L’Austria e l’immigrazione non vivono un rapporto facile. Nonostante il desiderio della stampa occidentale di dipingere il nuovo corso di Vienna sotto la presidenza verde come una sorta di “Austria Felix” della globalizzazione, nel tempo i nodi sono venuti al pettine. L’Austria è rivelata sicuramente più ostile all’arrivo dei migranti rispetto a quanto preventivato dal mainstream e le reazioni della politica austriaca sono state ben più forti di quanto ci si aspettasse. L’idea di inviare soldati al confine con l’Italia e disporre i blindati al Brennero era stata una dimostrazione abbastanza chiara di come il governo austriaco avesse idee molto poco ammiccanti all’immigrazione selvaggia e alle politiche del buon vicinato promosse dall’Europa e volute dall’Italia. Le mosse di Vienna erano state però eccessive, secondo l’Unione Europea, e i messaggi arrivati da Bruxelles sono stati molto chiari nel dire che certe azioni non sarebbero più tollerate nel consesso europeo.

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Tuttavia, nonostante le pressioni europee e le critiche mosse anche dal partner tedesco, l’iniziativa del governo austriaco non si è fermata. Come riportato dalla stampa locale, il cancelliere austriaco Kern ha deciso di proseguire nella sua rotta verso il blocco dell’immigrazione illegale proponendo un programma di sette punti in cui ha un unico obiettivo: nel 2020 l’immigrazione illegale in Austria dovrà essere pari allo zero. Un programma non soltanto austriaco, ma che impegnerebbe l’intera struttura dell’Unione europea come sistema coordinato e non più fatto di singoli Stati che decidono autonomamente. Una delle misure proposte da Kern è la creazione nell’Unione europea di una nuova figura, che sarebbe quella di un responsabile per l’immigrazione e per i rifugiati, il cui compito sarebbe quello non soltanto di occuparsi del fenomeno all’interno dell’Ue ma anche quello di essere responsabile per i negoziati sugli accordi di rimpatrio con i paesi africani.

Un secondo punto proposto da Kern è il sostegno alla creazione di centri di richieste di asilo al di fuori del territorio dell’Unione europea che andrebbero collocati nei territori in cui il flusso dell’immigrazione e il traffico di migranti è ad alta intensità, per esempio in Niger, ormai il vero grande canale della rotta del Sahel. “Dobbiamo arginare l’immigrazione clandestina e riprendere il controllo della situazione”, ha detto il cancelliere, che ha chiamato anche per una distribuzione equa degli immigrati tra i paesi europei, una maggiore protezione per le frontiere esterne dell’Ue e campagne d’informazione e di dissuasione nei paesi di origine degli immigrati. In sostanza, a detta di Kern, gli immigrati partono perché illusi e privi di reali conoscenze sul proprio futuro in Europa e su quello che li aspetta nella tratta del Sahel e nel Mediterraneo, perciò occorre informali per far capire loro che le condizioni di vita in Europa non saranno quelle sperate.

In questo programma, Kern ha ricevuto il pieno appoggio di Sebastian Kurz, leader dell’Ovp e ministro degli Esteri. Da qualche tempo il capo della diplomazia di Vienna sostiene in seno all’Unione europea di costruire centri di richiesta di asilo fuori dal continente europeo, in modo da fermar già in Africa e Medio Oriente il flusso di migranti. Ma soprattutto, a detta di Kurz, l’obiettivo di Bruxelles dovrebbe essere quello di scendere a patti con i Paesi da cui partono gli scafisti: in particolare, vista la situazione in Libia, sarebbe necessario intanto trovare un accordo molto serio con la Tunisia ed Egitto, affinché fermino i migranti in mare prima che arrivino in Europa. Le migliaia di morti nel Mar Mediterraneo sono spesso causate dalla mancanza di aiuti da parte dei Paesi nordafricani, che hanno delegato alle missioni europee e alle Ong ogni tipo di soccorso in mare.

Kern, in linea con Bruxelles, chiede inoltre che l’Europa, sia come Unione sia come singoli Stati Membri, s’impegni negli aiuti finanziari ai Paesi d’origine dei richiedenti asilo, nel quadro del cosiddetto “Piano Marshall per l’Africa”. Un processo complesso, non privo di perplessità, e che però, secondo il cancelliere austriaco, non può passare da una vera condivisione della politica migratoria in seno all’Unione Europea, che non faccia gli interessi dei Paesi più forti. Proprio per questo motivo, l’Austria ha siglato un patto con altri sei paesi dell’Unione europea, per la formazione di un fronte di opposizione al piano d’immigrazione imposta da Bruxelles che sembra andare in direzione contraria alle proposte di Vienna. Insieme con Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Croazia e Slovenia, quasi il vecchio Impero Austroungarico, promuoverà un gruppo di lavoro il cui obiettivo sarà quello di migliorare la difesa delle frontiere esterne, in modo che i ministri dei Paesi coinvolti siano in grado di operare congiuntamente per la mobilitazione e la protezione dei confini dell’Europa. Con le elezioni di ottobre e per frenare l’ascesa del partito di estrema destra FPÖ, i due maggiori partiti austriaci sono ormai consapevoli del fatto che le decisioni dell’esecutivo in materia di immigrazione peseranno in maniera decisiva per l’esito delle elezioni.

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