L’intervento militare russo in Siria, per quanto ampiamente previsto e annunciato, sembra aver preso alla sprovvista Washington e la maggioranza delle Cancellerie europee. Non si spiegherebbe altrimenti la reazione scomposta di un François Hollande palesemente furioso per il fatto che “quel russo” lo ha defraudato dell’attenzione dei media internazionali; non si spiegherebbe il balbettio di David Cameron, un momento pronto ad aperture nei confronti di Bashar al Assad, il momento dopo ad atteggiarsi a duro e rigido difensore della democrazia e a chiedere la “cacciata del tiranno”.

E soprattutto non si spiegherebbe il viso grigiastro ed esterrefatto del Segretario di Stato J.f. Kerry, quasi incapace di dare una risposta coerente alle domande dei giornalisti: la più lampante dimostrazione dello stato di confusione in cui versa l’amministrazione di un ormai crepuscolare Barack Obama.

È proprio in questa “sorpresa” dell’Occidente, in queste reazioni scoordinate e scomposte possiamo riconoscere i segni di una sconfitta. La sconfitta di chi, in questi anni, non ha saputo e/o voluto affrontare il problema rappresentato dallo Stato islamico, pensando, erroneamente, che fosse un fenomeno limitato e destinato a sgonfiarsi nel breve termine. Di chi, soprattutto, ha pensato che i jihadisti del Califfo rappresentassero comunque un potenziale strumento da sfruttare per contenere in Iraq e in tutto il Medio Oriente, le ambizioni di Teheran; di chi, in buona sostanza, a Washington come a Parigi e Londra, non ha ascoltato coloro che, quasi due anni fa, invitavano ad un intervento rapido e deciso, destinato a debellare l’Isis “finché sono ancora poche migliaia, in un territorio limitato” come ci disse, in un’intervista al Nodo di Gordio Michael Ledeen, già consigliere di Reagan e Bush padre.

E invece si è preferita una strategia “attendista”: ovvero nessuna strategia, un lasciar fare, un disinteresse di fondo. Lasciando incancrenire il problema, anzi aggravando la malattia con dissennati ed improvvidi interventi come quello in Libia che ha defenestrato Muammar Gheddafi. E il problema è esploso, e da questione regionale, limitata (si fa per dire) al Medio Oriente, è divenuta globale. Iraq, Siria, Libia… e segnali pericolosi vengono dalla Tunisia, dal Libano, per tacere del Mali e dell’Africa sub-sahariana. Mentre ad Oriente l’Afghanistan vede prossimo il trionfo dei Talebani, il Pakistan e il Bangladesh appaiono sempre più minacciati dall’azione di gruppi jihadisti legati al Califfo o ai sui fratelli/coltelli di Al Qaeda… E così in Caucaso e in Asia Centrale. Ma soprattutto stiamo vivendo il contraccolpo rappresentato dalla marea montante di migranti che, da Siria, Oriente, Africa stanno dirigendosi verso l’Europa; e che, senza più un sistema di equilibri geopolitici capaci di contenerla, rischia di finire con il travolgere le nostre, esauste e neghittose, società.

E, a questo punto, è entrato in scena Vladimir Putin. Che il problema di una forte minoranza islamica c’è l’ha in casa da sempre, e teme, logicamente, il contagio dell’Is. In effetti già duemila cittadini russi sembra ingrossino le file dei jihadisti, senza contare la forte presenza di ceceni, daghestani ed ingusci, che costituiscono un’intera brigata al servizio del Califfo. Già questo avrebbe potuto bastare per spingere Mosca ad intervenire. Questo ed il fatto che la Siria di Assad è un alleato storico, e i suoi porti sono sicure basi per la flotta russa.

Tuttavia Putin è politico fine e stratega dalla visione ampia. Una diversità radicale dai suoi omologhi occidentali, soprattutto dal miope e perennemente indeciso Obama. E ha visto chiaramente nella crisi siriana una grande opportunità per scompaginare i giochi degli equilibri internazionali e dare finalmente al Cremlino quel ruolo determinante nel Mediterraneo cui ha sempre ambito, senza mai ottenerlo né al tempo degli Zar, né al culmine della potenza sovietica. Infatti, prima di muovere le sue truppe, Putin ha tessuto una complessa rete di relazioni con Egitto, Turchia ed Israele in prima fila; una rete destinata a sortire effetti ben oltre i limiti temporali dell’attuale contingenza siriana.

Chiaramente lo Zar mira, a breve termine, a mettere in sicurezza la costa siriana e in particolare la regione di Latakia – popolata da alawiti fedeli ad Assad – rafforzando le basi russe nel Mediterraneo, dove la presenza della flotta del Cremlino minaccia di sostituire, nel breve o medio termine, la VI Flotta statunitense, ormai smobilitata e trasferita, in gran parte, nell’Oceano Indiano. Al contempo Putin cercherà di mantenere il controllo di Damasco, obiettivo fortemente simbolico per i jihadisti sia dell’Isis, sia del Fronte Al Nusra, filiazione di Al Qaeda, su cui sembravano voler puntare le loro carte tanto Washington che Parigi. Strategia che trova consonanza sia con l’egiziano Al Sisi – che sta reprimendo con durezza, soprattutto nel Sinai, i movimenti radicali salafiti di ogni estrazione – sia con le preoccupazioni di Bibi Netanyahu, per il quale Al Baghdadi ed Al Zawahiri rappresentano la padella e la brace, e che vede come il fumo negli occhi l’ambigua politica mediorientale di Obama. Al leader israeliano, poi, Putin sembra aver garantito di spendersi per depotenziare la minaccia rappresentata dalle milizie di Hezbollah, che sono sue alleate in Siria, dalla parte di Assad, contro l’Is.

A Recep Tayyip Erdogan chiaramente ha garantito, oltre ad un fondamentale accordo per il transito in territorio turco delle pipeline provenienti dalla Russia, di impedire la nascita di uno stato indipendente nel Kurdistan siriano. Cose che invece sembrerebbe nelle intenzioni di Washington e Parigi.

Quanto al destino di Assad, nulla di più facile che, tra non molto, Putin lo rimuova in silenzio, sostituendolo con una figura omologa, dal volto, però, più presentabile a livello internazionale.

Così, in una serie di mosse, Putin ha ottenuto di alienare ulteriormente i rapporti di Ankara con il vecchio amico Americano, di riavvicinare alla propria sfera d’influenza l’Egitto, di ottenere una sostanziale non belligeranza di Israele.

Gettando un’Opa sulla leadership geopolitica del Grande Medio Oriente e, soprattutto, del Mediterraneo. Con Obama, Hollande, Cameron e gli altri che stanno a guardare.

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