Habib Jomli, il premier designato in Tunisia dal partito islamista moderato Ennahda, ha annunciato, nella giornata di mercoledì, la formazione del governo ed ha inviato la lista dei ministri che vi prenderanno parte al Presidente della Repubblica Kais Saied. Il voto parlamentare d’investitura, che avrebbe dovuto avere luogo giovedì, è stato però posticipato segnalando, dunque, l’emersione di qualche problema per quanto concerne l’esecutivo nascente. L’ ufficio della presidenza della repubblica ha infatti reso noto che Jomli condurrà ulteriori consultazioni in materia senza però specificare quali ostacoli hanno portato ad un ritardo nelle tempistiche della formazione del governo, che sarà composto unicamente da indipendenti e che avrà come priorità la risoluzione dei problemi economici del Paese.

Un risultato incerto

Le elezioni parlamentari tunisine del 6 ottobre hanno prodotto un Parlamento decisamente frammentato: gli islamisti moderati di Ennahda sono giunti al primo posto ma hanno ottenuto appena il 19 per cento dei voti e si sono aggiudicati 52 seggi sui 217 della Camera dei Rappresentanti del Popolo. Al secondo posto, con il 14 per cento dei consensi, si è piazzato Cuore della Tunisia, di tendenze populiste e progressiste, guidato dall’imprenditore Nabil Karoui ( sconfitto al ballottaggio delle presidenziali). Più distanti ed attestati intorno al 5-6 per cento dei suffragi gli altri movimenti: dai progressisti di Corrente Democratica agli islamisti della Coalizione della Dignità passando per i progressisti del Movimento del Popolo. Il problema principale per il futuro Primo Ministro, dunque, sarà quello di riuscire a tenere unita una compagine che, per ottenere la fiducia parlamentare, dovrà essere supportata da numerosi movimenti. Jomli ha sostenuto che tutti i partiti  appoggeranno “in un modo o nell’altro” il nascente esecutivo e già questa frase potrebbe essere interpretata come un segnale di fragilità e di incertezza dato che le consultazioni si sono prolungate per molto tempo e che diversi schieramenti, come Corrente Democratica ed il Movimento del Popolo, si sono fatti avanti per poi ritirarsi in un secondo momento.

Una sfida complessa

La Tunisia, che diede il via alla cosiddetta Primavera Araba nel 2011 grazie ai movimenti di piazza che portarono alla caduta dell’autocrate Ben Alì, rischia di subire le conseguenze dei problemi economici che la affliggono e che potrebbero travolgerne il sistema democratico. Sullo sfondo, infatti, si agita lo spettro del fondamentalismo islamico ma c’è anche la possibilità che i nostalgici dell’autoritarismo possano sfruttare la rabbia popolare per salire al potere. Il sistema politico del Paese risente, inoltre, della presenza di molti partiti e dell’assenza di una forza dominante in grado di guidare la nazione verso una fase di maggiore stabilità. Sarebbe necessaria, probabilmente una riforma del sistema elettorale che possa ridurre la frammentazione politica e favorire la coesione governativa. È anche vero, però, che l’emersione di uomini o movimenti soli al comando potrebbe decretare, qualora gli stessi fossero mossi da cattive intenzioni, il crollo del sistema. Ciò che non può più essere rinviato, in ogni caso, è un piano che faciliti la crescita economica, il miglioramento delle condizioni di vita del Paese e di conseguenza provochi un calo del malcontento. Le potenzialità del sistema democratico di Tunisi,infatti, potranno svilupparsi con più facilità in un contesto di maggiore stabilità.

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