Sembra passata un’era da quando Xi Jinping e Vladimir Putin annunciavano al mondo, alla vigilia della guerra in Ucraina, la trasformazione del partenariato strategico tra Russia e Repubblica Popolare Cinese in un’amicizia senza limiti. Sembra passata un’era e, in effetti, è proprio così. Perché dal 24.2.22 il mondo non è più lo stesso. E neanche lo sono più, nonostante le apparenze, Mosca e Pechino.

Per sempre non esiste

La dura e selvaggia realtà delle relazioni internazionali la spiegò uno dei più grandi strateghi che il grembo dell’Impero britannico abbia mai partorito: Henry John Temple, altresì noto come Lord Palmerston. Temple, pioniere delle “rivoluzioni colorate” che sconvolse l’Europa continentale coi Moti del 1848 e scacchista del Grande Gioco, era solito dire, a chi gli chiedeva quali fossero gli amici di Sua Maestà, che soltanto una cosa è perpetua: non le amicizie, e neanche le inimicizie, ma soltanto l’Interesse nazionale.

L’amico fraterno di un’epoca può trasformarsi nel nemico giurato di quella successiva. È la vita di tutti i giorni, di ogni essere umano. Ed è la storia delle relazioni internazionali. Una legge che non conosce erosione del tempo e che è valida per chiunque, quale che sia il contesto, e alla quale non possono sottrarsi neanche Mosca e Pechino. Lo “spettro di Palmerston” è il confine dell’amicizia senza limiti di Putin e Xi. E lo ha (di)mostrato Samarcanda 2022.

Tra le rughe dell’imperscrutabilità

I due capi di stato si sono incontrati a Samarcanda nella giornata del 15 settembre, nel contesto dei lavori dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, e il loro faccia a faccia, come di consueto, ha funto da piattaforma per il lancio di invettive in direzione del morente Momento unipolare. Ma dietro la vetrina luccicante, fatta di sorrisi e frasi affettuose, tra Putin e Xi mai è stato presente tanto gelo.

Soltanto un giornale, probabilmente perché non occidentale, non si è lasciato accecare da quell’abbaglio che è la ritrita recita a memoria del copione antiamericano dei due capi di stato. Soltanto uno: il qatarino Al Jazeera. Che ha titolato, commentando l’atteso vertice, con un eloquente “Con il cappello in mano“. Putin, si intende, col cappello in mano. Nella speranza di allontanare lo spettro di Palmerston, ché la transizione verso il multipolarismo è in pieno atto e Mosca, dopo la tagliola ucraina, non può permettersi altri errori.

La Russia supporta la politica dell’una sola Cina. La Russia ringrazia la Repubblica Popolare Cinese per la posizione bilanciata nel dossier ucraino. La Russia prende atto dei quesiti e delle preoccupazioni della Repubblica Popolare Cinese in materia di guerra in Ucraina. Ma la Cina, che è pronta ad assumersi le “responsabilità di una grande potenza”, non vuole altro che iniettare “energia positiva e stabilità in un mondo di turbolenze” ha replicato Xi. Due discorsi, quelli di Xi e Putin, sostanzialmente dissonanti.

Né con né contro la Russia, ma per la Cina

Le grandi potenze non hanno alleati, ma solo interessi. Lord Palmerston insegna. E l’interesse (incompreso) della Cina è solo e soltanto uno: rivalersi sui carnefici del Secolo dell’umiliazione lungo la strada del ritorno a grande potenza. Il che non significa, come si suol credere, che con la Russia sarà, per sempre, un’amicizia senza limiti.

La Russia, per la Cina, è un mezzo per un fine: la transizione multipolare, che sottintende, di nuovo, giustizia per i torti subiti nel corso dei cento anni dei trattati iniqui e delle occupazioni militari multinazionali. Ed è un mezzo, come ogni altro, sacrificabile. Lo ha dimostrato Xi a livello non verbale nel corso del faccia a faccia con Putin, perché la sua imperscrutabilità è stata tradita dalla sua inusuale distanza – anche fisica –, e a livello fattivo alla vigilia dell’incontro, spiegando a chi ha orecchie per intendere che Astana è (anche) cosa di Pechino. E ne ha dato prova lo stesso Putin, che ha de facto trascorso il vertice a corteggiare l’omologo cinese, giocando più volte la carta Taiwan, in luogo di discutere di nuovi progetti.

Il partenariato strategico tra Mosca e Pechino non crollerà adesso – e neanche domani. Servirà più di uno scossone per farlo implodere, perché le due potenze hanno fame di rivalsa, nostalgia di ciò che fu e rabbia per i furti subiti. Sentimenti che serbano nei confronti del loro nemico in comune, l’Occidente trainato dagli Stati Uniti, che sanno di non poter battere singolarmente. Ma le ripercussioni internazionali della guerra in Ucraina non possono essere ignorate dalla Cina, che dalla globalizzazione trae nutrimento vitale e che da una Russia revanscista, in special modo in Asia centrale, avrebbe più da perdere che da guadagnare.

Sarà sulle dissonanze tra Mosca e Pechino, esistenti ma sottaciute, che proveranno a lavorare gli Stati Uniti per mettere i due giganti l’uno contro l’altro. Il doppio contenimento al posto della diplomazia triangolare. Nell’aspettativa brzezinskiana che l’Asia inghiotta la Russia, o trascini le due potenze verso guerre di vicinato, affinché questo secolo resti americano.

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