Visti turistici per 49 Paesi e niente più abaya (vestito nero, ndr) per le donne straniere che mettono piede nel Paese: è questo il contenuto dell’ultima mossa del principe ereditario Mohammed bin Salman per restaurare l’immagine dell’Arabia Saudita e presentarsi ancora una volta all’opinione pubblica internazionale come un riformatore. Obiettivo dichiarato di questa nuova riforma, annunciata con gioia dal ministro del Turismo Ahmed al-Khateeb in un’intervista alla Reuters, è incentivare il turismo e ridurre così la dipendenza dell’Arabia Saudita dal petrolio, il cui prezzo continuamente oscillante mette in pericolo le casse della famiglia regnante. La speranza è che il settore del turismo porti a un aumento del 10% del Pil nazionale entro il 2030, contribuendo al raggiungimento della famosa “Vision 2030” che mira appunto a rendere più diversificata l’economia saudita. Ma meglio non farsi troppe illusioni sul volto riformista del principe ereditario.

Cosa cambia

La riforma annunciata il 27 settembre apre le porte dell’Arabia Saudita a turisti provenienti da 49 Paesi (tra cui figurano Usa, Cina, Giappone e Unione Europea), anche se resta il divieto per i non musulmani di visitare la Mecca e la città di Medina, luoghi sacri dell’Islam. A beneficiare delle nuove regole sul turismo saranno soprattutto le donne, che potranno entrare nel Paese senza essere accompagnate da un uomo e senza dover indossare l’abaya, anche se resta l’obbligo di mantenere un “abbigliamento decoroso”. Inutile dire che simili concessioni non si estendono alle donne saudite, che continuano ad essere sottoposte a rigide regole riguardanti – non solo – il loro modo di vestire. Fino ad oggi potevano entrare in Arabia Saudita solo i lavoratori residenti, i loro dipendenti, chi viaggiava per affari e i musulmani che si recavano in pellegrinaggio a Mecca o Medina dopo aver ricevuto un permesso speciale. L’apertura dell’Arabia Saudita al turismo permetterà anche lo sviluppo di quel settore dell’intrattenimento e del divertimento che non ha mai trovato spazio nel Paese mediorientale e che solo di recente ha iniziato a muovere i suoi primi passi con la riapertura, per esempio, delle sale cinematografiche nel 2018.

Il finto riformismo

Il rilascio dei visti turistici ha ricevuto ancora una volta il plauso internazionale ed è stato accolto come l’ennesima prova dell’apertura dell’Arabia Saudita e della volontà del principe ereditario di riformare il Paese, superando la ritrosia della componente più chiusa della società e della Corona stessa. Peccato che questo racconto quasi romantico della politica interna saudita non sia altro che una narrazione costruita a tavolino e con obiettivi ben diversi dal miglioramento della vita dei sudditi (e non cittadini) sauditi. Prima di tutto, l’annuncio del ministro del Turismo giunge con un tempismo a dir poco perfetto: tra pochi giorni, precisamente il 2 ottobre, ricorre l’anniversario dell’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi. Un evento nefasto non solo per i motivi più ovvi, ma anche per le sue conseguenze sulla Corona saudita, che dopo anni di “riforme” ha visto di nuovo aumentare la diffidenza dei Paesi stranieri nei suoi confronti nonostante la difesa a spada tratta del presidente americano Donald Trump. L’omicidio del giornalista, un tempo vicino alla famiglia reale ma diventatone successivamente uno dei maggiori oppositori, ha dimostrato come il dissenso non sia tollerato a Riad, costringendo l’opinione pubblica internazionale a porsi delle domande sulla vera natura di Casa Saud.

Chi c’è davvero dietro le riforme

Stesse domande che bisogna porsi quando si guarda ai diritti – ben pochi – delle donne e a chi c’è davvero dietro l’aumento delle loro libertà. Un esempio su tutti è la tanto plaudita riforma che ha esteso alle donne il diritto di guidare nel Paese e che il principe ereditario ha presentato come frutto della sua moderna visione dell’Arabia Saudita. C’è però un piccolo dettaglio da considerare: poco prima dell’annuncio di questa “innovativa” misura, la monarchia ha provveduto ad arrestare le attiviste che per anni si sono battute affinché le donne potessero guidare, evitando così di dover dividere con loro il merito di tale riforma. Secondo esempio riguarda la possibilità per le donne che hanno compiuto 21 anni di richiedere il passaporto e viaggiare senza un tutore maschio, altra riforma che porta ufficialmente la firma di MBS e costata ancora una volta il carcere alle attiviste saudite. Tutto ciò senza contare che le donne hanno ancora bisogno dell’approvazione di un uomo per sposarsi, per muoversi da sole, per uscire di prigione o da altre strutture di cura sulla base del tuttora vigente “guardianship system“, che più che modificato dovrebbe essere direttamente smantellato. Peccato però che le vere intenzioni del principe ereditario non siano quelle di migliorare la vita dei suoi sudditi, quanto ottenere l’approvazione internazionale e un ritorno economico e politico il più ingente possibile mantenendo inalterato l’attuale status quo.

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