Nuovi guai in vista per il presidente Usa, Joe Biden. Dopo che la grande stampa democratica americana ha bollato per mesi come “disinformazione russa” le notizie poco edificanti sui “torbidi” affari del figlio del presidente, Hunter Biden, e in particolare i contenuti del suo laptop diffusi dalla testata conservatrice New York Post, uno dei quotidiani più antichi della nazione, ora è la Cnn a fare luce sull’indagine federale che riguarda le attività di Hunter Biden: “Sebbene non sia stata presa una decisione definitiva sull’opportunità di sporgere denuncia contro il figlio del presidente, fonti affermano che l’indagine si è intensificata negli ultimi mesi insieme alle discussioni tra i pubblici ministeri del Delaware, gli investigatori che gestiscono l’indagine e i funzionari del quartier generale del Dipartimento di giustizia” riporta l’emittente. Una notizia che fa tremare il presidente Usa a pochi mesi dalle elezioni di midterm.

L’indagine su Hunter Biden a un punto di svolta

Le accuse che potrebbero essere formulate dai pubblici ministeri contro Hunter Biden riguardano presunte violazioni fiscali e una falsa dichiarazione in relazione all’acquisto di un’arma da fuoco del figlio del presidente in un momento in cui gli sarebbe stato proibito farlo a causa a causa della sua – ampiamente nota – tossicodipendenza (dalla quale è uscito). L’indagine del Dipartimento di Giustizia si è concentrata sulle attività finanziarie e commerciali di Hunter Biden in Paesi stranieri – come l’Ucraina e la Cina – risalenti al periodo in cui il padre era vicepresidente degli Stati Uniti. Ma gli investigatori, secondo la Cnn, hanno esaminato una serie di “condotte più ampie”, cercando di capire se Hunter Biden e i suoi associati abbiano violato le norme relative al riciclaggio di denaro e al finanziamento illecito della campagna elettorale, oltre ad altre possibili violazioni di leggi inerenti il fisco americano.

Come ricorda La Stampa, Hunter aveva accumulato un debito di quasi 500mila dollari fra il 2018 e il 2019, la maggior parte con l’Irs e circa 120mila dollari con le banche che gli avevano bloccato linee di credito e l’uso del bancomat. Il commercialista di Biden gli aveva comunicato ammanchi nel 2018, una compilazione del “730” americano parziale e un debito che già nel 2015 – quando il padre era vicepresidente – ammontava a 158mila dollari.

Gli affari all’estero del figlio del presidente Usa

Prima di approdare in Burisma Holdings nel 2015, società che opera nel mercato ucraino del gas naturale dal 2002, il figlio di Joe Biden aveva lavorato presso il National Democratic Institute (Ned), un’organizzazione di “promozione della democrazia” finanziata dagli Stati Uniti che ha contribuito a rovesciare il governo filo-russo di Yanukovich insieme all’Open Society del finanziere George Soros. Hunter venne così arruolato in una posizione di grande prestigio e ben remunerata in Burisma Holdings, nonostante la sua totale mancanza di esperienza nel settore energetico e negli affari interni ucraini. Perché questa storia potrebbe “inguaiare” il presidente Usa? Come rivelato dal New York Post, esiste un’e-mail del 2015 di un dirigente di Burisma nella quale ringrazia Hunter per avergli presentato l’allora vicepresidente Usa, a Washington, smentendo così l’affermazione di Joe Biden secondo cui non si è mai interessato degli affari del figlio. “Caro Hunter, grazie per avermi invitato a Washington e avermi dato l’opportunità di incontrare tuo padre e di aver trascorso un po’ di tempo insieme”, ha scritto Vadym Pozharskyi il 17 aprile 2015, meno di un anno dopo che Joe Biden aveva costretto il governo ucraino a licenziare il pubblico ministero che indagava sulla compagnia che pagava a Hunter 1 milione di dollari all’anno.

Ma Hunter Biden e i suoi soci gestivano grandi affari anche in Cina. Hunter e suo zio, Jim Biden, avrebbero stipulato un accordo con il conglomerato energetico cinese CFEC China Energy e contattato l’uomo d’affari e donatore democratico Tony Bobulinski per gestire l’operazione. Secondo la ricostruzione di Mirande Devine del New York Post, Ye Jianming, al tempo presidente del conglomerato energetico cinese CEFC, avrebbe regalato a Hunter Biden un diamante da 3,16 carati dal valore stimato in 80.000 dollari. Tre settimane dopo la fine dell’incarico del padre alla vicepresidenza, nel 2017, Hunter vola a Miami con due intermediari fidati per incontrare il presidente Ye giunto in Florida per il Miami International Boat Show. Durante una cena privata, il presidente del colosso cinese fa un’offerta importante al figlio del Presidente Usa, offrendogli un compenso di 10 milioni di dollari l’anno per intessere relazioni e “presentazioni” – come dimostrano alcune mail – in occidente di cui ovviamente possa beneficiare il conglomerato cinese. Ad oggi, si tratta di rapporti con l’estero politicamente imbarazzanti per la famiglia Biden: se vi sia un profilo penale o meno, lo stabilirà la giustizia americana che indaga sul rampollo.

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