La Francia di Emmanuel Macron è ovunque. E l’Eliseo continua a far circolare le sue navi, i suoi aerei e i suoi

uomini in tutto il mondo per continuare a sfidare le altre potenze ma anche per imporre la presenza francese in ogni angolo del globo, quasi a lanciare un segnale del fatto che Parigi non molla la presa e vuole essere riconosciuta quale potenza militare al pari delle nazioni che controllano realmente il pianeta.

Dall’inizio della sua presidenza, il capo dello Stato francese non ha fatto mistero di considerare le sue forze armate come parte integrante della sua agenda politica. E molto spesso ha dimostrato di avere come piano quello della “esternalizzazione” dei problemi della Francia. Non riuscendo a risolvere i problemi interni, molte volte il capo dell’Eliseo ha pensato di rispolverare il concetto di grandeur tanto caro alla Francia per dimostrare che la sua presidenza non sarebbe stata inferiore a quella di altri leader.

E così è stato, con un continuo interesse di Macron verso tutti i conflitti e le aree di escalation del mondo. E adesso, dall’Europa orientale all’Africa, passando per l’Oceano Indiano e Pacifico, la Francia continua a inviare i suoi uomini ovunque. Come ultimo afflato di un antico impero che sembra non voler abbandonare al suo destino. Ma che adesso rischia di provocare più di un problema alla Francia nel mondo.

In Africa l’agenda del presidente francese è stata a dir poco iperattiva. Dal Sahel alla parte settentrionale del continente, senza dimenticare l’Africa occidentale e orientale, Macron ha mantenuto i suoi militari in tutta l’area, non solo confermando le forze dell’Operazione Barkhane, (più di 3mila uomini fra Ciad, Niger, Mali, Mauritania e Burkina Faso), ma anche con accordi strategici con i singoli governi che hanno visto.

Tutto questo mentre più a nord, in Libia, si svolge una partita estremamente complessa in cui sono entrati anche gli uomini di Parigi. Anche se ufficialmente nessun militare francese è presente in territorio libico, è altrettanto evidente che qui la Francia gioca un ruolo essenziale. E se anche non ci sono formalmente truppe francesi, è altrettanto evidente che uomini delle forze armate d’Oltralpe ci sono e rappresentano una chiave fondamentale per comprendere il conflitto libico. In questi giorni, ha fatto notizia il fermo di 13 cittadini francesi al confine tra Tunisia e Libia. Pochi giorni prima, da Tripoli sono arrivate le rivelazioni di consiglieri militari transalpini insieme alla truppe di Khalifa Haftar. E dalla Libia del Sud, arrivano indicazioni di aziende francesi che fanno a gara per entrare nel sistema di protezione del confine promosso dalla missione europea Eubam Libia. Non si tratta di soldati francesi. Ma in questi casi, la fusione tra privati, contractor e forze armate è molto importante. E gli Stati Uniti osservano con una certa apprensione il fatto che i francesi stiano soffiando sul fuoco libico rompendo gli schemi voluto da Washington.

Nel frattempo, in Medio Oriente, la presenza francese continua a non subire contraccolpi. Le truppe d’élite di Parigi mantengono le loro posizioni nel nord-est della Siria, in pieno territorio curdo. L’arrivo a Parigi nei giorni scorsi di esponenti delle milizie curde siriane è un segnale inequivocabile dell’interesse francese per il Medio Oriente. Interesse confermato anche dalla continua presenza di navi della Marine National nel Mediterraneo orientale, le cui fregate sono state anche coinvolte negli attacchi contro Damasco e le forze di Bashar al-Assad dopo le accuse sugli attacchi chimici.

Più a sud, Macron ha invece puntato forte sulla volontà di circondare la Penisola Arabica. Dalla parte del Golfo di Aden, il viaggio in Etiopia ha voluto lanciare un segnale chiarissimo del fatto che anche la Francia fosse presente nel Corno d’Africa. Una rotta essenziale, solcata dagli interessi francesi come dalle sue truppe e dalle sue navi. Le Forces françaises stationnées à Djibouticontano 1.450 unità e non accennano a diminuire. Mentre dall’altra parte della penisola, nel Golfo Persico, ci sono 650 soldati francesi negli Emirati Arabi Uniti. Forze cui si aggiungono quelle presenti nell’Oceano Indiano: quasi 2mila effettivi con cui il presidente francese ha deciso di far capire che nello scacchiere asiatico c’è posto anche per Parigi.

Fin qui, Macron sembra poter contare sul suo antico impero. Paesi che fondamentalmente non hanno interessi contrapposti a quelli francesi e con governi locali più o meno affini a Parigi. Ma più si va a oriente e più la situazione cambia. E il passaggio dall’Africa all’Asia, può essere estremamente pericoloso per il presidente francese, che sa di dover confrontarsi con qualcosa di molto più grandi di lui. L’esempio arriva in queste ore dallo scontro diplomatico fra Cina e Francia a causa della presenza navale di Parigi nello Stretto di Taiwan. Il governo cinese ha fatto sapere che la sua marina ha intercettato, a inizio mese, una nave francese. Il portavoce del ministro della Difesa cinese, Ren Guoqiang, ha confermato che “la nave francese è entrata nelle acque territoriali cinesi senza permesso”. E ha scatenato l’ira di Pechino.

Ira che Macron potrebbe provocare anche in un altro attore altrettanto forte e decisivo nello scacchiere mondiale: la Russia di Vladimir Putin. In questi giorni, Parigi ha deciso di mandare circa 300 uomini sul confine orientale della Nato, in Estonia. Si tratta di una missione legata all’Alleanza atlantica, ma non è un mistero che Macron abbia interesse a entrare nella partita dell’Europa orientale anche per mandare un segnale a Donald Trump e Putin, così come ad Angela Merkel .Nella partita dell’Est, vuole che ci sia anche la Francia. Ma il rischio è questa volta, come nel Pacifico, trovi di fronte a sé potenze disposte a tutto. E provare a sfidare contemporaneamente Cina, Russia e Stati Uniti potrebbe essere un clamoroso errore.

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