Altro che integrazione: l’immigrazione di massa e il multiculturalismo provocano la “disintegrazione” dello stato nazionale, il collasso del welfare, l’annullamento di comunità storiche. Come spiega senza mezzi termini il filosofo francese Alain Finkielkraut in un’intervista pubblicata su Il Foglio, “dopo che Francis Fukuyama pubblicò la Fine della storia, Samuel P. Huntington scrisse Lo scontro delle civiltà. Huntington aveva ragione e Fukuyama torto. Adesso questo scontro di civiltà è molto evidente. In Europa c’è una nuova divisione. La caduta del muro di Berlino ha sancito la fine del comunismo, ma i paesi orientali non hanno reagito come i paesi occidentali, sono rimasti legati alla propria identità, vedono l’Europa come una civiltà e non soltanto come una costruzione giuridica e politica”.

Il celebre filosofo intellettuale spiega come immigrazione di massa e il multiculturalismo rappresentano un pericolo mortale per una comunità, quella francese in particolare: “La Francia oggi è un paese diviso, frantumato, parliamo molto della ‘diversità’, ma questa diversità è una menzogna”. Siamo violenti, sottolinea, “le forze di polizia sono intrappolate nei famosi ‘quartieri difficili’, i territori perduti della repubblica. Gérard Collomb, l’ex ministro dell’Interno di Emmanuel Macron, prima di dimettersi ha detto che in Francia le comunità erano fianco a fianco, oggi sono faccia a faccia. E che ci sarà una guerra civile. Perché, invece di cercare l’assimilazione e l’integrazione, la Francia sta andando verso la disintegrazione. Il diritto alla continuità storica è oggi in pericolo e sotto attacco. Alcuni, in nome del principio dell’ospitalità, vogliono sostituire la civiltà europea e la sua componente francese con una società multiculturale”. 

Multiculturalismo e immigrazione di massa

Parole importanti quelle di Finkielkraut, che racconta come la Francia e l’Europa, in generale, siano messe in pericolo e il “diritto alla continuità storica” sia minacciato dalla società multiculturale supportata dalla sinistra politicamente corretta e dalle élite cosmopolite. Il già citato Samuel P. Huntington lo aveva ben compreso in tempi non sospetti. È il 2005 quando il politologo americano pubblica La nuova America. Le sfide della società multiculturale (edito in Italia da Garzanti), nel quale spiega ciò che anni dopo sarà chiaro a molti su élite e immigrazione. Molti anni prima della Brexit, dell’avvento di Donald Trump e dell’ascesa dei sovranismi in tutta Europa.

Riflettendo sulla società americana – ma il discorso si può estendere a tutto l’occidente – Huntington notava già all’epoca che “le opinioni della maggioranza sui problemi dell’identità nazionale differiscono significativamente da quelle di molte élite. Tali differenze riflettono il contrasto sottostante tra gli elevati livelli di orgoglio nazionale e di impegno psicologico verso il paese da parte della maggioranza dei suoi abitanti, e la progressiva de-nazionalizzazione delle élite, accompagnata da un atteggiamento decisamente favorevole alle identità transnazionali e subnazionali”. Questo, molti anni dopo, sarà il leitmotiv delle forze sovraniste in tutta Europa e di Donald Trump negli Stati Uniti. Il distacco totale tra il sentimento del popolo e quello delle cosiddette élite.

Parole, scritte nel 2005, che oggi sembrano profetiche: “Le differenze tra una maggioranza patriottica e le élite denazionalizzate rispecchiano altre differenze, nei valori e nella filosofia. Le sempre maggiori differenze tra i leader delle grandi istituzioni e il popolo sui problemi di politica interna ed estera che coinvolgono l’identità nazionale formano un confine culturale molto significativo che taglia trasversalmente le distinzioni di classe, di confessioni religiosa, di razza, di religione e di etnia. In diversi modi, l’establishment americano, pubblico e privato, si è sempre più distaccato dal popolo americano“.

L’ossessione della sinistra per le minoranze

Le riflessioni di Huntington non sono rimaste isolate nel corso degli anni. Da un’altra prospettiva, Mark Lilla, nel saggio L’identità non è di sinistra, sottolinea come “in uno strano gioco di immedesimazione”, le “forze politiche progressiste sembrano ogni giorno più ossessionate da tutto ciò che è marginale”. Che si tratti di minoranze o gruppi vulnerabili da difendere, “questo atteggiamento”, osserva, “ha origine in una visione politica che ha fatto dell’io e delle sue volatili definizioni un simbolo sacro”. Da osservatore esterno delle vicende europee, sottolinea, “sono costernato dal fatto che la sinistra nel vecchio continente non abbia ancora trovato un modo per parlare in modo convincente dello stato-nazione”.

Un’ossessione globale, quella dei progressisti verso le minoranze e nei confronti dell’immigrazione di massa. A tal proposito, i fanatici dell’immigrazione, osserva Jean-Louis Harouel nel suo libro I diritti dell’uomo contro il popolo (Liberilibri), “pretendono di condurre a favore degli stranieri una lotta rivoluzionaria. Ma è una contro-verità. Nel nome dell’immigrazione assurta a diritto dell’uomo, conducono in realtà una battaglia per la distruzione delle nazioni europee mediante i flussi migratori. La loro battaglia è una battaglia mondiale, una battaglia contro la città e la cittadinanza. In altre parole, una battaglia anti-cittadino”. Difficile usare parole migliori.

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