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Quanto sta accadendo ai confini con l’Ucraina non riguarda solamente il “fronte europeo”, ma ha ripercussioni globali in quanto interessa direttamente l’unica potenza mondiale rimasta, gli Stati Uniti, che sono impegnati in un doppio confronto su due scacchieri molto lontani: da una parte con la Russia, dall’altra con la Cina.

Proprio il dragone cinese ha colto l’occasione di questa nuova era di tensione in Europa per abbracciare l’orso russo, accogliendolo (costringendolo) nelle sue spire dopo essere stato allontanato dall’Occidente, un tempo partner privilegiato di Mosca.

Il “doppio binario” diplomatico di Pechino

È innegabile e indubbio che qualsiasi cosa accada su un fronte abbia ripercussioni sull’altro (e viceversa) e anche per questo Pechino sta abbracciando la retorica russa sull’Ucraina, guardandosi bene, però, dal parlare di Crimea.

Il governo cinese non riconosce, infatti, il tentativo di annessione della Crimea da parte della Russia al pari delle nazioni occidentali, ma allo stesso tempo rifiuta di sanzionare Mosca per il “colpo di mano” del 2014. Il 16 marzo di quell’anno la Crimea ha tenuto un referendum in cui il 97% degli elettori ha scelto di lasciare l’Ucraina e unirsi alla Russia. L’Occidente ha bollato la misura come illegittima e mentre Mosca annunciava l’annessione della penisola secessionista nella Federazione Russa, alle Nazioni Unite si sono tenute due votazioni per dichiarare invalido il risultato del referendum (risoluzione non passata per veto della Russia) e per scoraggiare il riconoscimento di qualsiasi cambiamento dello status internazionale della Crimea. In entrambe le occasioni la Cina si è astenuta.

La scelta di Pechino si è basata su tre considerazioni: i doppi standard occidentali su referendum simili in passato, l’impegno cinese alla non interferenza negli affari interni di altri Paesi e la complessità dei fattori storici in gioco in Crimea. Abbiamo già avuto modo di dire come il principio di non intervento abbia avuto importanti deroghe in passato, e che tutt’ora sia in fase di “rivisitazione”, ma ci interessa in particolare sottolineare come la Cina accusi di doppio standard l’Occidente, che si era schierato compatto per la secessione di Georgia e Ucraina dall’Unione Sovietica nel 1991 – o per il Kosovo dalla Serbia – pur non riconoscendo l’annessione della Crimea da parte della Russia.

A braccetto con Mosca ma sorridendo a Kiev

Tra Mosca e Pechino – è ormai noto – è in corso un’amicizia innaturale che a tratti assume le sfumature di un’alleanza – che mai effettivamente ci sarà – e che ha portato recentemente il ministro degli Esteri Sergei Lavrov a schierarsi su posizioni cinesi in merito alla questione di Taiwan.

Per la Cina, l’opposizione degli Stati Uniti e degli Stati europei al referendum in Crimea è sembrata basata più sugli sforzi di questi Paesi per assicurarsi una maggiore influenza nell’Europa orientale che sui migliori interessi dell’Ucraina. Per questo motivo, la Cina non ha votato a favore delle bozze di risoluzione delle Nazioni Unite proposte dagli Stati Uniti, ma avendo importanti connessioni con Kiev, e sostenendo il principio di unità territoriale (applicabile alla questione di Taiwan), non ha nemmeno acriticamente appoggiato la posizione russa.

I ministeri degli affari Esteri di Ucraina e Cina hanno concordato un meccanismo di comunicazione più snello, che potremmo definire quasi come una “unità di crisi”, per discutere questioni di cruciale importanza per gli interessi di entrambi i Paesi. Inoltre il governo cinese ha riaffermato la sua disponibilità ad assistere Kiev nel superare l’emergenza pandemica, in particolare concordando una licenza di esportazione per diversi milioni di dosi di vaccino. Le parti hanno inoltre convenuto di elaborare un pacchetto di provvedimenti sulla liberalizzazione degli scambi tra Ucraina e Cina e di intensificare i contatti interpersonali.

La Nato, l’espansione a est e la Russia viste da Pechino

Il dragone, però, molto cinicamente e per ricambiare il favore di Lavrov, ha recentemente fatto sapere tramite il suo media di Stato (Global Times) che “gli Stati Uniti aumentano continuamente le tensioni nell’Ucraina orientale” e che le continue esercitazioni della Nato e minaccia di sanzioni pesantissime in caso di invasione russa sono come “lanciare di tanto in tanto dei fiammiferi sulla legna secca, evitando però deliberatamente le fiamme”.

Pechino afferma che “il più grande perdente” di questo gioco sarà l’Ucraina, un Paese “che è stato in subbuglio e divisione”. Secondo il Politburo Washington ha cercato di ritrarre ciò che sta accadendo al confine russo-ucraino come una tragica storia di “aggressione” e “contro-aggressione”, ma soprattutto ha reso Kiev “una pedina sullo scacchiere europeo mentre si spinge verso est”.

Si legge quindi, forse per la prima volta, la medesima retorica dell’accerchiamento che va narrando Mosca (a buon diritto peraltro), sostenuta ancora più esplicitamente quando si afferma che “l’essenza della questione non è che Washington stia “cercando giustizia” per l’Ucraina o l’Europa, ma che stia usando la Nato come strumento per cannibalizzare e spremere lo spazio strategico della Russia”.

Un’affermazione diplomaticamente molto importante perché riprende le parole del presidente Vladimir Putin quando ha detto che Mosca non ha più spazio dove poter ritirarsi. Pechino però va oltre e si appiattisce sulla posizione del Cremlino quando dice che “dalla fine della Guerra Fredda, la Russia aveva anche cercato di ottenere l’accettazione da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente attraverso cambiamenti politici. Ma ciò che ha guadagnato è l’abbandono da parte degli Stati Uniti della loro promessa che la Nato non si sarebbe espansa verso est”, promessa che sarebbe stata solo verbale e mai messa per iscritto, quindi diplomaticamente inesistente.

Pechino quindi non fa mancare il suo sostegno diplomatico alla causa russa del mantenimento del suo spazio vitale – con parallelismi alla questione taiwanese – ma evita accuratamente di riconoscere l’annessione della Crimea, sia per non rovinare i suoi rapporti con Kiev, sia perché, forse, si ricorda ancora del sostegno dell’Unione Sovietica alla corsa all’indipendenza della Mongolia nel 1945, che ha aiutato il territorio a separarsi dalla Cina.

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