La vittoria di Emmanuel Macron segna un altro punto sul tabellino della “Unione sacra” (come l’ha ribattezzata l’ex primo ministro francese Manuel Valls) contro il sovranismo. Le tematiche poste sul tavolo da Marine Le Pen e dagli altri leader sovranisti europei non scompariranno ma le presidenziali del 2022 possono aver raccontato l’inizio di qualcosa di nuovo. La chiave di volta per sconfiggere il Rassemblement National è stata la post-ideologia: il leader della Republique En Marche! è riuscito a convincere tanto elettori di centrodestra quanto elettori di centrosinistra, dribblando le caratterizzazioni ideologiche troppo accentuate e posizionandosi oltre le consuete definizioni.

Evitando di schiacciarsi troppo a sinistra (come invece fece Hillary Clinton contro Donald Trump, per intenderci), il rieletto presidente della Repubblica francese non ha soltanto vinto le elezioni presidenziali del 2022 ma anche tracciato una rotta che potrebbe essere imitata nelle prossime sfide elettorali continentali. Non si può escludere, al momento, che grandi raggruppamenti post-ideologici nascano in altre nazioni europee.

Marine Le Pen, dal canto suo, è stata costretta ad effettuare una virata: se oggi la figlia di Jean Marie può dire di aver conseguito un risultato storico, lo deve anche al fatto di aver rinnegato prese di posizione marcatamente anti-europeiste (Il Rn ha smesso di ventilare la necessità di uscire dall’Ue o dal sistema della moneta unica), riuscendo ad attrarre una parte del voto dei repubblicani, oltre alla consueta “Francia profonda”. Anche i lepenisti, insomma, hanno dovuto cambiare parte della loro narrativa.

Se è vero che le istanze sovraniste, insieme agli ideali nazionalistici, non sono destinate ad essere cancellate e che il disagio sociale provato dal basso rimane evidente, è vero pure che le giovani generazioni, che erano già state centrali per il primo turno delle presidenziali d’Oltralpe, hanno dimostrato di avere a cuore soprattutto due questioni: l’ecologia e la situazione occupazionale, che comprende disoccupazione e precarietà. Il nazionalismo, almeno in Francia, non sfonda tra l’elettorato del futuro, e si concentra invece in una fascia d’età “adulta”, che i giovani tendono a considerare come quella che ha potuto godere di “rendite di posizione”. Può essere il segno di una parabola discendente, se non altro per motivi anagrafici, che i sovranisti d’Europa farebbero bene a considerare.

Questo dato può non riflettersi ovunque con la medesima portata. In Italia, per esempio, è possibile che i partiti sovranisti siano ancora in grado di persuadere larghe percentuali di voto giovanile. La guerra scatenata in Ucraina da Vladimir Putin e la pandemia da Covid19, tuttavia, hanno corroborato l’essenzialità dell’Unione europea quale ente sovranazionale indispensabile per fronteggiare crisi internazionali e macro-temi che difficilmente una nazione singola potrebbe gestire. E questa sensazione inizia ad essere diffusa anche tra gli elettori che, nel recente passato, hanno votato partiti anti-sistema. Una linea di demarcazione, però, sembra inossidabile.

Le grandi città urbane, come la stratigrafia elettorale del primo turno ha già insegnato, continuano a preferire candidati europeisti, moderati e meno inclini ad assecondare riposizionamenti internazionali (la Le Pen ha più volte propagandato la necessità per la Francia di uscire dalla Nato), mentre le periferie continuano a votare in larga parte per un cambiamento che può assomigliare ad uno stravolgimento. Le problematiche percepite dal “basso” della società transalpina sono rimaste le stesse di cinque anni fa e, non a caso, Macron ha dichiarato a stretto giro di dover rispondere a quella rabbia.

Il conflitto in Ucraina sta comportando il ripensamento delle modalità di gestione del processo di globalizzazione, che rimane il cuore del disagio provato all’esterno dei grandi centri urbanizzati. Risulta possibile che l’evoluzione della rabbia sociale, in un senso o nell’altro, dipenda dal “come” verrà ripensata la globalizzazione e dagli effetti che questo cambio di paradigma potrebbe avere sul piano pratico (si pensi al prezzo delle bollette, alla disponibilità delle materie prime, all’inflazione e così via). La sensazione è che saranno le conseguenze internazionali, compresa l’elisione del processo di globalizzazione, a determinare gli orientamenti elettorali delle prossime sfide continentali.

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