A meno di due settimane dalle midterm, sia il Gop che i dem iniziano a tirare le somme sul futuro delle loro esperienze politiche. Sono soprattutto i democratici a sentire più intensamente la sfida-epocale-che li attende, essendo a vario titolo legati al futuro incerto dell’amministrazione Biden.

Possibili scenari per Biden e i democratici

Ma c’è di più: i candidati democratici non solo dovranno affrontare la risultante di una serie di sfide interne e internazionali, ma si trovano anche a correre in una gara nella quale non è chiaro quale spinta avrà il risentimento anti-Trump: le ultime elezioni di medio termine hanno visto una lista di astri nascenti democratici arrivare al Congresso, gli stessi che ora dovranno possedere più che delle mere caratteristiche di anti-trumpiani per poter sopravvivere. Contro di loro gioca anche il tasso di approvazione della presidenza Biden-Harris che si attesta al 40%, in ribasso rispetto al 44% misurato ad agosto, ma ancora al di sopra del suo minimo di mandato del 38% di luglio.

Ed è anche per questo che dal pupito del Democratic National Committee il presidente degli Stati Uniti ha chiesto più volte agli americani di non utilizzare le midterm come un referendum sul suo operato, ma di considerarle come una scelta fra due visioni dell’America.

Le opzioni risultanti dalle midterm-escludendo razionalmente l’ipotesi di un colpo di scena-possono portare a due scenari piuttosto differenti. I sondaggi attuali suggeriscono che è più probabile che i repubblicani prendano il controllo della Camera rispetto al Senato, ma entrambi i risultati rimangono possibili. Se la Camera ricadrà nelle mani dei repubblicani, Biden perderà più della sua capacità di portare avanti un’agenda che include dossier caldi come l’aborto o le armi. Ma uno sviluppo più drammatico potrebbe arrivare rapidamente con una resa dei conti tra Biden e i repubblicani sul tetto del debito. Nel peggiore dei casi, con la perdita di entrambe le Camere, il presidente dovrà agire sulla difensiva utilizzando il veto, depotenziando l’istituzione presidenziale. Questa seconda opzione potrebbe rimescolare le carte per il 2024, galvanizzando una nuova generazione di democratici che potrebbe scalzare l’incumbent-zavorra costretto ad un passo indietro.

Donne e giovani: raccaforti dem?

Proprio perché le midterm non fungono meramente da referendum sulla Casa Bianca, il risultato è indubbiamente legato ai mutamenti culturali nell’elettorato. Gli ultimi venti anni hanno contribuito decisamente nel modificare il tradizionale bacino democratico, erede del blocco trasversale rooseveltiano.

I Democratici possiedono attualmente un leggero vantaggio se si osservano gli exit poll per la Camera dei Rappresentanti, con il 49% dei probabili elettori che affermano che voteranno per il candidato del Partito Democratico e il 45% che afferma di votare per il candidato repubblicano, secondo l’ultimo sondaggio Economist/YouGov.

Una quota ancora maggiore di donne probabili elettrici dichiara di votare democratico: il 56% per il candidato democratico e appena il 38% per il repubblicano. Se il microscopio viene invece puntato sul fattore anagrafico, gli elettori sotto i 45 anni favoriscono in modo schiacciante i democratici per la Camera. Probabili elettori dai 45 anni anni in su sosterrebbero invece i repubblicani con un margine di 10 punti.

Anche il grado di istruzione resta un nodo decisivo: la grande difficoltà della strategia dem risiede nel fatto che non ci sono abbastanza elettori benestanti, istruiti e socialmente liberali per generare forti maggioranze alle elezioni nazionali. Solo circa un terzo degli elettori registrati ha una laurea e molti di loro votano repubblicano. La preoccupazione fondamentale dei Democratici è che perderanno voti tra la maggioranza senza istruzione universitaria più velocemente di quanto possano ottenere voti tra la minoranza con istruzione universitaria.

I dem e il problema con i black e latinos

Se l’analisi si sposta sugli hyphenated Americans, i problemi aumentano.

