La democrazia inglese sta affrontando la più grande crisi nazionale degli ultimi decenni e ora prova a risolverla con le elezioni del 12 dicembre prossimo. Il referendum del 2016 sull’uscita dall’Unione europea, con una semplice domanda binaria, ha spaccato il Paese in due lasciandolo ancora oggi paralizzato in uno stallo che non ha creato nessun eroe.

Un responsabile per molti fallimenti, però, lo ha generato e questo risponde al nome di Jeremy CorbynNonostante il voto di sfiducia ricevuto dal suo partito dopo la Brexit e l’inattesa rimonta alle politiche del 2017, dove ha saputo dare del filo da torcere a Theresa May, il leader del Labour Party continua a rappresentare la più grande spina nel fianco del suo partito.

Al di là di ogni ragionevole considerazione, l’idea che lui possa diventare Primo Ministro è semplicemente inaccettabile, non solo per l’opposizione, ma per il suo elettorato che non affronterà le urne natalizie con facilità. Come definire questa debolezza se non un primo grande fallimento della propria azione politica?

E soprattutto riuscirà in questa breve e freddissima campagna elettorale a replicare la rimonta del 2017 e magari anche a vincere?

Il fallimento dell’ultimo piano “segreto” di Corbyn

La strategia comunicativa netta di Boris Johnson ha  trasformato l’immagine del Primo Ministro uscente in un pugile vigoroso e combattivo, un “semplificatore populista”, come lo ha definito il prof Gianfranco Pasquino (Johns Hopkins University), in grado di mettere Corbyn all’angolo persino sui suoi stessi cavalli di battaglia. Esempio emblematico lo ha fornito l’impasse mostrata dai Labour quando, sfidati ad accettare di portare il Paese al voto, non sono riusciti a dare una risposta univoca ed immediata. Inspiegabile per il popolo Laburista capire questa esitazione quando sono sempre stati i loro eletti a chiedere le elezioni, per mesi. 

Ma, dietro alla titubanza mostrata inizialmente di Corbyn, il leader considerato “unfit”, c’è un motivo molto semplice.

Nel gruppo dei Labour sono presenti sia parlamentari a favore dell’uscita dall’Europa che quelli invece favorevoli a restare. Ma se Johnson è arrivato a cacciare chi la pensava diversamente, a costo di mettersi in minoranza, Corbyn maldestramente ha cercato di gestire le correnti avverse e contrarie finendo per  indebolire se stesso.

Alcuni retroscena raccontano di un leader “imprigionato” dai suoi per evitare che le sue azioni e le sue parole continuino ad avere l’effetto di avvantaggiare all’avversario. Altre fonti di palazzo, invece, spiegavano che il vero intento di Corbyn sarebbe stato quello di lasciare a Boris la chiusura della partita della Brexit prima, per andare poi alle urne la prossima primavera. In questo modo, entrambe le anime del suo partito sarebbero a quel punto sedate e di nuovo unite in una battaglia comune: la vittoria delle elezioni. Piano miseramente sconfitto dal voto del parlamento che ha stabilito che le prossime elezioni generali si terranno il 12 dicembre.

La debolezza di Corbyn impressa nei numeri

Lavorando con costanza e determinazione, Corbyn è riuscito a diventare il capo dell’opposizione con il livello di gradimento più basso che i sondaggi abbiano mai rilevato, praticamente da sempre.

La sua incapacità di gestire la partita della Brexit, mostrandosi  inadatto ad esprimere una leadership forte e chiara, ha permesso al suo avversario di brillare di una luce persino superiore al suo stesso merito. Nei sondaggi, Jeremy Corbyn risulta essere meno popolare di Boris Johnson sia tra gli elettori maschi che tra le femmine, in tutte le diverse categorie socio economiche, tra i benestanti e i poveri alle diverse latitudini, a Londra così come in Scozia, tra giovani come tra gli anziani.

Se non è una sorpresa che tra gli over 65, il 62% della popolazione preferisca Johnson a Corbyn, lo è di più il fatto che, nello zoccolo duro dell’elettorato Labour, ovvero tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, l’anziano leader risulti il meno popolare, anche se solo di tre punti. Risultato è che: i Tories hanno chiesto ed ottenuto di andare alle urne perché convinti che vinceranno, così come i Labour, sin dall’inizio, hanno mostrato grande esitazione nel fornire una risposta affermativa perché convinti della stessa cosa, ovvero che a vincere saranno i Tories.

