Joe Biden si avvia alla conclusione del suo primo anno da presidente degli Stati Uniti dopo l’insediamento del 20 gennaio scorso. La presidenza dell’ex vice di Barack Obama ha dovuto affrontare, in continuità con quella di Donald Trump, problemi sistemici come la corsa della pandemia, lo sviluppo della campagna vaccinale contro il Covid-19, la ripresa dell’economia e la lotta a disoccupazione e inflazione, la contesa geopolitica con la Cina. Sfide strutturali per il navigato politico, a lungo veterano di Capitol Hill come esponente del Senato per il Delaware, che al pari di Trump ma sul fronte opposto ha a sua volta dovuto fare i conti con un’estrema polarizzazione politica, che ha finito per entrare nello stesso Partito Democratico.

La sfida dell’emergenza

Gli Stati Uniti hanno dovuto, in continuità con il 2020, affrontare la crescita della pandemia che, nonostante l’arrivo dei vaccini in quantità senza paragoni per il resto del mondo, continua a mordere ferocemente. Lo stesso Biden ha, recentemente, dovuto ringraziare gli sforzi dell’amministrazione Trump per garantire con il programma Warp Speed i vaccini in tempo rapido agli Stati Uniti e ha notevolmente corretto i toni rispetto al passato. Al dibattito del 22 ottobre 2020, poco prima della vittoria presidenziale, Biden incalzò Trump dichiarando che i 220mila morti avuti fino ad allora dagli Usa erano il segno del fallimento di una politica anti-contagio e avrebbero dovuto, a suo avviso, giustificare le dimissioni del Presidente. Ebbene, oggi i morti da Covid negli Usa, quattordici mesi dopo, sono oltre 810mila, oltre 415mila dei quali venuti a mancare dall’inaugurazione di Biden in avanti: segno del fatto che il Covid non ha colore politico e non guarda in faccia nessun leader, oltre che del problema strutturale di una pandemia che continua a mordere.

Dopo un inizio spedito, inoltre, la campagna vaccinale si è ingolfata e oggi solo il 62% dei cittadini statunitensi ha il ciclo vaccinale completo. Tutto ciò si scontra con un contesto che vede, al solito, un sistema sanitario fortemente diseguale e notevoli problemi strutturali nel far decollare, a più riprese, le ondate di Covid negli Stati dell’Unione, soprattutto del Sud, a minor tasso d’immunizzazione e maggior fragilità nel tessuto ospedaliero. L’altra faccia della medaglia è il fatto che, comunque, quel 62% della popolazione immunizzata equivale comunque a 209 milioni di persone messe al sicuro dal Covid, fatto che segnala l’imponenza degli sforzi messi in campo da Biden, e da Trump prima di lui, per somministrare i vaccini e dato che ha garantito le premesse per un sostanziale ritorno alla normalità.

Non stanno avendo effetto concreto, per ora, le proposte di Biden di espandere l’obbligo vaccinale a tutto il personale federale: i ricorsi di diverse categorie di lavoratori e vari gruppi di cittadini a ogni livello di appello hanno, per ora, frenato nei tribunali una proposta con cui la Casa Bianca mira a dare una spinta ulteriore alla campagna di immunizzazione.

L’economia e la ripresa incerta

Parallelamente alla sfida all’emergenza pandemica, Biden e la sua amministrazione hanno, principalmente per mezzo del lavoro del Segretario al Tesoro Janet Yellen, promosso piani volti a portare gli Usa fuori dall’abisso della recessione in cui erano precipitati durante i primi mesi della pandemia. Tra 2020 e inizio 2021 gli Usa hanno vissuto in pochi mesi ciò che avvenne a velocità più contenuta dopo il grande tonfo del 1929: un deperimento del sistema economico alle sue fondamenta. Allora le ricette keynesiane di Franklin Delano Roosevelt fornirono un tampone efficace a partire dal 1933, mentre nel contesto della recessione da coronavirus l’iper-connessione dei mercati globali, il contesto legato alla pandemia e un predominio della finanza sull’economia reale, unito alla deindustrializzazione, hanno reso necessarie risposte emergenziali a cui solo negli ultimi mesi Biden ha potuto aggiungere una vera e propria agenda per la crescita.

Secondo un report di Moody’s il programma presentato da Biden alle elezioni del 2020, se attuato nella sua interezzapotrebbe mobilitare un aumento complessivo della spesa pubblica di 7,3 trilioni di dollari nel corso del prossimo decennio. Almeno 4 miliardi di questi, secondo l’agenzia di rating, dovrebbero venire da nuovo deficit federale, mentre nelle previsioni dei democratici c’è senz’altro l’idea di alzare le tasse sui profitti corporate ottenuti dalle imprese sia con l’attività ordinaria che in forma finanziaria, piano con cui Biden intende mobilitare 1,4 trilioni di maggiori entrate entro il 2024. La divisione interna al Partito Democratico ha impedito, ad ora, un pieno dispiegamento di questo programma: da un lato, Biden è accusato dalla Sinistra interna di eccessiva fragilità per la sua moderazione su temi come l’ambiente e la transizione green; dall’altro, deve subire le incursioni del vero e proprio “uomo solo al comando” di Capitol Hill, il Senatore della West Virginia Joe Manchinche con i suoi veti ha spesso messo in discussione il suo appoggio, decisivo per non mettere i dem in minoranza di fronte ai Repubblicani nella votazione dei programmi.

