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Il 17 dicembre 2010 il venditore ambulante Mohamed Bouazizi, disperato per la mancanza di lavoro e i soprusi della polizia, si è immolato con il fuoco di fronte la prefettura di Sidi Bouzid. Così scaturivano le proteste che dal dimenticato entroterra tunisino hanno incendiato il resto del paese fino a raggiungere la capitale Tunisi, per poi espandersi nel resto del mondo arabo.

Oggi, di quel giorno resta un ritratto stilizzato del volto di Bouazizi sull’edificio delle poste della sua città. Una scritta rossa recita: “il martire”. Proprio dalla piazza centrale a lui intitolata, nel 2019 il neoeletto presidente Kais Saied annunciava l’istituzione di una giornata di festa nazionale per commemorare il ventiseienne. Ma i tunisini si chiedono ancora se si tratti di un giorno feriale o meno, visto che a quell’annuncio non è seguito nessun decreto ufficiale. E il 17 dicembre resta un giorno come gli altri.

Soprattutto quest’anno. La presidenza della Repubblica, infatti, ha comunicato ieri sera che Saied, a causa di “impegni urgenti”, non parteciperà alla commemorazione della rivoluzione presso Sidi Bouzid.

Le vie di questa e di tante altre città tunisine, da quel lontano 2010, sono state nuovamente occupate da chi non ha smesso di chiedere “libertà, dignità e lavoro”, come recita il famoso slogan della rivoluzione. I giovani precari o disoccupati continuano a immolarsi nel tentativo di attirare l’attenzione delle autorità sul malessere sociale crescente, ma del loro sacrificio non c’è più traccia sui quotidiani locali.

Secondo i dati del ministero della salute, darsi fuoco è il secondo metodo di suicidio più diffuso nel paese. Anche se non esistono statistiche ufficiali sulle auto-immolazioni, la stampa tunisina ne ha contate più di 200 tra il 2011 e il 2018. L’ultima ha avuto luogo il 1° dicembre a Zaghouan, dove un padre di famiglia si è cosparso di benzina dopo aver scoperto di non essere tra gli operai scelti per lavorare qualche settimana in un cantiere.

L’entusiasmo della rivoluzione ha lasciato il posto prima alla disillusione, poi alla collera. Le promesse di Saied, presidente indipendente, eletto grazie al voto dei giovani e spesso definito “il salvatore della rivoluzione”, non si sono trasformate in politiche a sostegno delle fasce sociali più deboli, anche a causa del parlamento a lui avverso in cui non è rappresentato politicamente.

Una nuova ondata di proteste popolari attraversa la Tunisia da inizio dicembre, mentre la crisi economica causata dalla pandemia mina la stabilità del governo. Per la crisi sanitaria, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 18% durante il secondo trimestre del 2020 (era il 16% prima della pandemia), come nel 2011, all’apice della rivoluzione.

Da quando abbiamo conquistato il diritto di protestare non abbiamo più smesso di farlo. Il governo ha sempre risposto con la repressione. Non chiediamo molto: vogliamo lavoro”, spiega Karima. Questa madre di famiglia, da inizio mese, si unisce ogni giorno a un gruppo di manifestanti nei pressi del complesso industriale di Ghannouch, la sua città, nel sud est della Tunisia. Il marito ha perso il lavoro per la pandemia, così in famiglia nessuno porta più il pane a casa. “Far sentire la nostra voce bloccando le attività produttive è l’unico modo per essere considerati da Tunisi”. Durante il lockdown Karima ha usufruito dei pochi sussidi dello Stato: “ad aprile ci hanno dato 200 dinari (l’equivalente di 60 euro), poi più niente”.

Le difficili condizioni economiche mettono alla prova, in particolar modo, le regioni più emarginate, quelle interne e meridionali, e hanno spinto da inizio anno a oggi 12.673 tunisini ad attraversare il Mediterraneo per cercare fortuna in Italia. Secondo i dati del Viminale sono più del triplo dell’anno scorso e oggi rappresentano  il 40% del totale degli sbarchi.

“Questo accade perché le ragioni profonde della rivoluzione sono ancora tutte qua”, spiegava Khayreddine, sfilando per le vie di Tunisi in occasione dello sciopero del personale sanitario l’8 dicembre. La questione sociale e quella economica non sono mai state affrontate da chi ha preso le redini del paese dopo l’esilio del presidente Zine El-Abidine Ben Ali nel gennaio 2011.

