Tra gli Stati membri dell’Unione europea che si apprestano a votare per le elezioni interne, c’è anche la Finlandia. Il caso di studio merita di essere analizzato in maniera autonoma.

La polarizzazione politica, anche nei paesi scandinavi, è sempre più evidente. Lo scenario, in questo caso, è il seguente: da una parte ci sono i socialdemocratici, che sono europeisti, dall’altra i Veri finlandesi, che sono nazionalisti ed euroscettici. Quella che domani verrà decisa dai risultati elettorali è, insomma, una sfida che fa da preambolo alle elezioni europee del prossimo 26 maggio.

Nel caso i populisti dovessero scavalcare in termini di voti i socialdemocratici, il che rappresenta un’ipotesi difficile, ma non impossibile, le istituzioni sovranazionali europee, almeno per come sono state pensate sino a oggi, riceverebbero un primo avviso di sfratto. Pure perché l’allarme non arriverebbe da una nazione che in passato si è distinta per il grosso sostegno elettorale dato alle forze sovraniste.

In ballo c’è anche la performance elettorale di un partito centrista, quello con cui i socialdemocratici sono attualmente alleati. Molto della futura formazione dell’esecutivo dipende dai voti che verranno ottenuti da quest’ultima forza politica. Una variabile potrebbe essere rappresentato dal “partito della coalizione nazionale”, che possiede nel nome buona parte delle sue finalità. Poi ci sono una serie di partiti minori, tra cui i Verdi. Tutto, in ogni caso, lascia pensare che il 14 aprile i finlandesi dovranno fare i conti con la necessità di dare vita a un esecutivo di coalizione. E questo prescindendo da chi riuscirà a pizzarsi al primo posto del podio.

Abbiamo già parlato delle falle presenti nel “modello Svezia” e i come i populisti si stiano inserendo all’interno di alcuni aspetti deficitari. Per la Finlandia, che nell’immaginazione collettivo continentale è un altro dei paradisi terrestri d’Europa, valgono considerazioni simili. Helsinki sembrava essere immune dall’avanzata populista. Poi, sul piano della comunicazione politica, sono comparsi i temi che dalle nostre parti conosciamo bene: preoccupazione per al gestione troppo aperturista dei fenomeni migratori e contrarietà ai tagli lineari operati sul welfare. Sono, come sappiamo, i cavalli di battaglia del right wing populism.

È sconsigliabile, quindi, dare per scontato che alla fine a prevalere saranno gli europeisti. A complicare il quadro, poi, rischia di essere quella che di solito viene percepita come una virtù dell’assetto geopolitico finlandese, cioè l’equilibrismo. La Finlandia, a oggi, non ha ancora scelto se abbracciare la causa di Vladimir Putin o se discostarsi progressivamente dagli interessi russi, abbracciando l’atlantismo. Questo rebus può rappresentare un fattore.

Comunque vadano le elezioni finlandesi, è ormai chiaro come il “germe” del populismo si sia innestato anche in territori dove nessuno, fino a poco tempo fa, avrebbe pronosticato una manifestazione politica del genere. L’Unione europea, tanto da Bruxelles quanto da Strasburgo, guarda con attenzione a quello che potrebbe accadere in queste ore.

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