Il Partito Laburista è in testacoda sul caso del crollo del governo britannico di Boris Johnson. E la scelta dei Conservatori inglesi di scegliere con una procedura interna il successore del premier, non a caso dimessosi ufficialmente dalla guida dei Tory ma non dal Numero 10 di Downing Street, spiazza la sinistra britannica. Che oggi si trova in una situazione paradossale: è in testa nei sondaggi, premiata dalla classica flessione dei partiti di governo dopo lunghi anni di gestione del potere come nel caso dei Tory, ma non appare una forza credibile di governo. E con il voto politico che appare destinato a cadere alla scadenza naturale della legislatura, a fine 2024 o inizio 2025, il vantaggio di cui gode il Labor appare solo teorico.

Johnson è caduto a meno di tre anni dal trionfale successo del dicembre 2019 alle elezioni generali, in cui la sinistra guidata da Jeremy Corbyn fu sonoramente battuta in un voto apparso come una coda del referendum sulla Brexit. Il “Get Brexit Done!” con cui i Conservatori hanno dominato la campagna elettorale è stato solo il primo di tanti esempi di manovre politiche con cui diversi temi dell’agenda laburista sono stati sottratti dalla formazione di maggioranza. Con la conclusione che un Partito Conservatore in aperta crisi di leadership, logorato da lotte intestine e atteso da una dura contesa per la leadership potrà, nei prossimi due anni e mezzo, programmare un vero e proprio reset, mentre i Laburisti devono ricostruire la propria agenda.

Il segretario Keir Starmer, dal momento della successione a Jeremy Corbyn, ha predicato l’idea secondo cui sarebbe stato l’estremismo del veterano della Sinistra britannica nel programma a causare la sconfitta del 2019, mentre in realtà Corbyn è caduto anche se non soprattutto per l’incapacità di governare i troppi compromessi sul programma e l’ambiguità sull’accettazione della Brexit. Ma nell’ultimo biennio Starmer, esponente della componente centrista del partito, ha fatto molto rumore dall’opposizione ma con il suo “governo ombra” non ha mai saputo presentare una visione alternativa a Johnson, salvo rivendicare ex post le mosse del governo quando Johnson gli toglieva i temi di mano.

Sostenendo la piccola e media impresa, lo sviluppo infrastrutturale delle roccaforti della “Cintura rossa” del Nord dell’Inghilterra colpite dallo spopolamento produttivo dell’era globalizzata, la fine dell’austerità dei suoi predecessori Johnson ha sottratto ai Laburisti il tema dell’utilizzo della spesa pubblica; pompando centinaia di miliardi di sterline nell’economia per rispondere al Covid-19, promuovendo addirittura moderati aumenti degli investimenti in sanità e leggere crescite nelle aliquote fiscali delle imprese più grandi, pianificando in prospettiva la transizione energetica i Conservatori si sono mossi su quei terreni cari ai Laburisti. E ora dal governo hanno, una volta ritrovata quella concordia interna che con Johnson non era più possibile garantire, metà legislatura durante la quale mettere al lavoro su un’agenda condivisa.

Sarà difficile per i Conservatori, specie se nel partito riprenderanno piede le componenti più liberiste e smaccatamente anti-Stato, confermare i tassi di consenso nell’ex “Muro Rosso” in cui la leadership laburista è franata nel voto del 2019. Ma ancora più complesso, dopo anni di vuoto politico, per i Laburisti affrontare alla prova della verità la sfida del voto e del governo. Quando non saranno i consensi dell’esecutivo uscente ma i piani per il futuro a fare la differenza, Starmer si troverà di fronte a un vuoto pneumatico preoccupante: il partito noto per le sue battaglie sul lavoro e gli operai è arrivato, per bandiera, a ostacolare il processo di approvazione dei piani sul welfare del governo attuale; il Guardian, un tempo testata di riferimento dei sindacati, è arrivato a chiedersi se il Partito Laburista non debba indicare nelle imprese il suo punto di riferimento, facendosi portavoce di un programma fondato su un coinvolgimento al suo sostegno dei Ceo delle grandi aziende in nome di un coinvolgimento della politica a sostegno degli obiettivi di “sostenibilità” economica, sociale e di governance promossa dai grandi gruppi capitalistici (il cosiddetto woke capitalism); il Labour Business Group ha addirittura indicato in un ideale supporter del futuro partito i big della City di Londra.

Come larga parte della socialdemocrazia europea, i Laburisti si sono persi nel bicchier d’acqua dei dibattiti di bandiera sul politicamente corretto. Il fatto che quest’anno uno dei momenti di massima tensione in casa Labour si sia avuto quando Starmer, accusato di eludere più volte il dibattito interno al partito sui diritti Lgbt e il progressismo civile più radicale, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Lbc che la “grande maggioranza” delle donne non ha un pene, cercando di fare una sintesi del tragicomico dibattito interno su una questione triviale, la dice lunga sia sul modello sociale di cui i Laburisti sono ormai riferimento sia delle difficoltà di ripensarsi come partito di governo.

Dopo aver perso tre elezioni (2010, 2015, 2019) e il referendum sulla Brexit (2016), riuscendo solo a far “non vincere” Theresa May nel 2017, dopo anni in cui le grandi sfide politiche (Grande Recessione, pandemia, guerra in Ucraina) sono state amministrate da premier Tory, dopo che lo stesso si prefigura destinato ad accadere per l’imminente tempesta energetica ed economica, i Laburisti sembrano aver smarrito la cultura di governo. E si crea così una situazione paradossale: ai Conservatori oggi un bagno purificatore di opposizione sarebbe fisiologicamente conveniente, ma i Laburisti non sembrano in grado di avere una cultura e una visione di governo per il Regno Unito del futuro. E il fatto che, al netto delle dichiarazioni politiche di convenienza, il partito non toccherà palla nella crisi politica in atto che determinerà la successione a BoJo ne è plastica testimonianza.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.