Dovevano essere le due sorprese del XXI secolo. Una ha mantenuto le attese, anzi, ha fatto meglio del previsto arrivando a contendere il primato globale degli Stati Uniti. L’altra si è persa strada facendo, incapace, per vari motivi, di sfruttare il suo enorme potenziale economico, geopolitico e persino demografico.

Stiamo parlando rispettivamente di Cina e India, i due Paesi più popolosi al mondo. Le relazioni sino-indiane sono state da sempre macchiate da una evidente competizione strategica e politica, ma anche da una inevitabile cooperazione economica. Nei primi anni Duemila, quando i Pil di Pechino e Nuova Delhi crescevano tra l’8 e il 12% all’anno, divenne consuetudine utilizzare il termine Cindia per indicare l’enorme colosso asiatico che – nelle previsioni degli analisti – avrebbe definitivamente sconquassato l’Occidente e messo in soggezione gli Stati Uniti.

Alla fine non è accaduto niente di tutto questo. O meglio: mentre la Cina, grazie ai minuziosi piani quinquennali disegnati dal Partito Comunista cinese, non ha tradito le attese, l’India è rimasta a metà del guado, inghiottita da storici problemi interni. Alternando a bolle di iper-modernizzazione accelerata fondata sulle ultime tecnologie (pensiamo a distretti come quello di Bangalore) una serie di fusi orari storici di sviluppo tra le diverse aree del Paese e mantenendo al suo interno sacche di sottosviluppo e aree rurali in cui lo stato della popolazione non differisce molto dai tempi medievali.

Le radici delle divergenze

Possiamo citare, a livello strutturale e politico, il peso di una burocrazia tossica e di un sistema spesso inefficiente e inefficace, ma anche le profonde tensioni socio-economiche che da sempre attanagliano l’Elefante indiano. Da un punto di vista religioso, a maggior ragione in seguito all’elezione dell’ultranazionalista Narendra Modi, la convivenza tra indù e islamici è diventata molto più complessa per i secondi. Come se non bastasse, pesano gli squilibri economici tra le citate oasi di benessere piazzate all’interno delle grandi megalopoli e gli sperduti villaggi di campagna. Ma, in realtà, basta semplicemente spostarsi per le strade di una città per notare subito il gap tra chi può permettersi una vita agiata e chi, al contrario, non può né potrà mai farlo farlo.

Un’altra delle prospettive che gli analisti di inizio millennio hanno sottovalutato era legata alla grammatica strategica che avrebbe, gradualmente, plasmato scenari di profonda competitività tra due giganti asiatici. Poche relazioni interpretano in maniera tanto completa il ruolo di perfetta esemplificazione della dialettica dell’era della globalizzazione quanto quella, ampia, tormentata, controversa che caratterizza la Cina e l’India. Un rapporto millenario, frutto della miriade di contatti tra due dei principali poli di civiltà planetario, si declina oggi nella relazione tra la Repubblica Popolare Cinese e l’India sorta dopo lo smantellamento dell’Impero Britannico.

Contenziosi politici e geopolitici

Quando parliamo di Cina e India è impossibile tralasciare i vari contenziosi sui confini, uniti alla strategia cinese pensata appositamente per strozzare l’Elefante indiano. Come si delinea quest’ultima? Da una parte puntando sulle relazioni con il Pakistan – acerrimo nemico di Nuova Delhi – e dall’altra cementando legami con i Paesi dell’Asia Meridionale, vera e propria area contesa tra i due attori. Del resto, Pechino è in grado di attirare diversi governi, potendo giocare la carta della Belt and Road Initiative, con tutti i progetti annessi.

In generale, il Dragone, dall’avvento del presidente Xi Jinping, è al lavoro per creare una “comunità umana dal futuro condiviso” e promuovere relazioni win win. L’India, al contrario, schiacciata tra l’altro dalla pandemia di Covid, non sembra avere idee per contrastare l’avanzata cinese nel continente asiatico. Per un breve lasso di tempo, nell’ora più buia della pandemia di Covid-19, Nuova Delhi ha provato a usare l’arma dei vaccini, con la famigerata diplomazia dei vaccini, salvo tirare i remi in barca per la carenza di dosi a uso interno. Anche qui, la Cina ha avuto la meglio.

Già nell’epoca della Guerra Fredda, pur da nazioni non allineate, Cina e India sono state abituate a guardarsi in cagnesco. L’India, riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese il 1 gennaio 1950, fu il primo Stato non comunista ad accettare il nuovo status quo seguito alla fine della guerra civile in Cina, instaurando rapporti diplomatici con il governo di Pechino e dando così il via alla fase contemporanea dei rapporti sino-indiani, ma dopo un breve idillio fondato sul processo che avrebbe portato alla nascita del movimento dei Paesi non allineati nel 1962 i due Paesi si scontrarono per ragioni di confine e, negli anni successivi, arrivarono addirittura a dotarsi del deterrente atomico per dissuadersi reciprocamente dal compiere iniziative avventate.

Nuova Delhi, in particolar modo, ha cercato dapprima nell’Unione Sovietica e in seguito negli Stati Uniti un partner geopolitico per controbilanciare le mire strategiche di Pechino. In campo militare e geopolitico l’India ha provato negli ultimi anni a raggiungere una situazione di equilibrio e parità tale da controbilanciare la sua minorità economica e di sviluppo interno, costituendo una flotta militare e una dottrina navale assertiva nell’Indo-Pacifico e partecipando attivamente ai dialoghi del Quad con Usa, Giappone e Australia.

Una collaborazione necessaria

Questo non toglie che ci siano, tra Pechino e Nuova Delhi, fattori di interdipendenza e spiragli di comunicazione. Un primo dato è quello dell’interscambio commerciale, estremamente dilatatosi negli ultimi anni: considerando solo il lasso di tempo compreso tra il 2004 e il 2015, il commercio bilaterale si è accresciuto di ben sette volte, aumentando da 10 a 72 miliardi di dollari l’anno principalmente grazie alla crescita delle acquisizioni indiane di prodotti elettronici e macchinari industriali prodotti in Cina, che nel solo 2015 hanno generato un giro d’affari da 25,8 miliardi di dollari.

Al contempo, Cina e India necessitano di un canale attraverso cui portare avanti un dialogo diplomatico a tutto campo e stemperare le tensioni diplomatiche più volte salite alle stelle, oltre che affrontare la comune sfida del terrorismo. Il perno del dialogo è stato, negli ultimi anni, la Russia, che pur non avendo il potenziale politico e diplomatico per fungere da equilibratore tra i due giganti asiatici e avendo messo da tempo nel cassetto il progetto del gruppo Brics esteso a Brasile e Sudafrica mantiene un canale privilegiato con l’India e sta strutturando un importante dialogo con la Cina.

Con la mediazione russa nel 2017 l’India è entrata, assieme al rivale Pakistan, nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, che oltre a Cina e Russia comprende Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan.E rappresenta uno spazio di dialogo in cui due potenze sempre più rivali possono confrontarsi. Nella consapevolezza che Cindia è un esperimento impossibile e che il rapporto è tutt’altro che perfettamente equilibrato, Nuova Delhi e Pechino non possono fare a meno di competere, controbilanciarsi, contrapporsi. E proprio per questo necessitano di comunicare. Per evitare che dai vari contenziosi aperti possa sorgere la base di un conflitto.

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