Le elezioni legislative israeliane di settembre si sono concluse con un nulla di fatto e lo stallo venutosi a creare tra il blocco politico capeggiato dal Likud del premier Benjamin Netanyahu ed il partito Bianco e Blu dell’ex Generale Binyamin Gantz ha proiettato il Paese verso nuove consultazioni, che avranno luogo a marzo del 2020. L’accesa sfida politica tra gli schieramenti ha, però, un grande assente: la sinistra e più in generale i movimenti progressisti non palestinesi. Si è assistito, negli ultimi decenni, ad un costante ed inesorabile spostamento verso destra delle preferenze politiche dei cittadini: l’ultimo primo ministro di centro sinistra, Ehud Barak del Partito Laburista, ha lasciato l’incarico il 7 marzo del 2001 e considerando che lo stesso Barak era rimasto al potere per appena due anni si è trattato di un premierato piuttosto breve.

Un declino inesorabile

La condizione dei progressisti israeliani non è stata, però, sempre così negativa: la sinistra ha infatti contribuito alla fondazione dello Stato ed ha espresso, tra il 1948 ed il 1977, tutti i premier che si sono succeduti alla guida del Paese, da David Ben Gurion a Yitzhak Rabin. I partiti di centro-sinistra ottennero, alle consultazioni del 1992, 61 seggi sui 120 della Knesset in quello che si è rivelato l’ultimo vero zenith di questa area politica. Il fallimento degli Accordi di Oslo del 1993, che avrebbero dovuto portare alla nascita di una Palestina indipendente e l’uccisione del premier Yitzhak Rabin nel 1995 hanno provocato, però, seri danni alla causa progressista e gli anni successivi, in cui si sono succeduti spargimenti di sangue e negoziati fallimentari, hanno causato la nascita di ulteriori crepe in una struttura già precaria. Secondo l’Israel Democracy Institute appena il 12 per cento dei cittadini si considera di sinistra mentre quindici anni fa questa percentuale era circa il doppio, il 56 per cento della popolazione, invece, si ritiene di destra (erano il 40 per cento quindici anni fa) e solamente il 26.5 dei cittadini si considera centrista (un numero molto simili a quello di quindici anni fa).

Le prospettive

Il prossimo futuro non sembra inoltre riservare buone nuove ai partiti progressisti: i Laburisti, secondo gli ultimi sondaggi, dovrebbero ottenere 5 seggi su 120 alle elezioni di marzo 2020 mentre l’Unione Democratica oscillerebbe tra i 4 ed i 5 scranni. L’unica eccezione è la Lista Unita, una coalizione formata da alcuni schieramenti legati al mondo degli arabo-israeliani e per sua stessa natura destinata ad essere minoritaria ed a poter intercettare esclusivamente il voto di questa minoranza della popolazione. La parziale crisi dei consensi del Likud non ha portato alla nascita di uno schieramento di sinistra in grado di vincere le elezioni ma, piuttosto, ha convinto una parte degli elettori (attualmente in maggioranza relativa) a supportare il progetto politico di Gantz, non certo un progressista ed al massimo qualificabile come centrista oppure liberale. Non è dunque chiaro come e se il fronte progressista israeliano riuscirà a risollevarsi dalle proprie sventure e se sarà in grado di formulare una serie di proposte politiche nuovamente appetibili per buona parte dell’elettorato. Più tempo passerà, in ogni caso, e più diventerà difficile risalire una china che sta diventando, sempre più, una montagna difficile da scalare.

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