Lo si è visto bene nel contesto della votazione del piano Build Back Better per il potenziamento della spesa pubblica. “Manchin”, ha scritto Italia Oggi, “è dello stesso partito di Biden e fa parte dell’ala moderata, che al pari dei repubblicani pretende una gestione oculata della spesa pubblica. Per questo, aveva anticipato che mai e poi mai avrebbe votato a favore di un piano di rilancio dell’economia superiore a 1.500 miliardi di dollari. Così, quando in Senato si è giunti al voto di 2.250 miliardi proposto da Biden, un volume di spesa sostenuto dell’ala sinistra del partito democratico guidata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, l’intenzione di voto di Manchin ha bloccato tutto, poiché i democratici hanno una maggioranza risicata e un’eventuale bocciatura avrebbe mandato in fumo l’intero piano di investimenti“.

Ad ora le maggiori conquiste economiche della Bidenomics sono state il piano economico di aiuti anti-Covid da 1,9 trilioni di dollari volto a garantire sostegni ai redditi, potenziare la sanità e promuovere investimenti e, soprattutto, il programma da 1,2 triolioni di dollari sulle infrastrutture che ha ottenuto, anche grazie alla mediazione di Manchin, sostegno in alcune frange repubblicane passando lo scoglio del Congresso.

Aukus e Afghanistan, una politica estera divisa

Sul fronte degli Esteri, infine, Biden ha dovuto subire il tutt’altro che invidiabile dispiegarsi della disfatta afghana nello scorso agosto, ma non è su questo piano che la sua politica estera potrà essere giudicata appieno. L’Afghanistan è un fallimento collettivo del sistema di potere Usa e a Biden, semmai, si può rimproverare di non aver avuto il coraggio politico, nei suoi otto anni di vicepresienza, di dar seguito ai legittimi dubbi espressi già nel 2009 sulla necessità di mantenere le truppe in Afghanistan. La rotta di Kabul di agosto è stata subita, piuttosto che causata, da scelte politiche dell’attuale amministranzione, che si troverà comunque a dover fare i conti con le sue conseguenze.

L’ex senatore del Delaware non ha perso tempo nel riorientare sulla Cina il focus esclusivo e prioritario degli Usa.  La firma dell’alleanza Aukus con Australia e Regno Unito, un mese dopo la fuga da Kabul, è stata la punta dell’iceberg di una strategia di inesorabile riallineamento delle energie degli Usa verso il contenimento pressochè esclusivo della Repubblica Popolare. Strategia promosssa anche attraverso il contenimento tecnologico di Huawei e aziende simili e l’intensificazione delle strategie di pressione nell’Indo-Pacifico in assoluta continuità con l’amministrazione Trump.

Con la Russia, invece, Biden ha mantenuto la strategia di massima pressione in Europa ma aperto, invece, per tramite del direttore della Cia William Burns a contatti serrati con Vladimir Putin per definire le linee di contatto e la demarcazione concreta della rivalità. Gli Usa confermano, anche nell’era Biden, la presenza di due rivali strategici. Ma sono ben attenti nell’indicare nella Cina quello con cui la sfida sarà cruciale per la leadership globale.

Un futuro complesso

Le aspirazioni di radicale cambiamento con cui l’agenda Biden è stata accolta nel mondo progressista americano e globale dopo la vittoria del novembre 2020 hanno dovuto presto scontrarsi con le necessità della politica e le sfide contingenti dell’era pandemica. Biden non ha mai fatto mistero della sua volontà di mediare apertamente tra le varie anime del suo partito e ha tenuto botta anche al drastico crollo di popolarità della vicepresidente Kamala Harris, ma in vista degli anni a venire per il presidente la situazione si fa incerta. Con i Repubblicani in ripresa, la possibilità di una perdita di uno o di entrambi i rami del Congresso nel 2022 alle elezioni di mid-term è tutt’altro che un’ipotesi remota. E dunque realisticamente a Biden resta solo un anno per poter promuovere parti della sua agenda politica con un contesto politico favorevole.

Come scrive il Financial Times, però, il moderato cattolico Biden deve scontrarsi con una vera e propria “egemonia culturale liberal” dentro a diverse frange democratiche “che sembra fatta su misura per allontanare i centristi” dalla base elettorale anche in categorie storicamente forti per il partito dell’asinello come gli ispanici. Il pragmatismo di Biden in quest’ottica lo porterà con sempre maggior frequenza a scontrarsi con le frange più radicali e a cercare, inevitabilmente, compromessi al centro e coi Repubblicani. Ma questo può spaccare ulteriormente i dem. E in un Paese che ricerca un ritorno alla stabilità, in crisi di identità dopo vent’anni di crisi ed emergenze e tremendamente polarizzato al suo interno, una nuova presidenza vittima di tensioni intestine si preannuncia come destinata a navigare a lungo in acque tutt’altro che quiete.

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