La situazione mediorientale, nel suo disordine politico e militare, conduce anche alla disamina di una problematica di convivenza interreligiosa che, sorprendentemente, reca con sé uno strumento diplomatico tutt’altro che trascurabile. Nelle mosse della diplomazia vaticana inaugurata già sotto il pontificato di Joseph Ratzinger, si è configurata una strada di apertura verso l’ortodossia russa, consolidata dall’operato di papa Francesco. L’attuale pontefice ha incontrato il Patriarca Kirill di tutte le Russie lo scorso febbraio a L’Avana, a Cuba, per uno storico compromesso che ha prodotto una dichiarazione congiunta sulla questione della salvaguardia della famiglia, che si accompagna ad intenti politicamente molto significativi.La salvaguardia dei cristiani del Medio Oriente, che dalla Siria all’Iraq vivono un momento di terrore, passa per la vittoria sul campo di battaglia della coalizione guidata dal Presidente della Repubblica Araba Siriana, Bashar al Assad, supportato dal presidente russo Vladimir Putin. Più volte, dal 2013 ad oggi, papa Francesco si è approcciato con dichiarazioni concilianti alla posizione del Cremlino nello scenario mediorientale, al fine di congiungere con doppio filo le ragioni della norma di fede ortodossa professata dal patriarcato moscovita con gli intenti di politica estera portati avanti dalla Russia nella lotta al terrorismo internazionale. In tali circostanze, anche in riferimento alla posizione di Roma sul conflitto ucraino, la chiesa greco-ortodossa facente capo a Kiev aveva espresso il proprio dissenso alle parole di Bergoglio, il quale aveva eliminato il riferimento all’aggressione russa per quanto concerne la questione della Crimea e più in senso lato della guerra civile in Donbass.Già nell’estate del 2015, con un’altra importante presa di posizione dello Stato Vaticano, si era sondato il terreno per un possibile avvicinamento tra la Chiesa Cattolica romana e quella ortodossa russa, con la possibilità di un progetto futuro di unificare le date della Pasqua di entrambe le confessioni cristiane. Il salto diplomatico di papa Francesco verso una conciliazione con Putin passa dunque per la salvaguardia dei cristiani dell’area mediorientale, vista anche l’appoggio che i vertici clericali locali rivolgono verso l’operato della Russia nella lotta contro i ribelli islamisti e il favore con cui osservano l’azione di Mosca i cristiani siriani, guardando d’altro canto con diffidenza verso l’ingerenza statunitense nella regione, anche in seguito al nefasto esito bellico della campagna irachena che si protraeva dal 2003.Il cambio di prospettiva della politica estera statunitense nei confronti di Putin, cui il neo-presidente Donald Trump guarda con favore, porterebbe dei mutamenti positivi sullo scenario della guerra in Siria e, con uno sforzo diplomatico ulteriore, ad una conciliazione tra la Chiesa romana e Washington. Il divieto di ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette Paesi dell’area Mediterraneo-Mediorientale, tra cui proprio la Siria e l’Iran, non è stato visto di buon occhio dal Pontefice e dal suo entourage, paventando possibili ulteriori ripercussioni negative sulla situazione dei cristiani del Medio Oriente.Da un punto di vista politico-diplomatico, pur valutando con eccesso di aggressività la decisione di Trump, essa non inasprisce i toni di una linea politica già di per sé molto ostile nei confronti di Damasco e Teheran, già inaugurata con le precedenti amministrazioni democratiche e perpetrata con un colpo di coda lo scorso dicembre, quando il Congresso ha emesso un atto per il rinnovo decennale delle sanzioni in capo all’Iran. Le prospettive di un miglioramento della situazione sarebbero state tutt’altro che realistiche nel caso di una vittoria della Clinton, vista l’ostilità della corrente democratica sia nei confronti di Putin che di Assad. Inoltre, le azioni portate avanti dal Presidente statunitense altro non fanno che proseguire verso una nuova cementazione dei rapporti tra Washington e Tel-Aviv, vista l’ostilità tra Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran.Il provvedimento emesso, tuttavia, ha una durata di 90 giorni, dopo i quali si potranno osservare dei sostanziali cambiamenti, in un senso o nell’altro. Il nodo siriano, tuttavia, continua a rappresentare un cardine nello stabilimento di un dialogo politico tra Trump e la Santa Sede, che avrà come mediatore proprio Putin. Il trait d’union è rappresentato dalla buona riuscita della Russia sullo scenario siriano, nel quale anche il ruolo di Washington dovrà essere conciliante alla risoluzione della causa. L’equilibrio di un asse politico tra la Casa Bianca e Roma sarà dettato dunque da un breve passaggio per Mosca, poggiando sulle basi di un proficuo dialogo intra- e interreligioso.

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