In realtà, a confortare questa suggestione ci sarebbe anche un sondaggio condotto da Britain Elects Poll Tracker, che il 22 Ottobre scorso rilevava un vantaggio dei Tories assestati sul 35% dei consensi e i Labour, con 10 punti di distacco, fermi al 25%. Secondo Deltapoll, inoltre, in campagna elettorale Boris Johnson sarebbe nettamente superiore a Theresa May nella capacità di raccogliere consensi anche per la grande fiducia di cui gode tra coloro che vogliono uscire dall’Europa. (Questo rappresenterebbe una difficoltà in più per Corbyn di fronte all’ipotesi di replicare la rimonta del 2017).

L’effetto “Lino”

E proprio in vista di questa sfida, sono ancora i numeri a mostrare come anche sui suoi  temi cari, i Labour sarebbero soppiantati dall’effetto positivo dell’inarrestabile marcia di conquista di Johnson.
Il tradizionale vantaggio della sinistra sulle politiche di riferimento viene corroso costantemente dalla corsa in avanti degli avversari. Il sondaggio pubblicato da New Statesment e condotto tra il 18 e il 20 di Ottobre scorsi, dimostra che il gradimento dei Tories è 5 punti sopra ai Labour sulla tema della formazione scolastica e 4 sulle infrastrutture. Il vantaggio dei Labour sul tema sanità si è ristretto del 2% e sarebbe anche evidente come Boris Johnson stia riuscendo ad interpretare la strategia giusta per erodere il vantaggio degli avversari tra gli elettori del settore del pubblico impiego. Resta invariata la supremazia dell’ala destra sulle questioni legate alla sicurezza e alla difesa così come si conferma la forza dei Labour sui temi legati alla povertà, dove sono avanti del 10%.

Il vantaggio è però poca cosa, al punto che, una voce riportata nei giorni scorsi dal Daily Mail, racconterebbe dell’ironia riservata a Corbyn da un suo compagno di partito che, per sintetizzare plasticamente il quadro offerto dai numeri dei sondaggisti, gli avrebbe appioppato il nomignolo “LINO”: Leader In Name Only, un leader di nome ma non di fatto.

Cosa, questa, che non si può dire di Boris Johnson che, pur mettendo a dura prova la tenuta del sistema democratico inglese con forzature che hanno imbarazzato persino la Regina, sta comunque dimostrando capacità di leadership spregiudicata quanto capace di ammorbidirsi e, se necessario, di smentire le sue stesse promesse. Lo sanno bene gli Unionisti Irlandesi del DUP che si sono visti sacrificare sull’altare di un deal che per la prima volta – accontentando l’Europa – ha anche ottenuto numeri finora mai raccolti nella House of Commons.

L’importanza dell’opposizione

“Il parlamento è sovrano e la democrazia in Gran Bretagna ha dimostrato ancora una volta di funzionare”. Questa la lettura dei fatti fornita dal Prof Pasquino. Sì, perché nella dicotomia “Popolo vs Establishment”,  ultimamente ci è andato di mezzo anche il parlamento, definito “Zombie”.

A sua difesa è intervenuto anche il prof Steven McCabe della Birmingham City University, che nell’azione della House of Commons rileva il costante tentativo di frenare l’impulsività di BoJo e di raggiungere il miglior accordo possibile dando voce alle pulsioni di un Paese comunque diviso a metà. “I parlamentari stanno facendo del loro meglio per raggiungere un compromesso in una Gran Bretagna divisa in due con un parlamento spaccato trasversalmente, che vede i sostenitori dell’uscita e della permanenza in Europa sconfinare, dividendosi, tra i due grandi partiti tradizionali” spiega McCabe.

Naturalmente, il costo politico di questi sforzi prolungati così a lungo è riverberato sullo scetticismo e sulla sfiducia dei britannici nei confronti della classe politica giudicata incapace di dare risposte efficaci in tempi congrui.

Non dimentichiamo che uno dei punti di forza nella campagna referendaria del 2016 era stato quello di vendere Brexit come un divorzio che si sarebbe ottenuto facilmente e velocemente.

La dialettica tra le parti è l’elemento che ha sempre dato forza all’assetto democratico inglese, “Ciò che ha sempre fatto la differenza  – chiosa il Prof Pasquino – è stata la bontà, la qualità dell’opposizione che con la sua azione ha aiutato a fare crescere il valore della democrazia”.

Esattamente quello che sembra mancare oggi in un contesto dove, il leader dell’opposizione, eletto dal suo collegio di Nord Islington dal 1983 e due volte vincitore delle primarie per la guida del suo partito, non è ancora riuscito ad esprimere quella qualità politica necessaria ad affrontare questa grande sfida chiamata Brexit.

Inevitabilmente, questa carenza ha contribuito a rendere lo stallo britannico oltre che snervante, anche a tratti imbarazzante.

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