Gli elettori neri costituiscono la spina dorsale dell’elettorato democratico, votando per i democratici a tassi più elevati rispetto a qualsiasi altro gruppo razziale. Ma l’analisi da parte funzionari eletti, strateghi e attivisti in swing states, la maggior parte dei quali neri, suggeriscono che i democratici sono sempre più preoccupati che l’affluenza alle urne dei neri possa diminuire questo novembre e, con ciò, le possibilità elettorali dei democratici. Questo pregiudicherebbe soprattutto la corsa elettorale in luoghi chiave come Georgia, Pennsylvania, Carolina del Nord, Michigan e Wisconsin. In un sondaggio di POLITICO-Morning Consult pubblicato la scorsa settimana, solo il 25% degli elettori neri registrati si è descritto come “estremamente entusiasta” di votare a queste elezioni, rispetto a circa il 37% degli elettori bianchi e al 35% degli ispanici.

La tendenza è simile fra gli ispanici. I recenti sondaggi mostrano che la maggioranza degli elettori latini intende sostenere i candidati democratici alle elezioni di medio termine, conservando una tendenza che dura da decenni. Ma quel supporto è in declino. Mentre gli strateghi democratici si impegnano a corteggiare gli ispanici con gli slogan, i repubblicani si stanno rimboccando le maniche da tempo.

Secondo un recente sondaggio del Washington Post-Ipsos, i Democratici hanno un vantaggio di 27 punti rispetto agli elettori che si identificano come ispanici. È un margine generoso, ma è significativamente in calo rispetto ai quasi 40 punti di vantaggio che il partito aveva nel 2018. Una delle ragioni principali di questo cambiamento è che i repubblicani hanno intensificato i loro sforzi per ottenere il sostegno degli elettori ispanici con ogni mezzo, passando soprattutto per la lingua spagnola come insegnò la campagna elettorale dell’ex presidente George “El Arbusto” Bush.

Sforzi concentrati soprattutto nella Carolina del Nord, in Texas, Nevada (lo stato ha molti elettori conservatori, alcuni dei quali sono fuggiti dalla California, che ha tasse più alte) e Colorado. Il fatto che i repubblicani possiedano un programma in nove stati in queste elezioni chiamato “Operazione Vamos” la dice lunga. Nel frattempo, ciò che gli strateghi democratici hanno capito è che l’immigrazione può essere un’importante “questione soglia”, ma le preoccupazioni dei latini vanno ben oltre, soprattutto in un gruppo etnico che si identifica quasi totalmente con la classe operaia.

Vent’anni fa, molti democratici hanno guardato alle tendenze demografiche e hanno previsto un futuro radioso per il loro partito come sede naturale di una popolazione sempre più diversificata. L’elezione e la rielezione di Barack Obama, in cui hanno votato un numero record di neri americani, sembrava confermarlo. Poi, a partire dalle elezioni del 2016, è diventato ovvio che questo quadro era stato troppo generoso. Il successo sorprendente di candidati eccentrici come Bernie Sanders e Trump ha mostrato che molti elettori di entrambi i partiti erano profondamente insoddisfatti del sistema politico. Da allora, gli elettori non bianchi hanno cominciato a disertare dai Democratici in maniera costante.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che i due gruppi etnici di cui sopra hanno pagato il prezzo più alto durante la pandemia in fatto di perdite, assistenza medica e conseguenze economiche.

La battaglia dem negli Stati

La geografia della nazione resta un’importante campo di battaglia.

A due settimane dal voto, i repubblicani gareggiano in bastioni democratici come New York, California, Oregon e persino Rhode Island. Devono conquistare solo una manciata di seggi per prendere il controllo della Camera dei rappresentanti, che i democratici ora controllano con uno stretto margine. Ad un passo dal voto i repubblicani stanno cercando di strappare una maggioranza più ampia e governabile gareggiando per i distretti nei bastioni democratici, incluso il Rhode Island, che non ha inviato un repubblicano al Congresso per quasi tre decenni.

Il semplice fatto di permettersi incursioni così profonde nel terreno democratico è una vittoria per i repubblicani. In Oregon, l’elefantino è in lizza per conquistare la metà dei prossimi sei seggi al Congresso dello stato, rispetto a quelli che ora detengono nella tradizionale roccaforte democratica. In California, i repubblicani sono in competizione per rappresentare fino a cinque seggi alla Camera, che Biden ha ottenuto nel 2020 con un margine relativamente comodo di 10 punti percentuali o più. A New York, i repubblicani stanno inseguendo altri cinque distretti guidati dai dem, incluso uno detenuto dal rappresentante Sean Patrick Maloney, il presidente del Comitato per la campagna del Congresso democratico.

