Il 24 settembre il primo ministro russo Mikhail Mishustin si recherà al monte Athos per un soggiorno-lampo che terminerà il giorno successivo. Quello che in apparenza può sembrare un ritiro spirituale, per nulla inusuale per i diplomatici russi, potrebbe in realtà essere una missione in incognito tesa a riaprire l’annoso fascicolo dello scisma ortodosso.

Pellegrinaggio o visita in incognito?

Il primo ministro russo arriverà sul Monte Athos, il cuore spirituale e politico dell’ortodossia greca, nella giornata di giovedì 24 settembre e partirà il giorno successivo. Come riporta il quotidiano greco Ekathimerini, Mishustin alloggerà e passerà la notte nel monastero di san Pantaleone, un luogo che non è stato scelto a caso: si tratta della “parte russa” del complesso monastico, essendo composto per la stragrande maggioranza da monaci di origine russa.

La due-giorni non è stata pubblicizzata con vigore né dalle autorità russe né da quelle greche e ha ricevuto una scarsa copertura mediatica, di gran lunga inferiore rispetto a quella data alla visita di Vladimir Putin del 2018, e il motivo è il seguente: non si tratterebbe di una visita ufficiale, Mishustin sarebbe in procinto di recarsi nel luogo più santo dell’ortodossia greca in veste di pellegrino.

Essendo sacro e politica inestricabilmente legati nell’arena internazionale, e questo è vero soprattutto per le grandi potenze, è difficile credere che la due-giorni non verrà sfruttata anche per promuovere l’agenda geo-religiosa del Cremlino e, in effetti, un indizio a sostegno di questa tesi è presente: nella pausa tra la sessione di preghiere e l’incontro con i monaci russi, Mishustin si recherà a Karyes, la sede dell’amministrazione monastica, dove incontrerà la dirigenza del monte Athos.

Lo scopo della due-giorni, a questo punto, potrebbe essere più chiaro di quanto sembri: tentare di convincere le massime autorità spirituali della chiesa ortodossa greca, che esercitano un astro incredibilmente influente sulla politica e sulla società, a fare un passo indietro nella questione dello scisma ortodosso, ovvero normalizzare i rapporti con il patriarcato di Mosca e disconoscere la neonata chiesa ortodossa dell’Ucraina.

L’indipendenza di quest’ultima dalla giurisdizione del patriarcato di Mosca è stata garantita dal patriarcato di Costantinopoli alla vigilia del Natale ortodosso dello scorso anno per mezzo di un tomo di autocefalia molto dibattuto e controverso, e la chiesa ortodossa greca si è infine unita al fronte che ha riconosciuto la legittimità del decreto e la fondazione della nuova chiesa dopo mesi di aspro dibattito, in ottobre.

Lo scisma, la situazione attuale

Dal 15 ottobre 2018 fra il patriarcato di Mosca e il patriarcato di Costantinopoli è scisma: da allora i due cuori della cristianità orientale hanno cessato ogni tipo di collaborazione, rapporto e dialogo. La grave frattura intestina è stata provocata dal tomo di autocefalia garantito da Bartolomeo I, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, alla chiesa ortodossa di Ucraina, nata su volontà di Petro Poroshenko con l’obiettivo di limitare ulteriormente l’influenza russa nel Paese.

Quattro giorni prima che il patriarcato di Mosca decidesse di congelare le relazioni con Costantinopoli, Bartolomeo aveva organizzato un Santo Sinodo per discutere la questione del riconoscimento della neonata chiesa ortodossa ucraina, raggiungendo un verdetto positivo: in virtù del ruolo rivestito di primus inter pares, il patriarca ecumenico di Costantinopoli avrebbe concesso il tomo di autocefalia all’entità, poi firmato il 5 gennaio successivo in tempo per la celebrazione del Natale ortodosso.

La decisione di Bartolomeo I, come prevedibile, ha avuto un effetto domino, avendo costretto le chiese che compongono la cristianità orientale a prendere una decisione, a fare una scelta di campo: Costantinopoli, ossia l’Occidente, oppure Mosca, quindi la Russia.

Ad oggi, settembre 2020, la chiesa ortodossa autocefala d’Ucraina è stata riconosciuta dall’omologa greca, dal patriarcato greco-ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa, dalla chiesa ortodossa russa in America, e ha ricevuto supporto non ufficiale dalle chiese ortodosse di Bulgaria e Romania.

Inoltre, con il passare dei mesi, la questione dell’autocefalia si è estesa ai Balcani meridionali, minacciando direttamente l’integrità e l’autorità della chiesa ortodossa serba, perché chierici con ambizioni scismatiche in Montenegro e Macedonia del Nord hanno iniziato a strumentalizzare la vicenda per chiedere ai rispettivi governi di adoperarsi per esercitare pressioni su Costantinopoli affinché vengano prese in considerazione anche le loro richieste di autonomia da Belgrado.

Nel caso macedone, la chiesa ortodossa è già de facto autonoma, avendo dichiarato la propria autocefalia in maniera unilaterale nel 1967, ma senza ottenere riconoscimento alcuno da Costantinopoli.

Nel caso montenegrino, invece, esistono due chiese ortodosse in concorrenza tra loro. La prima, quella a cui aderisce la stragrande maggioranza della popolazione e che risponde a Belgrado, è stata recentemente protagonista di una lunga stagione di mobilitazione popolare contro l’agenda anticlericale dell’autocrate Milo Dukanovic. La seconda, non riconosciuta e con uno scarso seguito popolare, è nata nel 1993 ed è stata storicamente filogovernativa e antiserba; è proprio quest’ultima che sta tentando di approfittare dello scisma per ottenere riconoscimento da Costantinopoli.

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