Le elezioni presidenziali in Kirghizistan, svoltesi nella giornata di domenica 10 gennaio, si sono concluse con la vittoria del candidato nazionalista Sadyr Zhaparov. I primi dati diffusi dalla Commissione Elettorale Centrale del Paese, che fanno riferimento ai due terzi dei voti al momento scrutinati, parlano chiaro. Zhaparov è in testa con oltre il 78 per cento dei voti mentre i 17 candidati rivali sono decisamente staccati ed il secondo classificato, Adakhan Madumarov, può contare su poco più del 6 per cento dei suffragi. Le elezioni, che hanno visto la partecipazione di circa il 50 per cento degli aventi diritto al voto, sono consultazioni anticipate decise in seguito alle settimane di protesta che, nel mese di ottobre, avevano costretto alle dimissioni l’ex presidente Sooronbai Jeenbekov. La vittoria del partito di Jeenbekov alle elezioni parlamentari svoltesi in quel mese aveva scatenato l’ira della folla, che era scesa in piazza definendole truccate e che era riuscita a farle annullare ed a cacciare l’ormai ex capo di Stato.

Un nuovo inizio

Zhaparov è un uomo politico controverso ed è stato liberato dalla prigione, dove stava scontando una condanna ad undici anni di carcere per rapimento, nel corso delle rivolte di ottobre. Dopo la liberazione è stato assolto dalle accuse nel corso di un processo sommario ed è stato in seguito nominato primo ministro ad interim. Zhaparov, schierato su posizioni politiche nazionaliste e populiste, è in favore di una riforma costituzionale che assegni significativi poteri esecutivi e legislativi alla presidenza della repubblica e potrebbe centrare l’obiettivo qualora la consultazione referendaria in materia, che si è svolta lo stesso giorno delle elezioni, verrà approvata dalla popolazione. Le opposizioni politiche ritengono che Zhaparov voglia concentrare troppi poteri nelle sue mani ed alcuni lo accusano di avere legami con il crimine organizzato e di voler sopprimere le libertà civili. I suoi sostenitori lo vedono invece come un ex prigioniero politico, arrestato per il suo attivismo e la sua contrarietà alla nazionalizzazione della miniera d’oro di Kumtor. Nel corso della campagna elettorale Zhaparov ha promesso, come segnalato da Deutsche Welle, un nuovo inizio per il Kirghizistan e la fine degli scontri tra clan che hanno segnato il quadro politico della nazione dell’Asia Centrale e che hanno portato alla rimozione di due presidenti, rispettivamente nel 2005 e nel 2010.

Il dominio di Mosca

Il Kirghizistan, una delle nazioni più povere tra quelle emerse dal crollo dell’Unione Sovietica, è membro dell’Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Euroasiatica, due organizzazioni regionali, rispettivamente di stampo militare ed economico, dominate dalla Federazione russa mentre Mosca è anche il principale partner  economico e commerciale del Paese. L’economica del Kirghizistan dipende da quella russa, sia per quanto riguarda le esportazioni sia perché dalla Russia giungono buona parte di quelle rimesse inviate dagli emigrati e necessarie a sostentare chi è rimasto in patria. Le forze armate di Mosca sono inoltre presenti nella base kirghiza di Kant ed una serie di accordi bilaterali, come ricordato da Caspian Policy, rendono Biškek dipendente dagli aiuti militari russi.

La Cina è ai margini

Zhaparov non sembra intenzionato a mutare l’orientamento geopolitico del proprio Paese ed è probabile che, nel prossimo futuro, la situazione sul campo rimanga la stessa. A rimetterci potrebbe essere la Cina, interessata ad espandere i propri interessi economici in Asia centrale ed impegnata a costruire una serie di importanti infrastrutture in Kighizistan. Biškek si è indebitata, nel corso degli anni, con Pechino e sta faticando a ripagare quanto dovuto anche a causa della crisi economica generata dalla pandemia. I disordini di ottobre potrebbero aver contribuito ad un peggioramento delle relazioni bilaterali. La comunità cinese è stata oggetto di violenze e minacce e tra gli episodi più eloquenti c’è stato l’assalto, condotto da parte di un gruppo di uomini armati, alla raffineria di Kara-Balta. Gli operatori della raffineria hanno dovuto pagare un’ingente somma di denaro per evitare che quest’ultima venisse incendiata ed episodi come questo potrebbero indebolire, in maniera significativa, il clima di fiducia reciproca costruito nel tempo. La Federazione Russa vuole continuare a fare affidamento, anche in futuro, sulla muraglia dell’Asia Centrale, una regione che dovrà continuare a fungere da cortina protettiva per gli interessi di Mosca in questa parte del mondo ed evitare i tentativi di penetrazione da parte della Cina.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.