Come accade spesso, la letteratura ha saputo anticipare il sentimento di sfiducia e indignazione che ha portato alla rivoluzione, ma è con questa che in Tunisia si è assistito a un “salto letterario”. Così spiegano le arabiste Chiara Comito e Silvia Moresi, nel libro Arabpop: arte e letteratura in rivolta dei paesi arabi, illustrando quella stagione culturale.

I romanzi tunisini della rivoluzione raccontano storie di delusioni e fallimenti, spesso caratterizzate da contesti di gravi disparità sociali: il borghese e il senzatetto, il cittadino della capitale e quello di provincia, le nuove generazioni e la famiglia tradizionale.

“Il disincanto per l’esito della transizione democratica è totale”, spiega Shukri Mabkhout, accademico e scrittore tunisino, che con L’Italiano ha vinto nel 2015 l’International Prize for Arabic Fiction, il più importante premio letterario del mondo arabo. Il suo romanzo, ispirato dai primi anni delle proteste nel 2010-2012, racconta di un altro storico periodo di cambiamenti già vissuto nel Paese, la fine dell’era di Habib Bourghiba, padre dell’indipendenza tunisina, e l’inizio, nel 1987, del regime di Ben Ali, suo ministro dell’interno.

Mabkhout narra i tormenti sentimentali di Abdel Nasser, soprannominato “l’italiano” per il suo fascino, un trentenne di sinistra che vede infrangere i suoi ideali in una Tunisia in decadenza, in preda al malcostume. Con la narrazione di quell’epoca, lo scrittore cerca di dare alla Primavera araba gli strumenti per provare a comprendersi, e si interroga sui motivi per cui la sinistra tunisina non abbia saputo sfruttare l’occasione della rivoluzione. Ancora oggi, secondo lui, “nessuno può affermare di aver pienamente compreso le dinamiche profonde di questa corrente rivoluzionaria, neanche i sociologi e i politologi”.

Complice dell’incapacità del movimento rivoluzionario di trasformarsi in proposta politica, è “la pesante eredità del sistema corrotto e mafioso su cui si reggeva il regime di Ben Ali, il cui smantellamento si è rivelato più complesso del previsto”, prosegue l’autore. Per fare i conti col passato, la Tunisia ha istituito nel 2013 la Commissione per la Verità e la Dignità, (Ivd), che fino a dicembre 2018 ha indagato sugli abusi dei regimi di Bourghiba e Ben Ali. Nel suo rapporto finale, pubblicato a marzo 2019, ma recepito dal governo solo quest’anno, si contano oltre 60mila casi esaminati di cui solo circa 200 circa sono stati rinviati a processo.

Se i primi mesi le udienze hanno attirato curiosi e telecamere, da anni una parte della società ha perso fiducia nella giustizia di transizione a causa delle polemiche che hanno visto coinvolta la presidente dell’Istanza Sihem Bensedrine, vicina al partito islamista di Ennahda. “Nel rapporto reso pubblico dall’Ivd, però, troviamo raccomandazioni importanti e progressiste in materia di libertà individuale”, spiega Halim Meddeb, avvocato tunisino.

Ma secondo Mabkhout, “il sistema giudiziario tunisino manca ancora del coraggio e dell’intuito di ‘un giudice Falcone’ o del suo successore Antonino Caponnetto. Oggi i tunisini sentono che al posto di un grande mafioso come Ben Ali ci sono mafiosi dilettanti che non hanno remore”.

Nonostante lo scrittore riconosca che l’esperienza rivoluzionaria tunisina sia stata la meno sanguinosa e la più promettente del mondo arabo, “occorre ammettere con franchezza che oggi il paese è nelle mani di politici guidati da una logica di smantellamento dello Stato, avidi di potere ed incapaci di progettare nuove strategie”.

Secondo Makbhout la narrazione della transizione democratica tunisina come momento contingente ha contribuito a rallentare alcuni cambiamenti, oggi più necessari che mai. Dall’adozione della nuova costituzione nel gennaio 2014, ad esempio, il paese attende ancora che venga istituita la Corte Costituzionale. Cambiare lo sguardo con cui si analizza questo processo storico a lungo termine è quindi fondamentale per evitare che si traduca in un fallimento, “ammesso che non sia già fallito”, precisa l’accademico.

A distanza di anni, se Mabkhout dovesse riscrivere il personaggio di Abdel Nasser ispirandosi alla Tunisia di oggi: “Non cambierebbe nulla, perché i problemi sono ancora gli stessi”.

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