Gli itinerari di ottobre del presidente degli Stati Uniti e della vicepresidente Kamala Harris sono stati un altro segno dell’attuale geografia politica e del limitato fascino della leadership nazionale del partito. Harris è andata nel Connecticut per un evento sul diritto all’aborto. Biden ha trascorso parte del mese sia in Oregon che in California. Ha anche fatto una tappa, e ne pianifica un’altra, a New York, dove i sondaggi hanno mostrato che il governatore Kathy Hochul è in testa. Si è poi è recato in Pennsylvania. Degno di nota il fatto che il suo principale evento sul diritto all’aborto si è tenuto a Washington DC, non un luogo di battaglia. Che dire poi della missione di Jill Biden a Providence, segno di quanto il consorte sia impopolare.

Suburbia e i dem

Al di là degli Stati, un’altra battaglia si gioca tra centro e periferia. Nelle elezioni del 2016, l’America rurale e non metropolitana aveva conferito a Trump un margine sufficiente per battere Hillary Clinton in sette stati chiave. Nel 2020, invece, la sconfitta di Trump contro Biden fu dovuta principalmente agli elettori nei grandi sobborghi metropolitani, specialmente negli importanti stati campo di battaglia. I risultati di due anni fa conclusero che i sobborghi potevano rappresentare una grande risorsa per i democratici: le periferie, insieme al continuo sostegno del nucleo urbano, avrebbero potuto rendere il patrio democratico più competitivo sia nei blu wall states che in quelli ancora da conquistare del Sun belt.

I distretti suburbani sono al centro della lotta alla Camera, soprattutto perché attraggono la retorica della “sicurezza”. Tra i 18 distretti “caldi” del Congresso almeno nove hanno popolazioni suburbane significative, tra cui l’8° del Colorado, il 2° del Minnesota, il 2° del Nebraska, il 7° del New Jersey, il 5° e 6° dell’Oregon, il 7° della Pennsylvania, il 2° della Virginia e l’8° di Washington. In molti di loro, i repubblicani hanno spinto sul denunciare le richieste di alcuni gruppi progressisti di definanziare la polizia in seguito all’omicidio di George Floyd. Anche se la maggior parte dei funzionari eletti democratici non ha sostenuto quel messaggio – e ha spesso fatto eco agli appelli del presidente Joe Biden nel suo discorso sullo stato dell’Unione a “finanziare la polizia” – il Gop ha continuato ad agitare quello slogan, collegandolo all’aumento della criminalità in alcune parti del Paese.

Il futuro dei dem e il nodo del 2024

La questione del futuro dei Democratici è solitamente inquadrata come una lotta tra progressisti e centristi: Alexandria Ocasio-Cortez e Pramila Jayapal, che promettono una maggiore affluenza alle urne tra i giovani elettori, contro Abigail Spanberger ed Elissa Slotkin, che promettono di fare appello agli indecisi.

Le midterm sono anche una corsa di candidati, molti dei quali segnano il futuro del partito e rimodellano la corsa per le presidenziali successive. La reticenza del presidente Biden ad esprimersi sulla sua ricandidatura è intimamente legata a queste dinamiche. Nel frattempo, in casa dem, più di qualche personalità inizia la sua scalata, quantomeno vociferata, per il 2024.

Come Stacey Abrams, che seguita a essere una stella nascente nel Partito Democratico, che ha contribuito a trasformare la Georgia in blu nelle elezioni del 2020 per la prima volta in quasi 30 anni. Abrams ha apertamente dichiarato la sua intenzione di candidarsi alla presidenza a un certo punto della sua carriera, ma se riuscirà a vincere a novembre, dovrebbe aspettare almeno fino al 2028 per cercare una carica più alta. Qualora perdesse la sua gara, potrebbe subire pressioni da parte dei Democratici per accelerare il suo cursus honorum e incanalare le sue energie in una corsa presidenziale per il 2024. Pete Buttigieg, invece, è sempre fra i i primi quando si parla di futuro dei dem. Sconosciuto al mondo solo pochi anni fa, l’ex sindaco di South Bend, nell’Indiana, si è piazzato quinto alle ultime primarie ed è stato considerato il più probabile sostituto democratico del presidente Biden dagli strateghi politici. Ex ufficiale di marina che ha servito in Afghanistan, si è laureato ad Harvard prima di frequentare l’Università di Oxford: se arrivasse alla Casa Bianca diventerebbe il più giovane presidente eletto e il primo apertamente gay. Buone possibilità anche per il governatore della California Gavin Newsom, acerrimo nemico di Ron DeSantis – un altro presunto candidato alla presidenza. Newsom ha costruito una carriera attorno ai valori progressisti, guadagnandosi una rielezione quasi garantita.

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