Joe Biden prenderebbe una riconferma di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi per un terzo mandato: “Un governo Conte-ter sarebbe un disastro”, spiega il decano dell’Università di Yale, docente nel prestigioso ateneo del Connecticut per oltre cinquant’anni, in una conversazione con Formiche. “Certificherebbe l’Italia come un attore di secondo piano, dato che confermare alla guida dell’esecutivo una figura indebolita come Conte non rappresenterebbe “una buona base per reclamare un ruolo più importante per l’Italia sullo scacchiere internazionale”.

A parlare non è uno studioso qualsiasi, ma un gigante della politologia che, anche in età avanzata, non ha mai cessato di osservare gli sviluppi del contesto internazionale. E quello di LaPalombara, originario di una famiglia italiana emigrata a Chicago, è un osservatorio privilegiato: da un lato il politologo è espressione di quel mondo intellettuale ed accademico organico al Partito Democratico, da lui sostenuto ininterrottamente fin dalla gioventù, e che all’Università di Yale è maggioritario, dall’altro ha una conoscenza diretta delle istituzioni e delle dinamiche del nostro Paese, che conosce a menadito. E rappresentando uno dei pochissimi analisti di spessore sul piano internazionale che, forse complici le origini, ha saputo interpretare i complessi meccanismi che regolano la democrazia e gli equilibri di potere italiani capendo la diversità delle chiavi di lettura politiche, dei meccanismi decisionali e degli equilibri partitici italiani. Fondati su presupposti che il metodo maggioritario anglo-sassone in voga negli Usa tende a non capire (i lettori più attenti ricorderanno che Donald Trump nel 2018 semplificò nell’accogliere Giuseppe Conte elogiandolo come “il grande vincitore delle elezioni italiane”).

LaPalombara, inoltre, ha servito come segretario per i rapporti culturali Italia-Usa all’ambasciata a Roma nel 1981, ha scritto articoli di analisi per Corriere della Sera, La Repubblica, Il Messaggero e altre testate italiane, nel 1987 ha pubblicato un volume sulla democrazia italiana (Democracy Italian Style) che ha rappresentato un punto di riferimento per gli studi sul nostro Paese e ha ottenuto, tra gli altri, il plauso di Umberto Eco e ha operato come consulente per diversi gruppi industriali nazionali.

Dunque, quando LaPalombara parla dell’Italia e dell’impatto della sua politica oltre Atlantico va ascoltato. Perché permette di mettere da parte quel misto di protagonismo e provincialismo con cui molto spesso la classe dirigente italiana si approccia agli Usa. E il navigato studioso nella sua conversazione col giornalista Francesco Bechis è tranchant nel bocciare “Giuseppi”: “politicamente anonimo”, Conte non ha guadagnato terreno nemmeno definendo l’agenda di Biden come la sua stessa agenda. Anzi, forse così facendo ha peggiorato le cose: “Palazzo Chigi non ha dimostrato il tipo di leadership italiana, per non dire europea, che costringerebbe l’amministrazione Biden a prestare la giusta attenzione a Roma”, e di questo nelle scorse settimane avevamo dato conto su queste colonne.

Il suo “peccato originale”, per così dire, è stato di natura geopolitica: la firma del memorandum con la Cina per l’adesione italiana alla Nuova via della seta nel marzo 2019 ha creato sconcerto a Washington e distrutto le possibilità che la forza maggioritaria nel parlamento italiano, il Movimento Cinque Stelle, diventasse un interlocutore credibile. E Conte, oltre Atlantico, è comprensibilmente accostato proprio ai grillini. La cui presenza nell’esecutivo al fianco di un partito filo-atlantico come il Pd, secondo LaPalombara, “causa più di un mal di testa in America”.

Fermo restando che qualsiasi illusione per Roma di essere politicamente in prima fascia nella considerazione di Washington è declinata dopo la fine della Guerra Fredda e lo scioglimento del Partito Comunista Italiano, LaPalombara è dell’idea che per essere ascoltata oltre Atlantico l’Italia dovrebbe in primo luogo essere autorevole e dialogante in maniera costruttiva nei confronti di Francia e Germania nel contesto europeo. “Se l’Italia conta così poco nel decision-making dell’Ue, perché mai l’America dovrebbe darle attenzioni?”, si chiede LaPalombara. E questa domanda ci fa venire in mente l’invito a una prova di maturità in nome dell’interesse nazionale avanzata dall’ambasciatore Giampiero Massolo nelle settimane scorse mentre parlava dei rapporti dell’Italia con l’amministrazione Biden negli anni a venire.

La human diplomacy conta enormemente in questi tempi complessi, e per il politologo di Yale un presupposto fondamentale per la ripresa di quota dell’Italia nel contesto dei rapporti con gli Usa dovrebbe essere la nomina a capo dell’esecutivo di una figura politica con un cursus honorum più consolidato di quello di Conte e con saldi radicamenti nell’atlantismo. LaPalombara ammette di ritenere che gli Usa di Biden potrebbero preferire a Conte il suo predecessore a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni, che come scritto di recente è gradito in particolar modo a Matteo Renzi, ma la sua debolezza negoziale nel contesto della Commissione europea rischia di rappresentare un handicap. Più pesante, in questo contesto, l’altro nome fatto da LaPalombara: Mario Draghi.

Quel che è certo è che i democratici Usa sono stufi di Conte, e il fatto che anche un osservatore solitamente attento a valutare sfumature e non prendere posizioni nette come LaPalombara, conoscitore degli equilibri italiani e dei loro impatti oltre Atlantico, sia arrivato a ritenere certa la bocciatura di Conte nelle stanze del potere di Washington e a citare nomi alternativi la dice lunga su quanto il consenso internazionale per “Giuseppi” si vada esaurendo. E che un terzo incarico all’avvocato pugliese rischierebbe di essere letto, nel contesto globale, come un’ulteriore conferma del nostro declinante orizzonte politico.

 

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