Come sarà la politica estera di Joe Biden? Più aggressiva e interventista di quella di Donald Trump, checché ne dicano media e analisti pro-establishment che hanno esultato per la vittoria dell’ex vicepresidente e la sconfitta del tycoon – sempre che alla fine la Corte Suprema non dia ragione al team legale di Trump dopo la denuncia del Texas. Animata da quell’idealismo wilsoniano che vede gli Usa come i “gendarmi” e poliziotti del mondo, e accantonato l’America First di The Donald, una Casa Bianca con Biden non può che essere più incline a esportare la propria visione nel mondo  – la democrazia e il libero mercato – con la forza rispetto ai quattro anni di Trump.

Come spiega magistralmente Christopher Layne, professore presso la Texas A&M University, autore di libri come The Peace of Illusions: American Grand Strategy from 1940 to the Present (Cornell, 2006) e American Empire: A Debate, with Bradley A. Thayer (Routledge, 2006), esponente della scuola “neorealista” delle relazioni internazionali, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Verità in edicola, “gli internazionalisti liberal americani sono un gruppo piuttosto aggressivo. Credono nell’esercizio del potere militare, nel cambio di regime, nel nation building e che l’esportazione della democrazia sia la chiave per curare i mali geopolitici. L’esperienza in Medio Oriente avrebbe dovuto disilludere la politica estera americana. Ma non c’è motivo di fidarsi su questo punto”. L’intervento, osserva Layne, “è l’opzione predefinita dell’establishment della politica estera americana. È una scommessa sicura che durante l’amministrazione Biden una nuova crisi (o peggio, delle nuove crisi) metterà alla prova la curva di apprendimento dell’establishment. Ma non dovremmo essere fiduciosi. Le lezioni del Vietnam non hanno impedito agli Stati Uniti di entrare erroneamente in Afghanistan, Iraq e Libia. Mentre possiamo sperare che le lezioni da queste politiche fallimentari del Medio Oriente inducano cautela e prudenza a Washington, la storia suggerisce che il riflesso interventista dell’internazionalismo liberal è difficile da superare”.

La vendetta del “blob”: la vecchia guardia al potere

Gli analisti americani più critici verso l’interventismo liberal di Washington negli affari internazionali come Layne – a cui si aggiungono anche John J. Mearsheimer, Stephen M. Walt e molti altri – definiscono con l’espressione “blob” l’establishment della politica estera americana. Quello fatto di analisti, think-tank, analisti, giornalisti, funzionari ed ex ufficiali capaci di influenzare in maniera decisiva la politica estera degli Stati Uniti. Come analizza Alex Ward su Vox, Joe Biden ha accolto calorosamente gli esponenti del “blob” nel suo team, molto più di quanto non abbiano fatto Obama e Trump. “Il blob è tornato”, ha detto Aaron Friedberg, ex consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente Dick Cheney, ora docente alla Princeton University. “Se va come sembra, e l’amministrazione è popolata da persone più come Blinken e Sullivan, allora questo sembra il ritorno del blob”, ha detto Friedberg. Ciò significa che la vecchia guardia è tornata al potere: quella delle guerre in Iraq, Afghanistan, Libia. Quella che voleva l’intervento militare contro Bashar al-Assad in Siria.

Basta vedere chi Biden ha scelto per guidare la sua squadra di politica estera: Antony Blinken , il suo consigliere di lunga data al Congresso e alla Casa Bianca, come Segretario di stato. Jake Sullivan, ex assistente principale di Biden e Hillary Clinton, come consigliere per la sicurezza nazionale. Avril Haines, un confidente di Biden ed ex numero due della Cia, come direttore dell’intelligence nazionale. A proposito di Blinken: come riportato da InsideOver, 58 anni, di New York, è un’interventista liberal, fortemente convinto della leadership americana e delle “esportazioni di democrazia” nel mondo. Si è laureato alla Harvard University e alla Columbia Law School e da tempo è una colonna portante del Partito democratico in materia di politica estera. Blinken, riporta l’Associated Press, rappresenta un punto di riferimento per molti ex funzionari della sicurezza nazionale che chiedono maggiore enfasi sull’impegno globale degli Stati Uniti. Sotto l’amministrazione Biden, insomma, gli Usa devono tornare a essere il “faro” della democrazia mondiale: mettendo da parte la riluttanza di Donald Trump, Washington deve tornare a compiere il suo “Destino manifesto”. Da interventista liberal nel 2011-2012 Blinken si schierò a favore “delle primavere arabe” e delle “forze del cambiamento” soprattutto in Egitto e in Libia.

Tutte le guerre di Joe Biden

Il curriculum dello stesso Biden parla chiaro. Come ha sottolineato di recente il senatore repubblicano Rand Paul, Biden “ha votato per la guerra in Iraq, che il presidente Trump ha definito a lungo il peggior errore geopolitico della nostra generazione”. “Temo che Biden sceglierà di nuovo la guerra. Ha sostenuto la guerra in Serbia, Siria, Libia”. In breve, riassumiamo gli interventi militari che ha avvallato nella sua lunga carriera: 1) Nell’ottobre 2002, l’allora senatore degli Stati Uniti Biden votò a favore di una risoluzione che autorizzava George W. Bush ad applicare “tutte le pertinenti” risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti dell’Iraq di Saddam Hussein e, se necessario, a usare la forza militare contro l’Iraq. 2) Come senatore, Joe Biden ha votato a favore di una risoluzione del 1999 che autorizzava il presidente Bill Clinton a condurre operazioni aeree militari e attacchi missilistici contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), in collaborazione con gli alleati dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico. 3) In qualità di vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden ha sostenuto le Primavere arabe e la destabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente operata dall’amministrazione democratica. In Siria, l’amministrazione Obama-Biden ha sostenuto gli attori proxy, ossia la sfilacciata e ambigua opposizione siriana, nel tentativo di rovesciare il regime di Bashar al-Assad e instaurare un nuovo regime democratico.

 

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