Mai come in questa occasione le primarie del Partito democratico risultano così indecifrabili con almeno 4 potenziali vincitori. Nella corsa che doveva essere a due tra l’ex-vice presidente, Joe Biden, e il senatore del Vermont, Bernie Sanders, si sono aggiunti anche Michael BloombergPete Buttigieg. Nelle prime due votazioni, in Iowa (dove è ancora in corso il riconteggio dei voti) e nel New Hampshire a creare scompiglio è stato il 38enne Buttigieg che si è portato a casa due delegati in più di Sanders (23 a 21) e ben 17 in più di Biden. Ma secondo alcuni sondaggi, quella di Buttigieg non è una figura plausibile per la vittoria delle primarie soprattutto per questioni sociali, essendo complicato immaginare un sostegno pieno da parte della popolazione statunitense a un candidato dichiaratamente omosessuale.

Il possibile “terzo incomodo”

Il vero outsider è considerato il miliardario Bloomberg che ha saltato i primi due appuntamenti dell’Iowa e del New Hampshire, aprendo la sua campagna elettorale “in ritardo” rispetto agli altri candidati. Il primo passo è stato investire 210 milioni di dollari per diversi spot televisivi, tra cui quello trasmesso nel corso del Super Bowl del 3 febbraio che ha tenuto davanti alle televisioni circa 102 milioni di persone. L’avvio reale della campagna elettorale, con il primo comizio che è stato il 12 febbraio a Chattanooga, nel Tennessee, nel corso del quale ha affermato di non aver paura della sfida con Donald Trump perché il suo obiettivo è di “batterlo”; motivo per il quale Bloomberg ha assicurato di essere pronto a “sostenere chiunque uscirà vincitore delle primarie democratiche”. La scelta del Tennessee come punto di partenza della sua campagna elettorale non è stato casuale dal momento che, alle votazioni del 3 marzo, assegnerà ben 64 delegati dei 1991 necessari alla vittoria.

Essendo entrato nella corsa per il vertice del Partito Democratico in ritardo rispetto agli avversari, Bloomberg ha deciso di entrare nella lotta elettorale a ridosso del 3 marzo, ovvero il Super Tuesday che chiamerà alle urne i cittadini di Alabama, Arkansas, California, Carolina del Nord, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Samoa Americane, Tennessee, Texas, Utah, Vermont e Virginia. In totale saranno assegnati 1600 delegati, ai quali si aggiungeranno altri 111 provenienti dalle votazioni della settimana precedente in Nevada e in Carolina del Sud. Non è un caso se Bloomberg abbia iniziato la sua campagna elettorale proprio in Tennessee e che abbia stanziato “la sua base” in Virginia, investendo milioni di dollari per spot pubblicitari da mandare in onda in 27 stati, tra cui California, Texas, Florida e Michigan cruciali per la vittoria delle primarie e, in seguito, delle elezioni presidenziali.

“Mike lo farà!”

L’ultimo sondaggio di Morning Consult vede Bloomberg al terzo posto con il 17% delle preferenze, a poca distanza da Biden (22%) e da Sanders (25%), mentre nei dati rilevati da Npr, Pbs NewsHour e Marist viene dato al secondo posto al 19%, lontano dal 31% di Sanders. Per colmare questo gap non serviranno solamente i miliardi a disposizione dell’ex-sindaco di New York, ma anche una campagna elettorale mirata a “rubare” consensi a Joe Biden, ovvero l’altro candidato considerato moderato. “Mike will get it done” (Mike lo farà) non è solamente lo slogan della sua campagna, ma è anche il focus principale di tutti i suoi discorsi e dei suoi messaggi lanciati in questa prima settimana di incontri. Il suo obiettivo è dimostrare agli elettori la sua volontà di vincere, presentandosi come il self-made man tanto caro alla cultura statunitense e contrapponendosi a Trump.

Se non fosse per la radicale differenza nel modo di “attaccare” l’attuale presidente, i temi della campagna elettorale di Bloomberg sarebbero grossomodo gli stessi degli altri candidati dem, ovvero la lotta al cambiamento climatico, la creazione di posti di lavoro, l’aumento degli stipendi minimi, uno snellimento delle procedure per l’ottenimento di permessi di soggiorno e il potenziamento del Medicare e del Medicaid. Ma a differenza di Biden, di Sanders e degli altri candidati, Bloomberg propone agli elettori la sua storia e la sua capacità di gestione delle aziende e dell’amministrazione pubblica. Un modo di condurre i comizi non tanto diverso da quello già sperimentato –con successo– da Trump nel 2016.

La lotta alle armi da fuoco

L’ostacolo maggiore per Bloomberg non sarà il voto afro-americano e dei giovani (indirizzato principalmente verso Sanders), ma le polemiche e le contestazioni che arriveranno dalle associazioni sostenitrici del diritto a portare in pubblico e a possedere armi da fuoco. Bloomberg, già da sindaco di New York, aveva infatti iniziato una lotta –finita anche di fronte alla Corte Suprema– per limitare il trasporto di armi da fuoco in pubblico, nel tentativo di evitare stragi o omicidi. Inoltre ha fondato nel 2013 la Everytown for Gun Safety che sostiene il controllo delle vendite delle armi da fuoco, finanziando campagne di sensibilizzazione verso la stampa, il pubblico e i politici allo scopo di gettare le basi per un intervento legislativo per indagare sui precedenti penali di chiunque voglia acquistare un’arma. Un tema etico molto sentito soprattutto nelle grandi città, ma che si scontra contro il Secondo Emendamento della Costituzione e contro l’opposizione della maggioranza della popolazione statunitense che vede nelle armi da fuoco una garanzia di sicurezza e una “tradizione”.

Le organizzazioni a difesa dei “diritti delle armi” hanno già iniziato a fare attività lobbistica in opposizione alle idee di Bloomberg, avvertendo l’opinione pubblica sui rischi per il Secondo Emendamento e, soprattutto, sulla possibilità della creazione di una legge di controllo delle armi modellata su quella della California. Sicuramente come Bloomberg vede il diritto a portare armi da fuoco sarà uno dei temi centrali della campagna elettorale, anche se difficilmente gli altri candidati democratici faranno leva su ciò per ridurre il consenso verso l’ex-sindaco di New York per non rischiare un contraccolpo nelle grandi città.

Il prossimo dibattito

Il primo banco di prova reale delle primarie democratiche sarà domani 19 febbraio, quando per la prima volta Bloomberg affronterà in diretta televisiva i suoi rivali alla corsa per le presidenziali di novembre. Sul palco di Las Vegas troverà Bernie Sanders, Joe Biden, Pete Buttigieg e le senatrici Elizabeth Warren (Massachusetts) e Amy Klobuchar (Minnesota). Dibattito televisivo che sarà il primo passo d’avvio della campagna elettorale vera e propria per la candidatura contro l’uscente presidente Donald Trump, intenzionato a sfruttare le divisioni interne tra i democratici e i traguardi raggiunti negli ultimi quattro anni per essere rieletto.

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