Dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica ed a seguito del boom economico cinese, i Paesi asiatici di fede musulmana hanno vissuto una stagione di avvicinamento e collaborazione con Pechino. Dalla simbiosi con cui hanno vissuto è dovuta in buona parte la ripresa che hanno vissuto soprattutto il Kazakistan, il Tagikistan, ed il Kirghizistan e che in pochi anni si sono rivelati alleati cruciali per la Cina. Tuttavia, negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi i rapporti tra i Paesi sono diventati particolarmente tesi a causa della situazione riguardante la condizione degli uiguri che vivono sotto la morsa di Pechino e che condividono ancora stretti legami di sangue con le repubbliche musulmane. Ed in questo scenario, gli Stati Uniti hanno fiutato la possibilità di attaccare il rivale asiatico avvicinandosi ai mercati di quei Paesi. Secondo quanto riportato dalla testata pakistana Pakistan Todayciò sarebbe stato ben evidenziato dall’ultima ritirata cinese dal mercato del Kirghizistan e che ha portato alla rinuncia di un polo logistico nel Paese dal valore di investimento di 280 milioni dollari.

I legami della Cina si stanno erodendo

Con il rischio di crisi diplomatica legata al trattamento degli uiguri e con l’incertezza delle proiezioni economiche legate all’epidemia di coronavirus che sta attanagliando il Paese, la Pechino sta perdendo sempre più impatto sui propri alleati. Con il dato evidenziato invece dalla recessione giapponese che sottolinea come la Cina rischi di diventare un pericolo per tutti i mercati della regione la scelta di allentare i rapporti è diventata quasi obbligata per le ex repubbliche sovietiche. Almeno nel tentativo di stabilizzarsi il più possibile senza dover subire colpi che non verrebbero assorbiti nel breve termine.

A causa delle varie problematiche sta attraversando la Cina, lo stesso apparato governativo non è stato in grado di difendersi adeguatamente dall’avanzata americana e di sostenere il proprio piano di investimenti esteri; chiudendo così il quadro che ha portato ad una diminuita forza decisionale sulla regione. E con la situazione che non sembra aver speranze di miglioramento nel breve termine, la possibilità che il rallentamento cinese rischi di danneggiare i rapporti futuri con i propri attuali partner sembra diventare sempre di più una certezza.

Inoltre, non bisogna sottolineare neppure come la tensioni riguardi non soltanto i rapporti politici ma anche le percezioni della popolazione, che sta prendendo sempre più in odio la Cina e le minoranze cinesi nei territori – come è stato evidenziato dallo scontro tra etnie avvenuto in Kazakistan. Ed in questo contesto, un mantenimento delle aperture verso Pechino si tradurrebbe quindi in uno scontento popolare e nel calo dei consensi, che gli stessi apparati politici locali gradirebbero evitare.

La mossa di Mike Pompeo

Nel corso della prima metà di febbraio, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha compiuto una serie di visite di rappresentanza negli ex oblast musulmani, con lo scopo di stringere dei maggiori legami economici e, verosimilmente, di allentare i loro rapporti con Pechino. Giocando sull’incertezza che avrebbero vissuto i Paesi alleati della Cina a seguito dello scoppio del coronavirus – e sulla maggior stabilità in questo orizzonte dell’economia statunitense – la sensazione che è trapelata è stata positiva per Washington, con la prima conferma giunta nella giornata di martedì con la ritirata cinese dal Kirghizistan.

Aver accesso ai mercati dell’Asia centrale è cruciale all’interno delle mire espansionistiche della Casa Bianca, in quanto permetterebbe di portare maggior pressione sulle economie non soltanto della Cina ma anche della Russia. Inoltre, uno sviluppo futuro dei trattati potrebbe permettere anche l’accesso americano alla regione, facendola così divenire un perfetto punto di osservazione nel pieno centro del Continente che gli Stati Uniti non hanno la benché minima intenzione di lasciarsi sfuggire.

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